di Emanuele Esposito
C’è un confine che il giornalismo dovrebbe conoscere bene.
Un limite invisibile ma fondamentale che separa il diritto di cronaca dalla morbosità. E nel nuovo circo mediatico sul caso di Garlasco quel limite, ancora una volta, sembra essere stato abbondantemente superato.
Negli ultimi giorni sono comparsi ovunque riferimenti ai messaggi privati tra Chiara Poggi e Alberto Stasi. Conversazioni intime. Frasi personali. Allusioni sentimentali e sessuali tra due fidanzati poco più che ventenni.
E allora la domanda è semplice:
cosa dovrebbe dimostrare tutto questo?
Davvero nel 2026 siamo arrivati al punto di trasformare la vita privata di una ragazza uccisa brutalmente in materiale da talk show? Davvero qualcuno pensa che due fidanzati che si scambiano messaggi passionali siano una prova di qualcosa?
Perché diciamolo chiaramente: milioni di ragazzi ogni giorno si scrivono messaggi provocanti, intimi, affettuosi. Lo fanno coppie sposate, adolescenti, conviventi, persone comuni. Fa parte della normalità delle relazioni umane.
Eppure oggi sembra che quelle parole vengano trattate come se rivelassero oscuri segreti. Come se dietro la normalità di una coppia giovane dovesse necessariamente nascondersi qualcosa di torbido.
È qui che il racconto mediatico diventa pericoloso.
Perché si finisce per infangare due persone contemporaneamente:
- una vittima che non può più difendersi;
- e un uomo che, pur condannato, continua a essere sottoposto a una dissezione pubblica infinita della propria vita privata.
La sensazione è che ormai non interessi più cercare la verità.
Interessa alimentare il voyeurismo collettivo.
Siamo nell’epoca dei social dove ogni giorno:
- influencer espongono il proprio corpo;
- coppie condividono dettagli intimi online;
- piattaforme intere vivono sull’esibizione permanente della vita privata.
Eppure nessuno parla del disagio sociale che questo produce davvero. Nessuno apre grandi dibattiti sul bisogno ossessivo di apparire, sulla perdita del pudore, sulla spettacolarizzazione continua delle emozioni.
Ma improvvisamente diventano “rilevanti” i messaggi privati di due ragazzi innamorati di quasi vent’anni fa.
Francamente è difficile non trovare tutto questo disgustoso.
Perché qui non siamo più davanti al giornalismo investigativo.
Qui rischiamo di entrare nella pornografia emotiva del dolore.
Si pubblicano frammenti di chat senza contesto. Si insinuano interpretazioni psicologiche. Si costruiscono ore di televisione su dettagli che nulla aggiungono — almeno finora — all’accertamento della verità giudiziaria.
E intanto una ragazza morta viene trascinata ancora una volta dentro un processo pubblico permanente.
Forse il vero problema è che il caso Garlasco non è più solo una vicenda giudiziaria. È diventato un prodotto mediatico. Una serie infinita dove ogni settimana serve un nuovo colpo di scena:
- un DNA;
- una telefonata;
- una frase privata;
- un messaggio intimo;
- una presunta rivelazione.
Ma una democrazia seria dovrebbe avere il coraggio di fermarsi un momento e chiedersi:
tutto questo serve davvero alla giustizia?
Oppure serve soltanto ad aumentare ascolti, clic e indignazione?
Perché se perdiamo il rispetto perfino per la memoria di una vittima, allora significa che il problema non è più soltanto il modo in cui raccontiamo i processi.
Il problema siamo diventati noi.

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