di Emanuele Esposito
Il caso Garlasco continua a produrre documenti, analisi, nuove piste investigative e inevitabilmente anche un’enorme quantità di contenuti sui social. Ma proprio quando l’attenzione pubblica raggiunge questi livelli, chi si occupa di informazione dovrebbe ricordare una regola elementare: un dubbio può essere raccontato, un’accusa deve essere provata.
Mi sono imbattuto in un video pubblicato sul canale YouTube di Francesco Piras dal titolo inequivocabile: “Garlasco scoop: ecco perché Chiara Poggi è stata uccisa dal fratello”. Non conosco personalmente Piras e non ho alcuna questione personale con lui. Il problema è esclusivamente giornalistico.
Nel video non viene soltanto formulata un’ipotesi. Viene indicato direttamente Marco Poggi come responsabile dell’omicidio della sorella e viene sostenuto che il delitto sarebbe stato collegato a un presunto rituale e a una rete molto più ampia.
È un salto enorme.
Quando si attribuisce pubblicamente a una persona un omicidio, non possono bastare intuizioni, associazioni di parole, presunti codici o interpretazioni personali di chat.
Servono prove.
E se quelle prove esistono, il primo luogo nel quale dovrebbero arrivare non è YouTube ma la Procura della Repubblica.
Le chat e il problema del metodo
Gran parte della ricostruzione proposta nel video nasce dalla lettura di presunte chat nelle quali Piras individua parole, nomi, iniziali e riferimenti che collega successivamente a persone ed eventi.
Il problema è che lo stesso autore, spiegando il proprio metodo, ammette che alcune interpretazioni derivano dal tentativo di estrarre parole da frasi apparentemente codificate e che talvolta il risultato arriva, per usare la sua stessa espressione, «un po’ a culo».
Da un’analisi dichiaratamente incerta non si può però arrivare a una certezza giudiziaria.
Nel video vengono inoltre costruiti collegamenti con i fratelli Tate, Jeffrey Epstein, Donald Trump, ambienti televisivi, giornalisti, presunte organizzazioni sataniste e una supposta rete internazionale. La semplice comparsa della parola “Tate” viene interpretata come conferma della presenza dei fratelli Tate nella presunta organizzazione.
Ma nel giornalismo investigativo una parola non diventa automaticamente una persona, una coincidenza non diventa un collegamento e un’interpretazione non diventa una prova.
Garlasco non può diventare una serie televisiva
Il problema supera il singolo video.
Intorno alla morte di Chiara Poggi si è ormai sviluppato un universo parallelo fatto di televisioni, social network, podcast, live streaming, psicologi, criminologi, ex investigatori e improvvisati investigatori digitali.
Tutti hanno diritto ad avere un’opinione.
Ma esiste una differenza sostanziale tra interrogarsi su un elemento e attribuire una responsabilità penale.
La cronaca giudiziaria seria vive proprio di questa distinzione.
Raccontare che una persona è indagata non significa dire che è colpevole.
Riferire che una consulenza individua una compatibilità non significa trasformarla in identificazione certa.
Criticare gli errori compiuti sulla scena del crimine non significa dichiarare automaticamente innocente Alberto Stasi.
Allo stesso modo, l’esistenza di una nuova indagine su Andrea Sempio non autorizza nessuno a considerarlo colpevole.
Le domande vere sono già abbastanza
Sul caso Garlasco esistono elementi reali sui quali il giornalismo ha pieno diritto di indagare.
La gestione iniziale della villetta di via Pascoli è stata criticata sotto molti aspetti. Sono riemersi reperti, fotografie, tracce e questioni tecniche che meritano approfondimento.
Ci sono documenti giudiziari.
Ci sono consulenze.
Ci sono nuovi accertamenti della Procura.
C’è materiale sufficiente per fare giornalismo senza dover aggiungere scenari che non dispongono ancora di riscontri verificabili.
Ed è proprio per questo che le accuse personali lanciate attraverso i social rischiano di produrre l’effetto opposto: confondere ciò che è documentato con ciò che appartiene alla suggestione.
Anche gli attacchi ai giornalisti meritano prudenza
Nel video vengono attaccati anche giornalisti e professionisti che da tempo seguono il caso, con giudizi particolarmente duri e con l’attribuzione ad alcuni di loro di presunti collegamenti con le chat analizzate.
Si può criticare Luigi Grimaldi.
Si può contestare Francesca Bugamelli.
Si possono discutere gli articoli di Albina Perri, Rita Cavallaro, Alessandro De Giuseppe o di qualsiasi altro giornalista che abbia seguito Garlasco.
È il nostro mestiere.
Ma bisogna farlo sui contenuti.
Documenti contro documenti.
Ricostruzioni contro ricostruzioni.
Non insinuazioni contro persone.
Molti professionisti che stanno seguendo il nuovo capitolo di Garlasco stanno cercando di separare le nuove acquisizioni investigative dalle interpretazioni televisive. Possono sbagliare, come tutti. Ma un errore giornalistico si corregge con i fatti, non costruendo un’altra teoria priva di verifica.
La domanda da rivolgere a Piras
A Francesco Piras va quindi posta una domanda molto semplice.
Quali sono le prove verificabili dell’accusa che formula?
Se le chat sono autentiche, da dove provengono?
Chi le ha acquisite?
Da quali dispositivi?
Sono state consegnate alla magistratura?
Sono state sottoposte a una verifica forense?
Quale elemento permette di attribuire con certezza nomi, iniziali e parole alle persone indicate nel video?
Sono domande indispensabili perché il titolo scelto non lascia spazio all’ambiguità.
Non dice “una nuova ipotesi”.
Dice chi avrebbe ucciso Chiara Poggi.
E davanti a un’affermazione di questa portata l’onere della prova non può essere trasferito sul pubblico.
Il limite che dobbiamo recuperare
Garlasco ha già conosciuto troppi processi mediatici.
Oggi rischia di conoscerne altri, semplicemente con protagonisti differenti.
Bisognerebbe invece recuperare una parola che nell’informazione contemporanea sembra quasi diventata una debolezza: prudenza.
Prudenza non significa censurare.
Non significa smettere di fare domande.
Significa sapere quando un elemento è un fatto, quando è un’ipotesi e quando è soltanto una supposizione.
Chiara Poggi non può diventare il pretesto per una gara a chi produce la teoria più clamorosa.
Dietro quella storia ci sono una vittima, una famiglia e persone reali.
La verità giudiziaria si cerca attraverso prove e riscontri, non attraverso il numero delle visualizzazioni.
Se Francesco Piras possiede davvero elementi capaci di dimostrare ciò che sostiene, li consegni alla magistratura.
Se invece siamo ancora nel campo delle interpretazioni, allora bisogna chiamarle con il loro nome.
Perché tra fare un’inchiesta e pronunciare una sentenza esiste un confine.
Ed è un confine che chiunque faccia informazione dovrebbe avere il dovere di non superare.
Vi lascio il video in questione. Guardatelo, ascoltate le affermazioni, osservate il metodo utilizzato e giudicate voi. Perché un conto è sollevare dubbi e formulare ipotesi, un altro è indicare pubblicamente una persona come responsabile di un omicidio. Quando si supera quel confine, servono prove. Non suggestioni.
