L’escalation si estende dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso. L’Iran rivendica attacchi contro installazioni statunitensi in Giordania e Bahrein, mentre gli Stati Uniti colpiscono nuovi obiettivi sul territorio iraniano. Il petrolio resta sopra i 100 dollari al barile
La guerra tra Stati Uniti e Iran entra nella sua tredicesima notte consecutiva di bombardamenti e minaccia di allargarsi ulteriormente attraverso il Golfo Persico, il Mar Rosso e le principali rotte mondiali dell’energia.
Esplosioni sono state segnalate in diverse città dell’Iran meridionale e sud-occidentale, mentre Teheran ha affermato di aver attaccato installazioni militari americane in Giordania e Bahrein.
La tensione è aumentata ulteriormente dopo l’annuncio del presidente statunitense Donald Trump, secondo il quale gli eventuali danni arrecati a navi, carichi e beni collegati alla navigazione sarebbero risarciti utilizzando fondi iraniani detenuti o controllati dagli Stati Uniti.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito la minaccia un «precedente incendiario», avvertendo che, qualora la confisca dei beni di uno Stato diventasse una pratica normale, le risorse finanziarie di nessun Paese potrebbero più considerarsi al sicuro.
Trump: «I danni alle navi saranno pagati con fondi iraniani»
Trump ha dichiarato che, fino a nuovo avviso, qualsiasi danno causato a imbarcazioni, merci o proprietà collegate sarebbe compensato attraverso i beni iraniani sotto il controllo di Washington.
Il presidente americano ha presentato la misura come la soluzione «più giusta ed equa», senza tuttavia chiarire quale meccanismo giuridico consentirebbe agli Stati Uniti di utilizzare unilateralmente quei fondi.
La dichiarazione apre quindi un fronte non soltanto militare, ma anche finanziario e legale.
L’eventuale confisca di beni sovrani per risarcire danni futuri e non ancora quantificati potrebbe produrre ricorsi, ritorsioni e una nuova crisi nei rapporti economici internazionali.
Araghchi ha avvertito che coloro che incoraggiano o traggono vantaggio da una simile scelta dovrebbero considerare le possibili conseguenze: una volta normalizzata la confisca dei beni statali, ogni governo potrebbe utilizzare lo stesso principio contro i propri avversari.
Nuovi attacchi americani sull’Iran
Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato la conclusione della tredicesima notte consecutiva di operazioni militari contro obiettivi iraniani.
Secondo il Centcom, gli attacchi avrebbero colpito:
- centri di comando militare;
- depositi di droni;
- reti di comunicazione;
- sistemi di sorveglianza costiera;
- capacità navali iraniane.
Washington sostiene che le operazioni abbiano lo scopo di ridurre la possibilità dell’Iran di minacciare i marinai civili e le navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz.
Le autorità iraniane hanno segnalato esplosioni nella città portuale di Bandar Abbas, sull’isola di Qeshm e in diverse località del sud e del sud-ovest del Paese.
Secondo il governatorato del Khuzestan, un attacco missilistico americano nella zona di Ahvaz avrebbe provocato quattro morti e cinque feriti.
Le informazioni diffuse dalle parti in conflitto non sono tutte verificabili in modo indipendente.
L’Iran rivendica attacchi contro basi statunitensi
L’esercito iraniano ha affermato di aver colpito due installazioni militari americane nella regione.
La prima sarebbe la base aerea di Muwaffaq Salti, situata ad Azraq, in Giordania. La seconda sarebbe la base di Sheikh Isa, in Bahrein.
Secondo la televisione iraniana, droni d’attacco Arash avrebbero colpito in Bahrein serbatoi di carburante, depositi, hangar ed edifici utilizzati dalle truppe statunitensi.
In Giordania sarebbero stati presi di mira hangar e alloggi del personale militare americano.
Al momento non risultano conferme indipendenti complete sull’entità degli attacchi, sui danni prodotti o sull’eventuale presenza di vittime.
Anche il Kuwait ha annunciato l’attivazione delle proprie difese aeree per intercettare missili e droni provenienti dall’Iran, parlando di un’aggressione ingiustificata.
Hormuz resta aperto, ma il traffico è quasi paralizzato
Il Centcom sostiene che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto alla navigazione e che le navi commerciali continuino a transitare con il sostegno delle forze americane.
I dati sul traffico marittimo descrivono però una situazione estremamente fragile.
Secondo le informazioni riportate nel monitoraggio, nella giornata precedente una sola petroliera sarebbe riuscita ad attraversare lo Stretto di Hormuz, il numero più basso registrato dal 7 maggio.
Nessuna nave sarebbe invece entrata nello stretto il 23 luglio.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi più importanti dell’economia mondiale. In condizioni normali, attraverso queste acque transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale commercializzati a livello globale.
Anche senza una chiusura formale, la riduzione del traffico può produrre conseguenze immediate sui prezzi dell’energia, sulle assicurazioni marittime e sui costi del trasporto.
La guerra si estende al Mar Rosso
La crisi non riguarda più soltanto Hormuz.
I ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, hanno minacciato di bloccare le spedizioni saudite attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden.
Due superpetroliere con collegamenti cinesi, cariche di greggio saudita, sarebbero riuscite ad attraversare il canale dopo essere state attentamente monitorate.
Le navi avevano segnalato la presenza di equipaggi cinesi e avevano caricato il petrolio nel porto saudita di Yanbu.
Il passaggio dimostra che la rotta non è completamente chiusa, ma il rischio di attacchi resta elevato.
