Garlasco, la domanda che resta: perché Marco Poggi continua a difendere Andrea Sempio?

di Emanuele Esposito

C’è una domanda che da mesi continua a tornarmi in mente ogni volta che si parla del caso Garlasco: perché Marco Poggi continua a difendere Andrea Sempio con tanta convinzione?

Non è una domanda accusatoria, né vuole trasformarsi in una sentenza parallela. È un interrogativo che nasce osservando una vicenda che, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, continua a lasciare aperte ombre, dubbi e riflessioni nell’opinione pubblica.

Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva. Questa è la verità giudiziaria. Ma se, dopo tanti anni, la stessa vicenda torna al centro di nuove verifiche, nuove consulenze e nuovi approfondimenti, credo che l’unica risposta possibile dovrebbe essere una: accertare tutto, fino in fondo.

Se Stasi è colpevole, ogni dubbio va cancellato definitivamente. Se invece esistono elementi che meritano ulteriori approfondimenti, quegli elementi devono essere verificati senza paura e senza pregiudizi. Perché la verità, soprattutto quando riguarda una ragazza uccisa nella propria casa, non dovrebbe avere amici da proteggere né nemici da confermare.

Ed è qui che nasce la mia perplessità.

Marco Poggi, fratello di Chiara, ha più volte manifestato la propria convinzione sull’estraneità di Andrea Sempio. Una posizione umanamente comprensibile, se fondata su un rapporto personale, su una conoscenza diretta, su una fiducia costruita negli anni. Ma resta una domanda: come può una convinzione personale diventare una certezza assoluta?

Marco Poggi non era presente nella villetta di via Pascoli il 13 agosto 2007. Non ha assistito ai fatti. Non può sapere direttamente cosa sia accaduto quella mattina. Può certamente credere nell’innocenza dell’amico, può ritenerlo incapace di un gesto simile, può considerare infondate le ipotesi investigative che lo riguardano. Ma credere non significa sapere.

È proprio questa distanza tra convinzione e certezza che continua a lasciare perplessi molti osservatori. Perché davanti all’omicidio di una sorella, la reazione che ci si aspetterebbe non è la difesa di una persona specifica, ma la richiesta ostinata che ogni dubbio venga sciolto, anche quando quel dubbio può risultare scomodo.

Mi viene in mente, pur senza voler paragonare vicende completamente diverse, Pietro Orlandi. Da oltre quarant’anni cerca la verità sulla scomparsa della sorella Emanuela. Non si è mai accontentato di mezze risposte, non ha mai smesso di chiedere documenti, indagini, chiarimenti. Il punto non è mettere sullo stesso piano due storie diverse, ma richiamare un principio: quando una famiglia cerca davvero la verità, normalmente vuole che ogni porta venga aperta.

Per questo il comportamento di Marco Poggi continua a generare domande. Forse la spiegazione è semplice: forse è sinceramente convinto che Andrea Sempio sia innocente e che ogni nuova ipotesi sia destinata a cadere. Forse non c’è nulla di misterioso. Forse si tratta solo della difesa di un amico che considera ingiustamente trascinato dentro una tragedia enorme.

Ma resta il fatto che, dall’esterno, questa difesa così tenace appare difficile da comprendere. Perché sembra quasi che la necessità di proteggere una persona finisca per sovrapporsi alla richiesta di fare piena luce su tutto.

Ed è qui che mi rivolgo soprattutto a Luigi Grimaldi, uno dei pochi giornalisti che in questa vicenda, a mio avviso, è andato oltre. Oltre le versioni comode, oltre le letture superficiali, oltre il racconto già confezionato. Caro Luigi, secondo te cosa spiega davvero questa posizione di Marco Poggi? È soltanto amicizia? È una convinzione sincera? Oppure esiste una chiave di lettura che al grande pubblico continua a sfuggire?

Non si tratta di accusare Marco Poggi. Non si tratta di attribuirgli responsabilità. Si tratta di capire fino a che punto questa difesa di Andrea Sempio sia solo umana, emotiva, personale, oppure se racconti qualcosa di più profondo nel modo in cui questa vicenda è stata vissuta, protetta e raccontata nel corso degli anni.

La domanda resta aperta. Perché dopo quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, l’unica cosa che dovrebbe interessare tutti è la verità. Tutta. Fino in fondo.

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