Garlasco, le parole di Lucarelli e il rischio di trasformare una sentenza in uno slogan

di Emanuele Esposito

Nel dibattito pubblico sul delitto di Garlasco c’è un confine che dovrebbe essere sempre rispettato: quello tra i fatti accertati e le opinioni personali. Un confine che negli ultimi giorni sembra essere stato nuovamente superato.

A riaccendere la polemica è stato un post di Selvaggia Lucarelli pubblicato sui social, nel quale, commentando alcune dichiarazioni sulla madre di Alberto Stasi, scrive: «La famosa educazione nell’ammazzare la propria fidanzata a martellate».

Una frase destinata inevitabilmente a suscitare reazioni. Non tanto perché richiami la condanna definitiva di Alberto Stasi, sulla quale esiste una sentenza passata in giudicato, ma per il modo in cui viene formulata.

Il problema non è discutere una sentenza. In uno Stato di diritto le sentenze possono essere commentate, criticate o condivise. Il problema è quando il linguaggio utilizzato sostituisce i fatti processuali.

Nelle motivazioni della condanna, infatti, non risulta individuata con certezza l’arma del delitto. L’arma non è mai stata trovata e i giudici hanno parlato di un corpo contundente utilizzato per colpire Chiara Poggi, senza attribuire definitivamente l’omicidio a uno specifico martello.

Può sembrare un dettaglio. In realtà non lo è.

Perché quando una vicenda giudiziaria viene ridotta a uno slogan social, il rischio è quello di sostituire la complessità con la semplificazione. E il caso Garlasco è tutto fuorché semplice.

Diciannove anni dopo l’omicidio, nuove indagini, nuove consulenze e nuovi accertamenti continuano ad alimentare il dibattito pubblico. Proprio per questo motivo sarebbe auspicabile che chi ha una grande visibilità mediatica utilizzasse parole particolarmente attente e rigorose.

La forza di una democrazia non si misura dalla capacità di schierarsi con una parte o con l’altra, ma dalla capacità di mantenere il rispetto dei fatti anche quando le emozioni spingono verso conclusioni più immediate.

Nessuno mette in discussione il diritto di Selvaggia Lucarelli di esprimere la propria opinione. Ma un conto è esprimere un giudizio, altro conto è utilizzare una formula che presenta come fatto accertato ciò che nelle carte processuali non risulta definito in modo così netto.

In un’epoca in cui i social network premiano la frase più tagliente e il commento più feroce, il giornalismo dovrebbe forse svolgere una funzione diversa: quella di ricordare che la precisione non è un dettaglio, ma il fondamento stesso dell’informazione.

Soprattutto quando si parla di un caso che continua a dividere l’opinione pubblica e a interrogare la coscienza collettiva del Paese.

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