Un blocco simultaneo o parziale di Hormuz e Bab el-Mandeb avrebbe conseguenze gravissime. Il petrolio proveniente dal Golfo dovrebbe essere trasportato attraverso rotte molto più lunghe, con un aumento dei tempi di consegna, del carburante consumato e dei premi assicurativi.
Il petrolio sopra i 100 dollari
Il prezzo internazionale del greggio ha superato i 100 dollari statunitensi al barile, alimentando i timori di una nuova ondata inflazionistica.
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ironizzato sulla strategia americana, sostenendo che Washington avrebbe voluto punire l’Iran ma avrebbe finito per danneggiare la propria economia attraverso l’aumento del prezzo dell’energia.
L’impatto non riguarda soltanto gli Stati Uniti.
Il rincaro del petrolio può tradursi rapidamente in maggiori costi per:
- carburanti;
- trasporti;
- produzione industriale;
- alimenti;
- fertilizzanti;
- commercio internazionale;
- bollette energetiche.
Le principali banche centrali potrebbero inoltre essere costrette a mantenere i tassi d’interesse elevati o a valutare nuovi aumenti qualora lo shock energetico alimentasse nuovamente l’inflazione.
Teheran minaccia il blocco totale del petrolio
Le autorità iraniane hanno avvertito che, se gli Stati Uniti colpissero le infrastrutture strategiche del Paese, da Hormuz potrebbe non passare più «una goccia di petrolio».
La dichiarazione rappresenta una delle minacce più gravi emerse dall’inizio dell’escalation.
Una chiusura effettiva dello stretto metterebbe sotto pressione immediata Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iraq e gli altri esportatori che dipendono dalle rotte del Golfo.
Avrebbe inoltre conseguenze dirette sulle economie asiatiche, tra le principali destinatarie del petrolio mediorientale.
La capacità iraniana di imporre un blocco completo resta però incerta, soprattutto in presenza di oltre 50.000 militari statunitensi operativi nella regione e di un’intensa sorveglianza navale e aerea.
Trump valuta un attacco ancora più grande
In un’intervista, Trump ha dichiarato di essere vicino a una decisione su una nuova operazione militare di vasta scala contro l’Iran.
Il presidente ha parlato della possibilità di un attacco «più grande che mai», superiore anche alle precedenti operazioni americane.
Ha inoltre sostenuto che Israele sarebbe pronto a unirsi all’offensiva in pochi minuti, pur affermando che gli Stati Uniti non avrebbero bisogno di alleati per agire.
Le dichiarazioni aumentano la pressione su Teheran e riducono ulteriormente lo spazio per una soluzione diplomatica.
Trump ritiene che l’Iran voglia negoziare, ma non sia ancora pronto a raggiungere un accordo perché «non ha sofferto abbastanza».
Un linguaggio che lascia intravedere la possibilità di una nuova escalation prima dell’eventuale apertura di un negoziato.
Teheran minaccia Tel Aviv
Secondo quanto riferito da funzionari iraniani citati dalla stampa americana, l’Iran potrebbe colpire Tel Aviv qualora Trump desse seguito alla minaccia di attaccare Teheran e le principali infrastrutture nazionali.
La Repubblica Islamica potrebbe inoltre chiedere agli Houthi di imporre un blocco più rigido nello Stretto di Bab el-Mandeb.
Israele non avrebbe partecipato direttamente all’attuale fase degli attacchi, nonostante il proprio coinvolgimento nella prima parte del conflitto.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha comunque dichiarato che il Paese è pronto a ogni eventualità, avvertendo che un attacco iraniano riceverebbe una risposta devastante.
L’ingresso diretto di Israele aprirebbe un nuovo fronte e potrebbe trasformare la crisi in una guerra regionale ancora più ampia.
Crosetto: «La tregua è molto lontana»
Il ministro italiano della Difesa Guido Crosetto ha descritto la prospettiva di una nuova tregua come molto distante.
Secondo Crosetto, l’Iran potrebbe tentare di allargare il conflitto oltre il perimetro previsto dagli Stati Uniti, utilizzando il caos regionale come uno dei propri principali strumenti strategici.
L’Italia, ha spiegato il ministro, può soltanto osservare l’evoluzione della crisi e sperare che la guerra non coinvolga altri Paesi.
La preoccupazione europea riguarda non soltanto la sicurezza, ma anche l’aumento dei prezzi energetici, l’instabilità delle rotte commerciali e il possibile arrivo di nuove crisi umanitarie.
Nessuna delle parti sembra pronta a fermarsi
Dopo tredici notti di bombardamenti, nessuno dei protagonisti appare disposto a ridurre la pressione.
Gli Stati Uniti sostengono di voler garantire la libertà di navigazione e indebolire le capacità militari iraniane.
Teheran risponde colpendo o minacciando installazioni americane, rotte petrolifere e alleati regionali di Washington.
Gli Houthi ampliano la crisi al Mar Rosso, mentre Israele si prepara a un possibile nuovo coinvolgimento.
La minaccia di utilizzare i fondi iraniani per risarcire i danni alle navi aggiunge ora una dimensione economica e giuridica alla guerra.
Il rischio è che ogni nuova azione produca una rappresaglia ancora più grave, fino a rendere impossibile il ritorno a una tregua negoziata.
Il vero campo di battaglia non è più soltanto l’Iran. Sono le basi americane nel Golfo, gli stretti marittimi, le petroliere, i mercati energetici e la stabilità dell’intera economia mondiale.
