È finita. E ciò che resta, più del risultato, è una sensazione che brucia e non passa: la vergogna. Una vergogna che si attacca addosso, che pesa, che accompagna questa notte maledetta e che racconta molto più di una semplice sconfitta. Perché qui non siamo davanti a un passo falso, ma all’apocalisse di un sistema marcio fino alle fondamenta.
Per anni si è andati avanti costruendo un castello di carte, fragile e autoreferenziale, tenuto in piedi da una dirigenza arrogante e miope. Una classe dirigente che ha preferito trasformare la Nazionale in un ufficio di collocamento per ex glorie, invece di guardare in faccia la realtà. Il risultato è un fallimento totale, che umilia una storia gloriosa pur di difendere poltrone e privilegi. E mentre nei palazzi si blindavano equilibri interni, il calcio di base moriva lentamente, soffocato dall’indifferenza. Le scuole calcio, i settori giovanili, l’ossatura stessa del movimento italiano sono stati abbandonati, come se non contassero nulla, come se la gloria passata bastasse a giustificare tutto.
Quando le fondamenta cedono, il crollo è inevitabile. E quello a cui abbiamo assistito è proprio questo: un crollo fragoroso, senza attenuanti.
In campo, la fotografia è stata impietosa. Da una parte giocatori milionari, dall’altra avversari che guadagnano un decimo ma che hanno messo il cuore oltre l’ostacolo. La differenza non è stata tecnica, ma umana. Fame contro apatia. Spirito contro superficialità. L’Italia è apparsa come una squadra di giganti d’argilla, gonfiati da contratti folli e da una narrazione compiacente, ma incapaci di reggere l’urto della realtà.
È difficile non vedere, in questa immagine, anche il riflesso di una cultura calcistica che ha perso il senso delle priorità. Troppo spesso l’attenzione si sposta su ciò che è esterno: tatuaggi, supercar, brand di lusso. Tutto ciò che costruisce l’immagine, ma non il carattere. E senza carattere, senza sacrificio, senza appartenenza, il talento si svuota e diventa sterile.
A completare questo quadro c’è un circo mediatico sempre più distante dal tifoso. Telecronache urlate, analisi tattiche da quattro soldi, frasi fatte ripetute all’infinito. Si è perso il gusto di un racconto sobrio, competente, capace di accompagnare il pubblico dentro la partita. Oggi, invece, si viene sommersi da un rumore continuo che copre, più che spiegare, ciò che accade davvero.
E mentre tutto questo accade, manca la cosa più semplice e più necessaria: l’assunzione di responsabilità. Nessuno che si fermi, che guardi in faccia il fallimento, che abbia il coraggio di dire “abbiamo sbagliato”. Nessuno che faccia un passo indietro, nessuno disposto a mettersi da parte e lasciare spazio a chi ha voglia di costruire davvero.
Questa è la Caporetto finale di un’Italia calcistica che non è più italiana. Un sistema che si è trasformato in un marchio sbiadito, venduto al miglior offerente, lontano anni luce da quei valori che per decenni hanno reso la Nazionale un simbolo di identità e orgoglio. Il fango di questa sconfitta ci sbatte in faccia una verità scomoda: siamo diventati il nulla cosmico.
Eppure, proprio da qui si dovrebbe ripartire. Non con le solite promesse, non con le solite riforme annunciate e mai realizzate, ma con una rivoluzione vera. Ridare dignità al calcio significa tornare alle basi: merito, lavoro, sacrificio. Significa pretendere che chi non corre vada a casa, che chi indossa questa maglia sappia cosa rappresenta.
Perché il punto non è perdere. Il punto è come si perde. E questa volta, più che una sconfitta, è stata una resa, un momento che dovrebbe farci riflettere profondamente su dove siamo arrivati e su quanto siamo disposti a cambiare per evitare che la storia gloriosa di questo sport venga definitivamente sepolta.

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