La catastrofe al confine tra Nepal e Cina assume dimensioni sempre più drammatiche. Il bilancio complessivo ha superato i 950 morti, mentre oltre 4.400 persone risultano ancora disperse. In Nepal almeno 900 lavoratori mancano all’appello in dodici impianti idroelettrici colpiti dalle inondazioni e circa 500 potrebbero essere rimasti intrappolati all’interno di enormi tunnel sotterranei. Tra i dispersi ci sono anche 43 australiani: nove di loro, secondo Penny Wong, avevano già attraversato il confine ed erano entrati in Cina al momento del disastro.
È diventata una corsa contro il tempo.
Sei giorni dopo le devastanti alluvioni improvvise che hanno colpito l’area himalayana tra Nepal e Tibet, le squadre di soccorso stanno tentando di raggiungere centinaia di lavoratori che potrebbero essere rimasti intrappolati nei tunnel degli impianti idroelettrici.
Le cifre raccontano una tragedia enorme: oltre 950 morti tra Nepal e Cina e più di 4.400 persone ancora disperse.
Solo in Nepal, l’agenzia nazionale per i disastri ha contato 939 vittime e 3.925 dispersi, tra cui 592 cittadini stranieri. Sul versante cinese, le autorità avevano riferito 16 morti e 546 persone mancanti.
Almeno 900 lavoratori dispersi negli impianti idroelettrici
Una delle emergenze più gravi riguarda i progetti idroelettrici nelle regioni nepalesi di Rasuwa e Nuwakot.
Secondo l’associazione dei produttori indipendenti di energia del Nepal, almeno 900 lavoratori risultano dispersi in dodici impianti danneggiati dalle inondazioni.
Circa 500 di loro potrebbero trovarsi ancora all’interno dei tunnel.
Queste strutture sono enormi: alcuni tunnel sono sufficientemente grandi da permettere il passaggio di camion e vengono utilizzati per controllare il flusso dell’acqua verso gli impianti.
In alcuni casi, secondo gli esperti, potrebbe essere ancora presente ossigeno sufficiente per consentire la sopravvivenza.
Ma con il passare delle ore aumentano le preoccupazioni per la mancanza di acqua e cibo e per il rischio di soffocamento.
Quattro corpi recuperati dai tunnel
L’esercito nepalese ha riferito che quattro corpi sono già stati recuperati da tre tunnel riempiti di fango.
Al momento della catastrofe alcuni lavoratori erano riusciti a telefonare chiedendo aiuto. Altri, riusciti a scappare, avevano raccontato alle autorità che numerosi colleghi erano rimasti all’interno.
Non è però chiaro se, dopo quelle prime comunicazioni, sia stato possibile mantenere contatti con le persone intrappolate.
«È una corsa contro il tempo», ha spiegato il geoscienziato Jakob Steiner, sottolineando che anche dove l’ossigeno è disponibile resta il problema dell’accesso a cibo e acqua.
Upper Trishuli-1: 576 dispersi
Particolarmente grave la situazione dell’Upper Trishuli-1 Hydropower Project, nel distretto di Rasuwa.
Qui almeno 576 persone risultano disperse e circa 300 potrebbero trovarsi all’interno del tunnel dell’impianto.
Al progetto Trishuli-3, invece, le squadre di soccorso stanno cercando di scendere per circa 15 metri all’interno di un tunnel nel tentativo di raggiungere eventuali sopravvissuti.
Le operazioni sono estremamente difficili per la quantità di fango, detriti e acqua accumulata.
43 australiani ancora dispersi
Continua intanto l’angoscia per le famiglie dei 43 australiani ancora senza notizie.
La ministra degli Esteri Penny Wong ha dichiarato che il governo nutre «gravi preoccupazioni» per la loro sicurezza.
Canberra ha potuto confermare che nove dei 43 avevano attraversato il confine ed erano entrati in Cina quando il disastro ha colpito.
Per gli altri, invece, non esiste ancora una localizzazione definitiva.
«Stiamo cercando urgentemente di accertare dove si trovino», ha spiegato Wong, sottolineando che le autorità australiane non dispongono ancora di informazioni confermate sulla sorte dell’intero gruppo.
Australia invia un C-17 e aumenta gli aiuti
Il governo australiano sta intensificando la risposta umanitaria.
Un C-17A della Royal Australian Air Force è previsto in partenza verso il Nepal con forniture, equipaggiamenti e personale.
Canberra ha annunciato complessivamente 8 milioni di dollari di assistenza umanitaria per sostenere le operazioni di emergenza.
L’obiettivo è aiutare le autorità locali nelle ricerche, nelle evacuazioni e nell’assistenza alle migliaia di persone che hanno perso casa e mezzi di sostentamento.
Sul lato cinese informazioni ancora limitate
Anche la zona cinese della frontiera è stata devastata.
Le autorità stanno lavorando per ricostruire la strada che conduce al Gyirong Port, uno dei principali valichi tra Cina e Nepal.
Secondo la televisione di Stato CCTV, alcuni tratti si trovano ancora sotto due o tre metri d’acqua.
Le immagini mostrano camion carichi di enormi rocce utilizzati per ricostruire il percorso distrutto dalla piena.
Restano però limitate le informazioni dettagliate sulle vittime e sui dispersi presenti sul lato tibetano.
Il collasso del ghiacciaio ha generato un evento sismico
Le prime analisi scientifiche forniscono intanto nuovi dettagli sull’origine della catastrofe.
Gli studiosi che hanno analizzato le immagini satellitari ritengono che il disastro sia iniziato dopo il cedimento della roccia sotto un ghiacciaio ad alta quota.
Parte del ghiacciaio sarebbe precipitata insieme alla massa rocciosa, generando una forza tale da essere registrata come un evento sismico di magnitudo 5,2.
Rocce, ghiaccio e acqua di fusione hanno quindi gonfiato rapidamente i corsi d’acqua nelle valli sottostanti, trasformandoli in una gigantesca ondata di fango e detriti.
Ponti, edifici, strade e interi insediamenti sono stati trascinati via nel giro di pochi minuti.
La speranza nei tunnel
Ora il centro dell’emergenza si sposta sotto terra.
Centinaia di famiglie attendono notizie dei lavoratori che potrebbero essere rimasti nei tunnel degli impianti idroelettrici.
Ogni ora che passa riduce le possibilità di trovare sopravvissuti, ma le squadre di soccorso continuano a scavare.
Nel disastro che ha già cancellato villaggi, strade e intere famiglie, quei tunnel sono diventati contemporaneamente una possibile trappola mortale e uno degli ultimi luoghi nei quali può ancora esserci vita.
