Il Brent ha chiuso a 97,31 dollari al barile dopo aver toccato 98,06 dollari, il livello più alto dal 24 luglio. La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, con attacchi contro navi e minacce alle infrastrutture energetiche del Golfo, riporta il mercato a pochi dollari dalla soglia psicologica dei 100. Per l’Australia, un rialzo prolungato del greggio potrebbe tradursi in maggiori costi per carburanti, trasporti, logistica e prodotti importati, complicando ulteriormente il quadro dell’inflazione.
Il petrolio torna vicino alla soglia dei 100 dollari al barile mentre aumenta nuovamente la tensione tra Stati Uniti e Iran.
Il Brent ha guadagnato l’1,1% chiudendo a 97,31 dollari, dopo aver raggiunto durante la seduta quota 98,06 dollari, massimo delle ultime sei settimane. Il West Texas Intermediate statunitense è salito invece a circa 92,65 dollari, dopo un massimo intraday di 93,29.
Il movimento dei prezzi arriva dopo una nuova serie di operazioni militari e attacchi alla navigazione nel Golfo, mentre Teheran ha avvertito che ulteriori azioni statunitensi potrebbero ricevere risposte contro interessi energetici nella regione.
Teheran: «Colpite i nostri asset e sarete colpiti»
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha avvertito che qualsiasi nuovo attacco contro gli asset iraniani provocherà una risposta.
La minaccia arriva dopo nuovi scontri nel fine settimana tra Stati Uniti e Iran, che hanno interessato anche il traffico marittimo. Secondo Reuters, forze statunitensi hanno colpito tre petroliere iraniane dopo precedenti attacchi contro unità navali americane.
Il rischio per i mercati non riguarda soltanto la produzione iraniana.
Teheran ha indicato come potenzialmente vulnerabili anche infrastrutture petrolifere e del gas presenti nel Golfo, comprese quelle legate agli interessi statunitensi.
Una nuova escalation potrebbe quindi coinvolgere un’area che resta centrale per l’approvvigionamento energetico mondiale.
Lo Stretto di Hormuz torna al centro
Il punto più sensibile rimane lo Stretto di Hormuz, una delle principali arterie mondiali per il trasporto di petrolio e gas.
L’Iran ha già rafforzato le restrizioni alla navigazione e ha annunciato l’intenzione di istituire una nuova zona marittima soggetta a limitazioni.
Il traffico attraverso lo stretto si è ridotto sensibilmente durante il conflitto e qualsiasi ulteriore ostacolo alle esportazioni del Golfo aumenterebbe la pressione sull’offerta internazionale.
È proprio questa incertezza che il mercato sta incorporando nei prezzi.
Non conta soltanto quanto petrolio sia effettivamente fuori dal mercato oggi, ma quanto potrebbe diventarlo se gli attacchi dovessero estendersi.
Goldman Sachs: in uno scenario grave il petrolio potrebbe salire ancora
Secondo Reuters, Goldman Sachs considera possibile, in presenza di un’interruzione più importante delle forniture, uno scenario con prezzi fino a 120 dollari al barile.
Non si tratta della previsione di base, ma di uno scenario legato a un deterioramento significativo della situazione nel Golfo.
Intanto OPEC+ ha deciso di lasciare invariata la propria politica produttiva per ottobre, senza introdurre nuovi aumenti dell’offerta.
Questo significa che, nel breve periodo, il mercato continuerà a dipendere soprattutto dall’evoluzione della crisi e dalla capacità dei produttori del Golfo di mantenere le esportazioni.
Perché interessa direttamente l’Australia
Per l’Australia il problema non è soltanto il prezzo internazionale del petrolio.
Un Brent stabilmente vicino o sopra i 100 dollari può progressivamente trasferirsi sui prezzi di benzina, diesel e carburante per l’aviazione.
Da lì l’effetto può estendersi a trasporto merci, distribuzione, agricoltura, costruzioni, industria alimentare e logistica.
Per un Paese caratterizzato da grandi distanze interne e da una forte dipendenza dal trasporto su strada, anche variazioni relativamente limitate del costo del diesel possono incidere sui costi operativi delle imprese.
E quando aumentano i costi di trasporto, una parte può arrivare ai prezzi pagati dai consumatori.
Il rischio inflazione
Il secondo problema riguarda l’inflazione.
Il rialzo dell’energia è già tornato al centro dell’attenzione dei mercati globali. Reuters segnala che la crescita del petrolio e dei prezzi dei carburanti sta alimentando nuove preoccupazioni inflazionistiche e aumentando la pressione sulle aspettative relative alle politiche delle banche centrali.
Per l’Australia questo passaggio è particolarmente delicato.
Se il petrolio rimanesse elevato per settimane o mesi, l’effetto sui carburanti potrebbe aggiungersi ai costi già sostenuti da famiglie e imprese.
Un nuovo shock energetico renderebbe inoltre più difficile il percorso di riduzione dell’inflazione, soprattutto perché il carburante entra direttamente nei bilanci familiari e indirettamente nei prezzi di moltissimi beni.
Anche il food potrebbe risentirne
L’impatto potenziale riguarda anche il settore alimentare.
La produzione e la distribuzione del cibo dipendono da carburante, fertilizzanti, refrigerazione, trasporto su gomma e movimentazione delle merci.
Per i prodotti importati bisogna inoltre considerare i costi marittimi.
Un aumento persistente del petrolio non significa automaticamente un aumento immediato e uniforme dei prezzi nei supermercati, ma crea un’ulteriore pressione lungo la supply chain.
Lo stesso vale per ristorazione e hospitality, settori particolarmente esposti alle variazioni dei costi di trasporto e delle materie prime.
La soglia dei 100 dollari è soprattutto psicologica
Il Brent non ha ancora superato i 100 dollari.
Ma trovarsi a meno di tre dollari da quella soglia cambia la percezione del mercato.
La questione decisiva non sarà il singolo superamento del livello, ma quanto a lungo i prezzi resteranno elevati e quanto petrolio effettivamente smetterà di raggiungere il mercato internazionale.
Una rapida de-escalation potrebbe riportare parte del premio geopolitico fuori dalle quotazioni.
Un allargamento degli attacchi alle infrastrutture energetiche o una maggiore restrizione del traffico nello Stretto di Hormuz produrrebbe invece il rischio opposto.
Per l’Australia la crisi è geograficamente lontana, ma economicamente molto più vicina: se il petrolio dovesse superare stabilmente i 100 dollari, il primo effetto sarebbe visibile alle pompe di benzina; quello successivo potrebbe arrivare attraverso trasporti, prezzi al consumo e inflazione.
