Marcinelle, settant’anni dopo: imparate da Tremaglia, non usate il dolore per la vostra propaganda

Domenica 9 agosto lo speciale de “La Domenica di Allora” dedicato alla tragedia del Bois du Cazier. Nel momento in cui la politica italiana rimette in discussione la rappresentanza degli italiani all’estero, le parole pronunciate da Mirko Tremaglia nel 2001 diventano un atto d’accusa ancora terribilmente attuale.

di Emanuele Esposito

L’8 agosto 1956 il cielo sopra Marcinelle si riempì di fumo. Nelle viscere della miniera del Bois du Cazier, a più di mille metri di profondità, 262 lavoratori rimasero intrappolati senza possibilità di salvezza.

Tra loro c’erano 136 italiani.

Sabato 8 agosto 2026 saranno trascorsi esattamente settant’anni da quella tragedia. Settant’anni dal giorno in cui uomini provenienti da Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino-Alto Adige e Veneto persero la vita cercando, lontano dalla propria terra, quel lavoro e quella dignità che l’Italia non era riuscita a garantire loro.

Domenica 9 agosto, La Domenica di Allora dedicherà uno speciale a Marcinelle. Non sarà una semplice commemorazione. Non sarà un elenco di nomi, date e dichiarazioni istituzionali.

Racconteremo la dinamica di quelle ore, il dramma delle famiglie, le condizioni in cui lavoravano i minatori italiani, l’emigrazione verso il Belgio e quella pagina dolorosa della nostra storia che troppo spesso viene ricordata soltanto quando serve una fotografia, un comunicato stampa o una passerella politica.

Ma soprattutto ricorderemo Mirko Tremaglia.

Lo ricorderemo attraverso il discorso pronunciato l’8 agosto 2001, proprio a Marcinelle, durante la sua prima visita ufficiale all’estero da ministro per gli Italiani nel Mondo.

In quelle parole c’era il senso autentico della sua battaglia politica. Tremaglia non parlava degli italiani all’estero come di una pratica amministrativa. Non li trattava come numeri da inserire dentro una tabella elettorale. Non li considerava un problema da affidare distrattamente a qualche ufficio ministeriale.

Parlava di persone.

Di uomini, donne, famiglie, comunità e territori.

Parlava di sangue versato, di fatica, di sofferenza e di dignità.

Per Tremaglia, Marcinelle rappresentava «il simbolo della sofferenza, della fatica, del sangue versato sul lavoro dagli italiani nel mondo». Ricordava quei giovani e quegli uomini costretti a lavorare in cunicoli alti appena cinquanta centimetri, sepolti vivi nelle profondità della terra, trattati troppo spesso come strumenti di produzione e non come esseri umani.

Erano partiti perché in Italia non c’era lavoro.

Avevano lasciato paesi, famiglie, mogli, figli e genitori. Avevano attraversato confini sconosciuti portando con sé poche valigie, molti timori e la speranza di poter costruire un futuro migliore.

In Belgio li aspettavano una pala, una piccozza, un casco, una lampada e l’oscurità.

Tra il 1946 e il 1963, ricordava Tremaglia, 867 italiani morirono nelle miniere belghe. Cinquantamila nostri connazionali furono inviati nei bacini minerari in seguito all’accordo del 23 giugno 1946 tra Italia e Belgio.

L’Italia aveva bisogno di carbone. Il Belgio aveva bisogno di braccia.

Dietro gli accordi economici, però, c’erano esseri umani. C’erano italiani che piangevano mentre lasciavano la propria terra e che accettavano lavori durissimi perché non avevano alternative.

Marcinelle fu il punto più tragico di quella storia.

Tremaglia denunciò con parole durissime l’indifferenza della politica. Disse che la politica non trovava il tempo per ricordare quelle date di autentico martirio perché era troppo impegnata nelle proprie manovre e nei propri intrighi.

Era il 2001.

Sono passati venticinque anni da quel discorso, ma quelle parole sembrano pronunciate oggi.

