Istat, diminuiscono gli italiani in partenza ma il Sud perde 150mila giovani laureati

Nel 2025 gli espatri degli italiani sono calati del 29,2% rispetto all’anno precedente. Il miglioramento non cancella però una perdita strutturale di capitale umano: tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha ceduto 150mila laureati tra i 25 e i 34 anni, soprattutto al Centro-Nord

Meno italiani lasciano il Paese, ma la fuga dei giovani qualificati resta una delle ferite più profonde dell’Italia.

Il nuovo rapporto Istat sulle migrazioni interne e internazionali mostra che nel 2025 gli espatri dei giovani italiani sono diminuiti del 29,2% rispetto all’anno precedente. È una battuta d’arresto importante dopo anni di crescita quasi continua, ma non sufficiente a invertire una tendenza consolidata.

Tra il 2019 e il 2025, infatti, il Mezzogiorno ha perso circa 150mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni. La maggior parte, 122mila, si è trasferita verso il Centro-Nord. Altri 28mila hanno scelto l’estero.

Il dato racconta un’Italia divisa: il Sud investe nella formazione, ma continua a non offrire abbastanza lavoro qualificato, salari adeguati e prospettive di crescita.

Nel 2025 calano le partenze

Le emigrazioni complessive verso l’estero sono scese a 144mila, dopo il forte aumento registrato nel 2024, quando erano state 189mila.

La riduzione è pari al 23,7%, quasi 45mila partenze in meno in un solo anno.

Gli italiani continuano comunque a rappresentare circa tre quarti delle uscite. Dopo il picco di 141mila espatri nel 2024, nel 2025 le partenze dei cittadini italiani sono diminuite a 109mila, con una contrazione di circa 32mila unità.

Oltre la metà degli espatri parte dal Nord, che mantiene una propensione all’emigrazione superiore rispetto alle altre aree. Dal Sud sono partiti circa 22mila italiani, dal Centro 19mila e dalle Isole 11mila.

Una perdita netta di 161mila giovani italiani

Il rallentamento del 2025 non cancella ciò che è avvenuto negli anni precedenti.

Tra il 2019 e il 2024 sono espatriati 247mila italiani tra i 25 e i 34 anni, mentre i rientri si sono fermati a 86mila.

La perdita netta è quindi di 161mila giovani italiani.

Il saldo complessivo della popolazione nella stessa fascia d’età resta positivo soltanto grazie agli stranieri: il loro contributo netto è stato pari a 454mila persone, portando il bilancio totale a un guadagno di 293mila unità.

In altre parole, l’Italia continua a perdere una parte consistente dei propri giovani, compensando il calo demografico e migratorio attraverso nuovi arrivi dall’estero.

Il capitale umano qualificato

La situazione è ancora più significativa quando si considerano soltanto i laureati.

Tra il 2019 e il 2024 l’Italia ha perso all’estero 78mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni.

Nello stesso periodo sono arrivati 88mila giovani laureati stranieri, determinando un saldo complessivo positivo di circa 10mila unità.

Il Paese riesce quindi ad attrarre capitale umano qualificato, ma non riesce ancora a trattenere una parte rilevante dei laureati formati nelle proprie università.

Il dato positivo nazionale non deve essere interpretato come la fine della fuga dei cervelli. È piuttosto il risultato di due movimenti opposti: partono molti italiani qualificati, arrivano laureati stranieri in numero leggermente superiore.

Il Sud forma, il Centro-Nord assorbe

Il dato più allarmante riguarda il Mezzogiorno.

La perdita di 150mila giovani laureati tra il 2019 e il 2025 è dovuta soprattutto alla mobilità interna. Questo significa che il principale concorrente del Sud non è soltanto Londra, Berlino o Parigi, ma Milano, Bologna, Torino, Roma e le altre aree economicamente più dinamiche del Paese.

Il fenomeno impoverisce progressivamente i territori di partenza.

Le regioni meridionali sostengono i costi dell’istruzione, della scuola e dell’università, ma una parte consistente dei benefici economici e professionali viene raccolta altrove.

A perdere non sono soltanto le famiglie. Perdono le imprese, gli ospedali, le università, le amministrazioni locali e l’intero tessuto produttivo.

Il caso dell’Umbria

Anche alcune regioni del Centro mostrano forti difficoltà.

In Umbria il saldo migratorio dei giovani laureati tra i 25 e i 39 anni è pari a -12,2 ogni mille residenti, molto peggiore rispetto alla media italiana di -4,5.

La situazione è particolarmente critica nella provincia di Terni, con -18,5 per mille. Perugia registra un saldo negativo di -10,3.

L’università umbra riesce ad attirare studenti da fuori regione: quasi quattro laureati su dieci provengono da altri territori. Il problema arriva dopo la laurea, quando molti giovani non trovano opportunità professionali adeguate e decidono di andare via.

La capacità di attrarre studenti, dunque, non coincide automaticamente con la capacità di trattenerli come lavoratori qualificati.

Dove vanno i laureati italiani

Regno Unito e Germania hanno accolto insieme poco meno di un terzo dei giovani laureati italiani espatriati tra il 2019 e il 2025, per un totale superiore a 38mila persone.

Francia e Svizzera seguono con circa 12mila ingressi ciascuna.

Tra le destinazioni extraeuropee, gli Stati Uniti rappresentano la principale meta, con circa 7mila giovani laureati italiani trasferiti nello stesso periodo.

Le scelte confermano che i giovani cercano soprattutto mercati del lavoro capaci di offrire stipendi più alti, percorsi professionali chiari, ricerca, innovazione e maggiori possibilità di carriera.

Calano anche gli ingressi dall’estero

Nel 2025 sono diminuite anche le immigrazioni complessive.

Gli ingressi sono scesi da 452mila a 440mila, con una riduzione del 2,6%.

I rimpatri degli italiani sono passati da 58mila a 56mila, mentre gli arrivi di cittadini stranieri sono diminuiti da 393mila a 383mila.

Il calo riguarda soprattutto l’America Latina e i Paesi europei. Crescono invece gli ingressi dall’Asia, aumentati del 18,6%.

Particolarmente forte l’incremento dal Marocco, passato da 24mila a 36mila arrivi, con un aumento del 48,4%. Il Bangladesh resta il primo Paese di provenienza con 37mila ingressi.

Aumentano anche gli arrivi da Pakistan, India e Perù, mentre diminuiscono nettamente quelli dall’Ucraina.

Il calo degli espatri non basta

La riduzione registrata nel 2025 è un segnale positivo, ma deve essere interpretata con prudenza.

Un solo anno non basta per parlare di inversione strutturale.

La vera questione è capire se i giovani abbiano smesso di partire perché trovano condizioni migliori in Italia oppure perché il mercato internazionale è diventato più difficile e incerto.

Per trattenere laureati e professionisti non bastano incentivi temporanei o appelli al ritorno.

Servono salari competitivi, accesso alla casa, servizi efficienti, ricerca finanziata, imprese innovative e percorsi di carriera basati sul merito.

Finché il Sud continuerà a perdere i propri giovani migliori verso il Centro-Nord e l’Italia continuerà a vedere partire decine di migliaia di laureati, il problema resterà aperto.

Il rapporto Istat offre un piccolo segnale di miglioramento. Ma la vera sfida non è ridurre per un anno le partenze.

È costruire un Paese nel quale restare non significhi rinunciare al proprio futuro.

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