Panza e presenza

C’è una categoria di persone che sembra aver fatto della presenza pubblica una vera e propria missione. Non importa quale sia l’evento, chi lo organizzi o quale sia il suo significato: l’importante è esserci. Ancora meglio se in prima fila, davanti ai fotografi, pronti a immortalare l’ennesima apparizione.

Nella comunità italiana non mancano esempi di questo atteggiamento. Alcuni noti esponenti sembrano confondere il servizio con la visibilità, come se il valore di un impegno si misurasse dal numero di strette di mano, dalle fotografie pubblicate o dalle cerimonie alle quali si partecipa.

Così nasce il gioco di parole: panza e presenza. La “panza” non è soltanto quella fisica, ma rappresenta l’ego, spesso ben alimentato dall’autocompiacimento. La “presenza”, invece, diventa un obiettivo in sé, più importante del contributo concreto che si potrebbe offrire.

Eppure una comunità cresce grazie a chi lavora con discrezione, ascolta, costruisce relazioni e affronta i problemi senza cercare continuamente i riflettori. Il vero prestigio non nasce dall’essere ovunque, ma dalla qualità delle proprie azioni e dalla fiducia che si riesce a conquistare nel tempo.

Chi ricopre ruoli di responsabilità dovrebbe ricordare che rappresentare una comunità significa mettersi al servizio degli altri, non trasformare ogni occasione in una passerella personale. Il ricambio, le idee nuove e la capacità di valorizzare gli altri sono segni di forza, non di debolezza.

Alla fine, la storia conserva il ricordo di chi ha lasciato risultati concreti, non di chi ha semplicemente collezionato presenze. Le fotografie sbiadiscono, gli applausi finiscono e le cariche passano. Rimangono invece le opere, i progetti realizzati e il rispetto conquistato attraverso il lavoro silenzioso.

La vera leadership non consiste nell’essere sempre presenti, ma nel fare in modo che la propria presenza, quando c’è, aggiunga valore. Tutto il resto rischia di trasformarsi in una lunga sfilata di vanità, nella quale la sostanza viene sacrificata all’apparenza.

E alla fine rimane soltanto il ricordo di tante fotografie, molti sorrisi di circostanza e una domanda inevitabile: si è davvero costruito qualcosa per la comunità oppure si è semplicemente coltivata la propria immagine?