Anche nel 2026 la politica italiana appare troppo occupata nei calcoli elettorali, nelle convenienze di partito, nelle candidature da sistemare e nelle alleanze da costruire per comprendere davvero ciò che sta accadendo agli italiani residenti all’estero.

Sabato 8 agosto molti esponenti politici pubblicheranno messaggi solenni.

Parleranno di memoria, radici, sacrificio e italianità. Ricorderanno le valigie di cartone, le miniere, le fabbriche, i cantieri e le famiglie divise dall’emigrazione. Qualcuno deporrà una corona di fiori. Qualcun altro registrerà un video. Molti affideranno agli uffici stampa frasi cariche di commozione.

Poi, terminata la cerimonia, torneranno nei palazzi romani.

E alcuni di loro continueranno a sostenere una riforma elettorale che rischia di ridurre la rappresentanza territoriale degli italiani all’estero, accorpare comunità lontanissime e spezzare quel rapporto diretto tra cittadini, territori ed eletti che rappresentava l’anima della battaglia politica di Mirko Tremaglia.

È questa la grande contraddizione che il nostro speciale vuole mettere in evidenza.

Non basta commemorare i morti se contemporaneamente si mortificano i vivi.

Non basta pronunciare il nome di Marcinelle se milioni di cittadini residenti fuori dai confini nazionali vengono considerati soltanto come numeri da spostare tra circoscrizioni, collegi e liste elettorali.

Non basta parlare del sacrificio degli emigrati se, nelle aule parlamentari, si approvano o si progettano norme capaci di allontanare ancora di più Roma dalle comunità italiane nel mondo.

E soprattutto, non permettetevi di usare Marcinelle per una propaganda misera, sporca e meschina.

Marcinelle non è uno slogan.

Non è una passerella.

Non è il fondale davanti al quale scattare una fotografia da pubblicare sui social, prima di tornare a negoziare la rappresentanza degli italiani all’estero sulla base delle convenienze di partito.

Marcinelle è sangue, dolore e sacrificio.

È il pianto delle famiglie che non videro più tornare a casa i propri mariti, padri, figli e fratelli. È la storia di uomini mandati nelle viscere della terra perché l’Italia non era stata capace di offrire loro un lavoro e un futuro.

Il ricordo di Marcinelle dovrebbe obbligare la politica italiana a fermarsi, riflettere e, quando necessario, vergognarsi.

Tremaglia aveva perfettamente compreso che quella tragedia non poteva appartenere a un partito, a una corrente o a un’area politica.

«Marcinelle non può essere rivendicata da nessuno», disse, perché appartiene all’intero popolo italiano ed europeo.

È una frase fondamentale.

Nessuno può mettere il proprio simbolo di partito sopra quelle bare. Nessuno può impossessarsi di quella memoria. Nessuno può usare il dolore dei minatori italiani per costruire la propria carriera politica.

La Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo fu pensata proprio per superare le divisioni politiche, sindacali, culturali e religiose.

Tremaglia voleva che l’Italia si fermasse.

Voleva che le nuove generazioni conoscessero i nomi e le storie di quegli uomini. Voleva che Marcinelle diventasse una stella polare per costruire una società fondata sulla dignità del lavoro, sulla sicurezza e sul rispetto degli emigrati.

Il suo obiettivo non era utilizzare i morti.

Era difendere i vivi.

Questa differenza dovrebbe essere ricordata soprattutto oggi.

Tremaglia non ha mai considerato gli italiani all’estero merce di scambio. Non li vedeva come voti da contare, pedine da sistemare sulla scacchiera delle alleanze o candidature da utilizzare per soddisfare qualche capocorrente.

Stava dalla parte degli italiani nel mondo.

Sempre.

Senza calcoli, senza convenienze e senza compromessi al ribasso.

Era contro gli sciacalli. Contro chi si avvicinava alle comunità italiane soltanto quando c’erano voti da raccogliere, incarichi da assegnare o fotografie da scattare. Contro chi utilizzava il dolore, la memoria e i sacrifici dell’emigrazione per ottenere visibilità personale.

