di Ugo Tramballi
Donald Trump insiste: gli iraniani – sostiene – vogliono un accordo a tutti i costi e i colloqui con Teheran procedono spediti. Eppure, i segnali che arrivano dalla Repubblica Islamica raccontano una realtà diversa.
La risposta iraniana al piano in 15 punti elaborato da Washington suona più come un sostanziale rifiuto: Teheran, pur continuando a negare l’esistenza stessa di negoziati, avrebbe avanzato una controproposta in cinque punti che prevede la chiusura delle basi militari americane nella regione, riparazioni di guerra e il controllo dello Stretto di Hormuz.
Tutte richieste inaccettabili per Trump. Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a rafforzare la propria presenza nella regione, con l’invio di marines e navi militari, alimentando speculazioni per una possibile operazione di terra. Parallelamente, emissari pakistani starebbero lavorando per portare il vicepresidente JD Vance – tra i più scettici nell’amministrazione riguardo all’uso della forza militare – a guidare un eventuale team negoziale a Islamabad.
Ma se e quando i colloqui dovessero aprirsi, le posizioni sarebbero persino più distanti di quanto non fossero prima del conflitto. Washington si sente forte della decapitazione della catena di comando iraniana; Teheran, al contrario, legge la propria capacità di resistenza come una sorta di vittoria strategica. In questo contesto, l’assenza di fiducia reciproca rischia di minare alla base ogni iniziativa diplomatica.
In Iran c’è il sospetto che l’apertura negoziale americana sia più che altro una copertura per un’ulteriore escalation militare.
A Washington, invece, sostengono che si tratti di una strategia volutamente ambigua: “Trump ha una mano aperta per un accordo – spiega un consigliere della Casa Bianca ad Axios – mentre l’altra è un pugno, pronto a colpirti in faccia”. L’ambiguità e i messaggi contraddittori di Washington potrebbero avere anche un’altra spiegazione: Trump, in realtà, non avrebbe ancora deciso cosa fare: intensificare il conflitto oppure spingere per una soluzione negoziata? Mentre la guerra sta per entrare nel secondo mese, anche negli Usa cresce il timore che il presidente possa lanciare un’invasione di terra che potrebbe impantanare gli Stati Uniti in un’ennesima ‘guerra senza fine’ in Medio Oriente, senza neanche interpellare il Congresso. Alcuni esponenti repubblicani hanno iniziato a lanciare l’allarme dopo la notizia dell’invio nella regione di oltre mille paracadutisti, che portano a un totale di 8mila gli uomini dispiegati nell’area.
La loro missione rimane poco chiara: il presidente si rifiuta di rispondere alle domande avanzate dalle commissioni alla Camera, mentre i suoi collaboratori affermano che “non si esclude nessuna opzione”. La deputata Nancy Mace della Carolina del Sud ha criticato l’invio delle truppe dopo un briefing a porte chiuse con i funzionari della Difesa.
“Sono appena uscito da un briefing della Commissione per le Forze Armate della Camera sull’Iran. Ripeto: non sosterrò l’invio di truppe sul terreno in Iran, ancor meno dopo questo briefing”, ha scritto Mace in un post su X. Le critiche crescenti da parte dei legislatori repubblicani stanno acuendo, inoltre, la spaccatura tra i sostenitori anti-interventisti del movimento MAGA e i falchi del partito che appoggiano lo sforzo bellico, in vista di un difficile ciclo elettorale di medio termine.
Il timore, ancora una volta, è che Trump – che molti ritengono non abbia valutato fino in fondo le conseguenze di questa guerra – possa sottostimare le difficoltà non solo di conquistare, ma soprattutto di mantenere il controllo di Kharg o dello stesso Stretto di Hormuz.
“Potrebbe rivelarsi un disastro annunciato”, ha dichiarato a MSNBC un ex alto ufficiale militare statunitense, sotto copertura dell’anonimato. Un’analisi condivisa da diversi osservatori, secondo cui un attacco all’isola potrebbe rappresentare un punto di svolta in questa guerra. Trump potrebbe vedere l’escalation come una via d’uscita, ma lo stesso potrebbe valere per l’Iran.

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