Abraham Lincoln: il mito del Grande Emancipatore alla prova della storia

di Angelo Paratico

La maggior parte degli americani considera Abraham Lincoln (1809-1865) il più grande presidente della storia. La sua leggenda di “Grande Emancipatore” ha assunto proporzioni mitiche grazie a centinaia di libri, a una festa nazionale, a film e a un monumento a Washington, D.C., che ne esaltano l’eroismo e il martirio.

Ma cosa succederebbe se quasi tutto ciò che sappiamo di Lincoln fosse falso? E se, invece di essere un eroe americano che cercava di liberare gli schiavi, Lincoln fosse stato in realtà un politico calcolatore che scatenò la guerra più sanguinosa della storia americana per costruire un impero in grado di rivaleggiare con quello della Gran Bretagna?

Le tesi di DiLorenzo

Nel libro «The Real Lincoln», l’autore Thomas J. DiLorenzo svela un lato di Lincoln che non viene raccontato in molti libri di storia e che è stato oscurato dal mito.

Attraverso ricerche approfondite e una documentazione meticolosa, DiLorenzo descrive il sedicesimo presidente come un uomo che dedicò la propria carriera politica a rivoluzionare la forma di governo americana, trasformandola da un sistema molto limitato nella sua portata e altamente decentralizzato — come volevano i Padri Fondatori — in uno Stato fortemente centralizzato e attivo.

A ostacolarlo, tuttavia, c’era il Sud, con i suoi Stati indipendenti, la sua resistenza al governo nazionale e la sua fiducia nel libero scambio senza restrizioni.

Per raggiungere i propri obiettivi, Lincoln sovvertì la Costituzione, calpestò i diritti degli Stati e scatenò una devastante guerra civile, le cui ferite restano aperte ancora oggi.

Ben 600.000 soldati americani non sarebbero morti per la nobile causa di porre fine alla schiavitù, ma per il dubbio obiettivo di sacrificare l’indipendenza degli Stati alla supremazia del governo federale, che ha continuato a stringere la propria morsa sulla Repubblica fino ai giorni nostri.

In «The Real Lincoln» appare dunque un lato di Lincoln che probabilmente non è mai stato insegnato a scuola: un volto che mette in discussione i miti che lo circondano e aiuta a spiegare le vere origini di una guerra sanguinosa e, forse, inutile.

DiLorenzo critica Lincoln per la sospensione dell’«habeas corpus», le violazioni del Primo Emendamento, i crimini di guerra commessi dai generali durante la Guerra civile americana e l’espansione del potere governativo.

Egli sostiene inoltre che le opinioni di Lincoln sulla razza mostrassero forme di bigottismo oggi comunemente trascurate, come la fede nella superiorità razziale dei bianchi, l’opposizione alla mescolanza razziale e persino alla partecipazione degli uomini di colore alle giurie.

La situazione degli Stati Uniti nel 1861 assomiglia, per certi versi, a quella dell’Europa dei giorni nostri, con un Nord ricco e sviluppato che strangola i commerci degli Stati mediterranei, cercando di imporre un fiscalismo miope ed esasperato, utile soltanto ai propri interessi e non a quelli dell’intera comunità.

Abraham Lincoln

Della schiavitù, secondo questa interpretazione, a Lincoln importava poco. Era però un astutissimo uomo politico e, durante la propria attività di avvocato, prima di entrare in politica, aveva difeso uno schiavista contro uno schiavo che gli era fuggito. Inoltre, la famiglia di sua moglie possedeva diversi schiavi neri.

Abraham Lincoln divenne presidente degli Stati Uniti il 4 marzo 1861 e nel suo discorso inaugurale disse che l’unione fra gli Stati non era stata volontaria, ma forgiata con il sangue e pertanto inscindibile.

Dichiarò:

«Non ho nessuna intenzione di interferire, direttamente o indirettamente, con l’istituzione della schiavitù negli Stati dove questa esiste. Credo di non avere nessun diritto legale di farlo, dunque non lo farò».

Aggiunse addirittura che avrebbe rafforzato le leggi riguardanti gli schiavi fuggiaschi, affinché fossero riconsegnati ai loro padroni.

In pratica, offrì una garanzia agli Stati secessionisti del Sud: se fossero rimasti nell’Unione e avessero accettato le misure fiscali imposte dal Nord, avrebbero potuto conservare i propri schiavi.

Il suo omologo Jefferson Davis, a capo della Confederazione degli Stati del Sud, mirava a una pacifica coesistenza con il Nord, più industrializzato e forte. Ma il solco fra gli Stati meridionali e quelli settentrionali era ormai troppo profondo.

Secondo DiLorenzo, tale frattura non era stata creata dal problema della schiavitù, come molti credono, ma dalle tariffe che il Nord impose sull’importazione di alcuni prodotti attraverso l’applicazione di barriere protezionistiche. Il 75 per cento dei prodotti agricoli del Sud veniva infatti venduto in Europa.

DiLorenzo afferma che Lincoln scatenò la Guerra civile americana non per abolire la schiavitù, ma per centralizzare il potere e far rispettare la tariffa Morrill, fortemente protezionistica.

In pratica, Lincoln dichiarò che non avrebbe adottato una linea morbida nei confronti dei secessionisti in materia fiscale, come aveva fatto in precedenza Andrew Jackson, riducendo la cosiddetta “tariffa abominevole”.

Minacciò quindi violenze e spargimenti di sangue per riscuotere quelle tasse e, alla fine, come ben sappiamo, mantenne la propria promessa.

La guerra per liberare gli schiavi

Lincoln chiese a Giuseppe Garibaldi, immensamente popolare, di comandare gli eserciti del Nord. L’Eroe dei Due Mondi rispose che ci avrebbe pensato se gli Stati Uniti avessero dichiarato che quella guerra veniva combattuta esclusivamente per abolire la schiavitù, ma non ricevette mai risposta.

Per lungo tempo questa vicenda fu considerata una leggenda, ma alcuni anni fa emerse dagli archivi di Torino uno scambio epistolare fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II che prova come l’offerta americana fosse stata effettivamente formulata dal governo di Washington.

La guerra per liberare gli schiavi fu la foglia di fico creata a conflitto già cominciato, per coprire il sangue e le distruzioni provocate dalla guerra. In realtà, quella fu una guerra combattuta per costringere gli Stati del Sud a pagare le tasse e a tacere.

Lincoln aveva una forte vena letteraria e filosofica, anche se fu un autodidatta. Con il suo discorso per inaugurare il cimitero di Gettysburg, il 19 novembre 1863, prendendo spunto da Pericle, sotto una pioggia battente e con i cadaveri dei soldati sudisti e nordisti non ancora del tutto sepolti, creò un monumento immortale e un capolavoro letterario.

Possiamo leggerlo in un minuto e trenta secondi e resta un monito per tutti quei politici chiacchieroni che, in discorsi lunghi ore, non dicono un millesimo di ciò che disse lui.