Per questo diciamo chiaramente a chi oggi cerca di usare quella storia per farsi bello: non usate il nome di Mirko Tremaglia.

Non pronunciatelo nei vostri discorsi se poi tradite ciò per cui ha combattuto.

Non cercate di appropriarvi della sua memoria mentre smantellate il rapporto tra gli italiani all’estero e i loro rappresentanti.

Non nascondetevi dietro Marcinelle mentre sostenete collegi elettorali smisurati che mettono insieme comunità, continenti e territori profondamente diversi.

Non trasformate Tremaglia in una fotografia innocua, buona per una commemorazione ufficiale.

Tremaglia non era innocuo.

Era scomodo. Era combattivo. Era ostinato. Era la voce di milioni di italiani che per troppo tempo erano stati dimenticati dalla Madrepatria.

Prima di utilizzare il suo nome, studiate la sua storia.

Prima di parlare di Marcinelle, rispettate i vivi.

Prima di celebrare gli emigrati del passato, ascoltate gli italiani che ancora oggi vivono in Australia, nelle Americhe, in Europa, in Africa e in Asia e che chiedono semplicemente di non essere trattati come cittadini di serie B.

La rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero non è stata una concessione generosamente offerta dalla politica romana.

È stata il riconoscimento, arrivato con enorme ritardo, di un debito storico.

Gli emigrati italiani hanno costruito ferrovie, strade, fabbriche, case e intere città. Hanno lavorato nelle miniere, nei campi, nei cantieri, nei ristoranti e nelle cucine. Hanno affrontato discriminazioni, razzismo, solitudine e condizioni di lavoro spesso disumane.

Mentre contribuivano allo sviluppo dei Paesi che li avevano accolti, continuavano a sostenere l’Italia attraverso le rimesse, i rapporti familiari, la lingua, la cultura e la diffusione dell’immagine del nostro Paese nel mondo.

L’emigrazione italiana non è una pagina marginale della nostra storia nazionale.

È una delle sue fondamenta.

Senza gli italiani partiti per il Belgio, la Germania, la Svizzera, l’Australia, le Americhe e ogni altro angolo del pianeta, l’Italia sarebbe stata più povera economicamente, culturalmente e moralmente.

Tremaglia lo aveva capito.

Aveva compreso che dietro ogni passaporto c’era una storia. Dietro ogni voto c’era una comunità. Dietro ogni territorio c’erano esigenze, problemi e identità che non potevano essere cancellati con un tratto di penna.

Per questo modificare la rappresentanza degli italiani all’estero attraverso calcoli di convenienza, circoscrizioni smisurate, capilista nominati e candidature decise nei palazzi romani significa tradire lo spirito con il quale quella rappresentanza fu conquistata.

Non diciamo che il sistema non debba essere riformato.

Diciamo che qualsiasi riforma dovrebbe rendere il rapporto tra cittadini ed eletti più forte, non più debole. Dovrebbe garantire maggiore trasparenza, maggiore partecipazione e maggiore vicinanza alle comunità. Dovrebbe combattere le irregolarità senza cancellare la territorialità.

Dovrebbe migliorare la democrazia, non trasformare gli italiani nel mondo in una massa indistinta da amministrare da Roma.

L’8 agosto dovrebbe essere una giornata di unità nazionale. Ma l’unità non si costruisce attraverso le cerimonie.

Si costruisce rispettando concretamente i diritti di tutti i cittadini, compresi quelli che vivono a migliaia di chilometri dall’Italia.

Chi ha votato contro la territorialità, contro il rapporto diretto tra comunità ed eletti e contro una rappresentanza realmente vicina agli italiani nel mondo abbia almeno il coraggio di non nascondersi dietro le commemorazioni.

Prima di pronunciare il nome di Tremaglia, ne studi le battaglie.

Prima di parlare di sacrificio, comprenda il sacrificio di chi ha lasciato la propria terra.

Prima di rendere omaggio ai caduti italiani nel mondo, rispetti gli italiani nel mondo che ancora oggi chiedono ascolto, dignità e rappresentanza.

Lo speciale di La Domenica di Allora, in programma domenica 9 agosto 2026, partirà proprio da qui.

