Garlasco, il giudice Vitelli torna sul processo Stasi: «Fu un caso di ragionevole dubbio»

L’ex giudice del primo grado ripercorre i punti che lo portarono all’assoluzione: l’alibi informatico, il movente non provato, la bicicletta descritta dalla testimone e le incertezze sulle tracce di sangue

A diciotto anni dal delitto di Garlasco, Stefano Vitelli torna a parlare del processo ad Alberto Stasi e dei dubbi che lo portarono, in primo grado, all’assoluzione.

Nel corso di un incontro alla Versiliana dedicato al libro I ragionevoli dubbi di Garlasco, scritto insieme al giornalista Giuseppe Legato, Vitelli ha ricostruito alcuni dei passaggi che ancora oggi considera centrali. Il giudice ha ricordato la pressione mediatica dell’epoca e la difficoltà di affrontare, a soli 34 anni, uno dei processi più discussi della cronaca italiana. 

L’alibi informatico di Stasi

Uno dei primi punti affrontati riguarda l’attività di Alberto Stasi al computer la mattina dell’omicidio.

Secondo Vitelli, gli accertamenti stabilirono che tra le 9.35 e le 12.20 Stasi aveva lavorato con continuità alla propria tesi. Questo dato riduceva sensibilmente la finestra temporale disponibile per commettere l’omicidio, pulirsi, disfarsi dell’arma e tornare a lavorare senza soluzione di continuità.

Vitelli ha sottolineato anche un dubbio umano: la difficoltà di conciliare un omicidio così violento con la capacità, subito dopo, di concentrarsi con profitto su un tema tecnico come il credito d’imposta. 

Il movente non venne provato

Altro elemento centrale fu il movente.

L’ipotesi iniziale della pubblica accusa puntava su un presunto litigio legato alla pornografia, ma gli approfondimenti non individuarono segnali concreti di una lite tra Chiara Poggi e Stasi la sera precedente.

Vitelli ha ricordato che non emersero telefonate interrotte, messaggi anomali o altri elementi capaci di dimostrare un forte contrasto.

«L’alibi è davvero accertato e il movente non è mai stato provato», ha sintetizzato. 

Il mistero del lavandino

Il giudice è tornato anche sull’impronta di Stasi sul dispenser del bagno.

L’assassino entrò certamente in quella stanza, perché sul tappetino furono rinvenute impronte insanguinate. La presenza dell’impronta di Stasi sul dispenser poteva quindi apparire suggestiva.

Il problema, secondo Vitelli, era che nel lavandino non fu trovato sangue, neppure in quantità infinitesimali. Il lavabo risultava sporco, con materiale biologico riferibile agli abitanti della casa, ma senza tracce compatibili con un lavaggio dopo l’omicidio.

Per il giudice, quella coincidenza non poteva trasformarsi automaticamente in prova. 

La telefonata al 118 e il processo mediatico

Vitelli ha affrontato anche uno degli elementi che più alimentarono il giudizio pubblico contro Stasi: la telefonata al 118 e il suo comportamento dopo il ritrovamento di Chiara.

Il giudice riconosce che quella telefonata potesse apparire sospetta, ma insiste sulla differenza tra sospetto e prova.

Una reazione fredda poteva essere letta come consapevolezza della morte della fidanzata, ma anche come effetto di paura e shock davanti a una scena traumatica.

Vitelli ha ricordato che il compito del giudice non è interpretare un comportamento secondo l’impressione prevalente, ma verificare se esistano elementi oggettivi capaci di confermare il sospetto. 

«La giustizia mediatica vuole il bianco o il nero»

Uno dei temi più forti dell’incontro è stato il rapporto tra processo giudiziario e processo mediatico.

Vitelli ha sostenuto che i media e oggi soprattutto i social tendono a dividere ogni caso in due schieramenti: colpevolisti e innocentisti.

La giustizia, invece, deve accettare anche il grigio.

«Il sospetto non basta a se stesso», è il principio richiamato dal magistrato.

Secondo Vitelli, la pressione esterna può condizionare inconsapevolmente magistrati, avvocati e giudici popolari, soprattutto nei processi di enorme rilevanza mediatica. 

La bicicletta: scienza e testimonianza non coincidevano

Vitelli ha poi ricordato quello che definisce uno dei grandi misteri del processo.

Su un pedale della bicicletta di Stasi era stato rilevato DNA di Chiara Poggi, un elemento certamente importante.

Ma la vicina di casa che aveva visto una bicicletta davanti alla villetta descrisse un mezzo completamente diverso da quello di Stasi.

Per il giudice, il punto era proprio questo: un dato scientifico e un dato testimoniale, entrambi rilevanti, non coincidevano.

«Io non lo so perché non vanno d’accordo, però non vanno d’accordo», ha spiegato, sostenendo che proprio quella divergenza apriva un’ulteriore zona di ragionevole dubbio. 

Le scarpe senza sangue

Altro elemento controverso fu l’assenza di sangue sulle scarpe di Stasi.

Per l’accusa, quella mancanza poteva dimostrare che il racconto del suo ingresso nella casa non fosse vero.

Vitelli osserva però che l’assenza di una traccia è molto più difficile da interpretare rispetto alla sua presenza.

Il sangue sul pavimento poteva essere già secco, le scarpe non furono sequestrate immediatamente e Stasi riferì di avere camminato anche sull’erba. Le prove sperimentali disposte dal giudice produssero inoltre risultati non sempre uniformi.

Anche qui, per Vitelli, non era possibile raggiungere una certezza oltre ogni ragionevole dubbio. 

«Non sto dicendo che Stasi sia innocente»

Vitelli ha voluto chiarire un punto fondamentale.

Non sostiene che Alberto Stasi sia innocente.

Stasi è stato condannato in via definitiva e quella sentenza, ha ricordato, è pienamente valida e merita rispetto.

La sua posizione riguarda il processo che egli giudicò in primo grado: secondo lui, gli elementi disponibili allora non consentivano di superare la soglia del ragionevole dubbio.

«Meglio correre il rischio di avere un colpevole fuori che un innocente dentro», ha affermato. 

Il valore del dubbio

La riflessione finale va oltre Garlasco.

Per Vitelli, il dubbio non è una debolezza e non rappresenta una sconfitta della giustizia.

È uno strumento di garanzia.

Quando un giudice ha esaminato tutti gli elementi disponibili, disposto perizie, sentito testimoni e approfondito ogni pista, ma restano zone d’ombra significative, deve avere il coraggio di fermarsi.

Nel caso Garlasco, Vitelli continua a vedere quelle zone d’ombra: l’alibi, il movente non provato, la bicicletta descritta in modo diverso e le incertezze sulle tracce.

Ed è proprio qui che, ancora oggi, colloca il cuore della sua decisione.

Non nell’affermazione dell’innocenza di Stasi.

Ma nell’impossibilità, allora, di affermarne la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.