Dalla miniera del Bois du Cazier.

Dai nomi dei 262 lavoratori che non tornarono più in superficie.

Dalle storie dei 136 italiani morti nell’oscurità.

Dal dolore delle loro famiglie.

E dalle parole pronunciate da Mirko Tremaglia nel 2001, quando propose che l’8 agosto diventasse la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo.

Settant’anni dopo la tragedia e venticinque anni dopo quel discorso, quelle parole non rappresentano soltanto un ricordo.

Sono un avvertimento.

Gli italiani all’estero non sono fotografie ingiallite da esporre una volta all’anno.

Non sono una corona di fiori.

Non sono un comunicato stampa.

Non sono una riserva di voti.

Non sono uno strumento per la vostra propaganda.

Sono cittadini italiani.

E pretendono di essere trattati come tali.

A chi cercherà di utilizzare Marcinelle e il nome di Mirko Tremaglia mentre calpesta la rappresentanza degli italiani nel mondo resta soltanto una parola da dire:

vergognatevi.

Pubblichiamo il discorso pronunciato da Mirko Tremaglia, ex  ministro degli italiani all’estero, l’8 agosto 2001

Storia. “Marcinelle simbolo di sangue e lavoro italiano”: le parole di Mirko Tremaglia

Cari Connazionali,

questa è una giornata solenne che impegna soprattutto in termini morali il Ministero per gli Italiani nel Mondo e tutti noi. Ringrazio l’Ambasciatore del Belgio in Italia, Patrick Nothomb, i nostri Ambasciatori che sono venuti a Marcinelle dalla Francia, Germania, Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Portogallo, Paesi Bassi e gli incaricati degli affari venuti dall’Austria, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Spagna e Svezia, i rappresentanti delle Regioni, Province e Comuni di origine delle vittime di Marcinelle, il Segretario Generale del CGIE Narducci, il Vice Segretario per l’Europa Farina, e gli altri membri del CGIE, De Matteo, Zoratto, Santellocco e Ciucci, il Presidente del Comites di Charleroi Piccoli, i Presidenti degli altri Comites e le Associazioni Italiane oggi qui presenti, ma in particolare quelli che rappresentano i minatori e i familiari delle vittime, per essere intervenuti a questa cerimonia con cui intendiamo commemorare insieme i 136 minatori italiani che con altri 126 colleghi di vari paesi europei persero qui la vita l’8 agosto 1956.

Questa non è la prima volta che vengo a Marcinelle per rendere onore e omaggio alle vittime della miniera. Ho sentito sempre profonda dentro di me la vicenda della strage; era un pellegrinaggio personale. Ho partecipato anche a quella celebrazione ufficiale nel 1996 presieduta dal Sottosegretario On. Fassino.

La visita odierna assume un valore particolare perché si tratta della mia prima visita ufficiale all’estero come Ministro per gli Italiani nel Mondo. Ha un suo vero significato perché Marcinelle rappresenta il simbolo della sofferenza, della fatica, del sangue versato sul lavoro dagli italiani nel Mondo e dai loro fratelli europei e la superiorità di quell’umanesimo del lavoro allora ignorato che riconosce, a chi lavora, dignità e parità di diritti e di doveri.

136 Italiani, quel tremendo giorno dell’8 agosto 1956, morti asfissiati nella miniera e con loro, come ho detto, altri 126 minatori dell’Europa nella più spaventosa delle catastrofi e delle tragedie.

Mettiamoli tutti in fila i nostri Caduti e ricordiamoli alle nuove generazioni che non conoscono questa terribile vicenda. Ragazzi di vent’anni e uomini di grande speranza cacciati in quella miniera di sepolti vivi a lavorare come bestie in cunicoli non più alti di cinquanta centimetri. Ricordo la prima volta nel nostro primo pellegrinaggio in questo triste bacino minerario, dove la morte, il pericolo e il senso dello sfruttamento ti fanno capire che cosa significa il tuo dovere, la solidarietà, il rispetto verso i lavoratori e quanto è cinico, egoista e vile il comportamento di chi osa vivere solo guardando al proprio egoismo e al proprio denaro. Ci inchiniamo davanti ai nostri morti e facciamo come una volta, perché crediamo in loro e nella santità del loro sacrificio: siamo stati nel cimitero sull’attenti, ascoltando il suono del silenzio e abbiamo recitato una preghiera che Dio accoglie come atto supremo di devozione per i Caduti e per tutte le loro famiglie.

Oggi non vi sono più reduci, ma io in questi anni ne ho conosciuto qualcuno e ricordo di uno che cercò nei continui passaggi nella profondità della miniera di invocare i nomi dei compagni di lavori, di cercarli, ritrovando poi solo le misere spoglie di chi ha dato la vita. Pochi si ricordano di loro. Sono passati quarantacinque anni, ma davanti a noi vi è il mosaico di questi eroi del lavoro che sono il simbolo di tanti altri completamente dimenticati. La politica non ha tempo per seminare dentro di sé queste date di autentico martirio, impegnata come è in manovre e intrighi di ben altre dimensioni.

La morale non c’è più e l’insegnamento dei ricordi dei morti nemmeno. Noi rileggiamo quell’elenco e pensiamo ad ognuno di loro.

Abbiamo chiesto e chiediamo che in Italia oggi, 8 agosto 2001, ci si fermi per un minuto di raccoglimento; lo abbiamo chiesto per le ore 13,30 perché a quell’ora è stato scritto sulla porta della galleria della miniera a quota 1035 da chi tentava una strada impossibile della salvezza:

“fuggiamo davanti al fumo, siamo una cinquantina”;

ma essi non videro mai la luce. Vogliamo dare un segnale forte e corale a prescindere dalle divisioni politiche, sindacali, culturali e religiose come quando, in occasione del 40° anniversario della tragedia, venni qui con l’allora Sottosegretario agli Esteri on. Fassino. Tutti sanno bene, gli amici del CGIE in modo particolare, cosa io pensi di certe date e del loro significato unitario. Non vi può essere manifestazione di parte. Marcinelle non può essere rivendicata da nessuno, se non dall’intero popolo Italiano ed europeo.

Riconosciamo a questi nostri Connazionali, che, costretti ad emigrare per lavorare, hanno pagato nel più tragico dei modi dopo aver subito il dolore più grande di aver lasciato la propria terra. Nel sacrario della memoria Marcinelle è uno dei tanti tragici e dolorosi episodi della storia italiana che sono serviti a rafforzare il senso dell’Unità Nazionale di una comunità che è stata costretta a mandare i propri figli fuori dai confini per permettere loro di lavorare. La loro morte ha determinato per l’intero paese la dura presa di coscienza della esistenza di tanti italiani all’estero chiamati a lavorare e vivere in condizioni spesso al limite dell’umano. Noi abbiamo il compito, appreso in un secolo di storia, ovunque di adottare politiche diverse e nuove per i nostri Italiani nel Mondo, per tutelarne la dignità e favorirne l’inserimento nel paese ospite, nello stesso tempo esaltando il mantenimento dei legami con la Madre Patria.

Uomini che governate le Regioni e i Comuni che hanno avuto morti a Marcinelle, raccontate ai vostri ragazzi la storia affinché nel Mondo non si possa più ripetere Marcinelle. Leggo i nomi delle Regioni, sono 13, che hanno versato il sangue ed il pianto. Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia, Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino Alto Adige, Veneto. Quanti sono venuti al Cimitero, oggi si sono fermati poi nel cortile della miniera da allora spenta dove sorge un monumento che ricorda i nomi delle vittime. Comunico a tutti che nel Belgio dal ’46 al ’63 vi è un bollettino impressionante dei nostri caduti; dal ’46 al ’63 complessivamente 867 italiani morti nelle miniere del Belgio. Una pala, una piccozza, un casco, una lampada e via verso l’oscurità.

Cinquantamila emigrati nei cinque bacini minerari del Belgio per quell’accordo del 23 giugno 1946 che finì dopo l’eccidio di Marcinelle. Così è finito il sogno di chi piangendo lasciava la terra per cercare nel durissimo lavoro la soluzione di chi in Patria non trovava occupazione. La memoria storica di quanto è accaduto deve fare rivivere davanti a noi non solo le immagini di quel giorno spaventoso, ma deve costituire la stella polare di chi su quel grande sacrificio vuole costruire una nuova società. Ma questo sacrificio ha significato tante altre cose. Se oggi gli oltre 280mila italiani residenti in Belgio, la più numerosa oggi tra le comunità straniere, sono fortemente integrati in questa società, si possono contare su uno dei sistemi più garantisti d’Europa, se hanno raggiunto posizioni di primo piano nel mondo politico, economico e sindacale, se ai primi posti vi è la cultura italiana, il potenziamento della capacità professionale, questo è conseguenza dell’insegnamento anche dei minatori di Marcinelle. E’ infatti dal dicembre 1957, dopo la sventura di Marcinelle, che venne firmato un protocollo tra Italia e Belgio che mutava le condizioni di lavoro e di vita dei minatori e poneva le basi che hanno permesso ai nostri connazionali di raggiungere altre posizioni che oggi occupano in questo paese. Marcinelle è un punto di partenza anche della costruzione europea proprio perché Marcinelle ha rappresentato una tragedia europea che ha accomunato nel dolore di 262 vittime più paesi europei. La miniera del Bois du Cazier deve diventare un simbolo dei caduti sul lavoro. Là nascerà un museo, un centro di ricerca e un centro di socialità che avranno una proiezione internazionale e che tramanderanno alle generazioni future il ricordo di una tragedia che ha un significato terribile per l’Italia, per il Belgio e per l’Europa intera.

Costruzione che un impegno morale del mio ministero vuole con interventi concreti di ampio respiro a favore di tutti gli Italiani nel Mondo. La parola d’ordine è quella sempre e ovunque della solidarietà. E su queste basi il Ministero degli Italiani nel Mondo, il Ministero degli Affari Esteri e il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero hanno in effetti stabilito una linea per cui nello spirito di Marcinelle intendiamo associare italiani all’estero e italiani in Italia, in una grande comunità di valori capaci di affrontare le sfide della nostra epoca.

Colgo l’occasione per ringraziare il Presidente della Commissione Europea, Prodi, per il toccante messaggio inviato in questa occasione.

E’ con questo spirito che vi comunico il forte e nobile messaggio del Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi:

Mi associo in ideale partecipazione al commosso omaggio che Ella, Caro Ministro, si accinge a rendere alle vittime dell’immane tragedia di Marcinelle, ove quarantacinque anni fa perirono, insieme ad altri minatori, centotrentasei nostri connazionali.

La memoria va a quella tragica giornata dell’agosto del 1956, quando irruppero nelle case degli italiani le immagini drammatiche della miniera belga, dei volti trasfigurati dei superstiti, degli sforzi dei soccorritori, del pianto dei familiari delle vittime.

Fu una pagina dolorosissima che ancora oggi testimonia il grande sacrificio dei lavoratori italiani emigrati, il loro essenziale contributo al progresso economico e sociale delle nazioni che li ospitano, il faticoso cammino da allora compiuto per assicurare condizioni di lavoro rispettose della sicurezza e della dignità umana.

A Lei e a tutti i rappresentanti degli Enti e delle Istituzioni presenti alla solenne cerimonia, ai familiari delle vittime, ai connazionali intervenuti giunga il mio fervido, solidale pensiero insieme con un saluto molto cordiale.

Carlo Azeglio Ciampi

In questo spirito profondamente commosso ringrazio il Capo dello Stato che ci ha dato ancora una volta il respiro di una grande spiritualità nel nome e nell’omaggio a tutti i nostri caduti, ed è per questo che io oggi davanti a voi e davanti ai nostri morti dopo questa giornata solenne e commovente da Marcinelle faccio questa proposta: che l’8 agosto venga proclamato Giornata Nazionale del Sacrificio del Lavoro italiano nel Mondo.