Voto estero, un applauso ai perdenti. Il mio silenzio non lo avrete

«Quando vi sono interessi che non sono di parte o di schieramento di partito, la politica dell’intesa è indispensabile». Mirko Tremaglia 

La riduzione delle ripartizioni estere apre una ferita che, per me, è anche politica e personale. Dalla parte che ho sostenuto mi aspettavo una difesa della nostra rappresentanza. Ho trovato qualche voce isolata e una scelta che non posso accettare.

di Emanuele Esposito

«Un grande applauso ai perdenti».

Continuo a pensare a queste parole. A chi combatte una battaglia sapendo di non avere i numeri, le protezioni, le conoscenze giuste. A chi telefona, scrive, insiste, prova a spiegare, mentre altrove qualcuno ha probabilmente già smesso di ascoltare. A chi perde e il giorno dopo deve comunque alzarsi, andare a lavorare, mantenere una famiglia. Senza un incarico di consolazione. Con la sola possibilità di guardarsi allo specchio e domandarsi se abbia fatto abbastanza.

Oggi mi sento dalla loro parte. Dalla parte dei perdenti. Ma non dalla parte di chi deve vergognarsi.

Il 15 settembre il Senato ha approvato la riforma elettorale con 113 voti favorevoli, 71 contrari e due astensioni. Il testo, modificato durante l’esame, deve tornare alla Camera: non siamo ancora davanti a una legge definitivamente approvata. Questo va detto con precisione. Ma la scelta politica sulla rappresentanza degli italiani all’estero è stata confermata a Palazzo Madama. 

Per la Camera, le quattro ripartizioni diventerebbero due: Europa da una parte; Americhe, Africa, Asia, Oceania e Antartide dall’altra. Per il Senato, un unico collegio comprenderebbe l’intera Circoscrizione Estero. Continenti riuniti nello stesso spazio elettorale, come se la distanza fosse soltanto un problema da risolvere sulla carta. 

La questione non è che un candidato residente in Australia diventerebbe impossibile da eleggere. Il punto è che verrebbe meno l’autonomia elettorale dell’attuale ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, insieme alla garanzia territoriale che oggi le assicura un deputato e un senatore. Un’eventuale elezione e una rappresentanza garantita alla ripartizione non sono la stessa cosa. È questa la differenza che considero decisiva. 

Per me significa esporre ulteriormente le comunità più piccole al rischio di diventare marginali. Significa chiedere a un territorio di affidarsi alla speranza di contare abbastanza dentro uno spazio enormemente più grande. E chiamare tutto questo una semplice riorganizzazione non rende la scelta meno grave.

Non mi aspettavo dalla mia parte politica una cosa del genere.

Lo scrivo senza girarci intorno. Dal centrodestra che ho sostenuto, difeso, al quale ho dedicato tempo, energie e fiducia, mi aspettavo altro. Non pretendevo che condividesse ogni mia opinione. Mi aspettavo però che, davanti alla possibilità di indebolire il legame fra gli italiani nel mondo e la loro rappresentanza, qualcuno dicesse chiaramente: questa linea non si oltrepassa.

Ho passato notti a telefonare, a cercare interlocutori, a proporre argomenti, a sensibilizzare persone. Ho fatto quello che qui in Australia chiamiamo lobby: provare a portare una questione dentro i luoghi nei quali si decide. Non per un interesse astratto, ma perché dietro quelle ripartizioni ci siamo noi.

Non è servito. O, almeno, non è servito a cambiare questa scelta.

Sarebbe ingiusto mettere tutti nello stesso sacco. Roberto Menia ha presentato proposte di modifica e ha tentato di aprire uno spazio diverso dentro la maggioranza. Gli riconosco questo merito. Ma il governo ne ha chiesto il ritiro e lui ha accettato; una sua proposta, ripresa da Ivan Scalfarotto, è stata comunque votata e respinta. 

Apprezzo chi ha provato a opporsi. Non considero quel tentativo sufficiente ad assolvere la mia parte politica. Una testimonianza di dissenso ha un valore; una presa di posizione capace di mettere realmente in discussione una scelta ne ha un altro. Io aspettavo la seconda.

E non cancello, per appartenenza, chi si è battuto dall’altra parte: Francesco Giacobbe è intervenuto contro l’accorpamento e contro l’idea di risolvere la competizione elettorale ridisegnando le ripartizioni. Riconoscerlo è un dovere di onestà, non un cambio di casacca. 

Proprio questo rende la delusione più amara. Dover cercare altrove la difesa di un principio che ritenevo parte della mia stessa casa politica.

Quale interesse degli italiani all’estero viene tutelato da questa scelta? Quale vantaggio concreto dovrebbe ricavarne una comunità che perde la propria autonomia elettorale? Vorrei risposte su questo, non rassicurazioni generiche sulla possibilità che qualcuno, un giorno, riesca comunque a farsi eleggere.

Non presenterò come fatti accordi sottobanco dei quali non ho prove. La mia accusa è politica e riguarda una decisione pubblica: considero uno scempio sacrificare la rappresentanza territoriale agli equilibri fra partiti, alle convenienze elettorali o alla speranza di ottenere un risultato migliore. I diritti di una comunità non possono diventare una disponibilità da mettere sul tavolo delle trattative.

E chi ritiene questa riforma utile abbia almeno il coraggio di difenderla davanti a noi, spiegandone le conseguenze. Senza nascondersi dietro il linguaggio tecnico. Senza pretendere che la fedeltà politica ci impedisca di fare domande.

Ma il mio giudizio non riguarda soltanto chi ha votato.

Riguarda anche il silenzio di chi si presenta come difensore degli italiani nel mondo e, davanti a questa scelta, non ha ritenuto necessario esporsi con chiarezza. Di chi rivendica una funzione di rappresentanza, ma sembra dimenticare che rappresentare significa anche assumersi il rischio di scontentare qualcuno più potente.

Dove era la presa di posizione netta che questa vicenda meritava? Dove era la disponibilità a dire pubblicamente ai propri riferimenti politici che la comunità veniva prima dell’appartenenza?

Non chiedevo eroismi. Chiedevo coerenza.

Una timida protesta non può diventare una ricevuta da esibire domani per dimostrare di avere fatto il proprio dovere. E il dissenso pronunciato soltanto quando non disturba nessuno serve soprattutto a mettere al riparo chi lo pronuncia.

Per me, il richiamo a Mirko Tremaglia ha senso soltanto se obbliga a una responsabilità nel presente. Non mi interessa una memoria ridotta a cerimonia. Mi interessa il principio: gli italiani all’estero sono cittadini, con territori, esigenze e una voce che deve poter arrivare nelle istituzioni. Non una platea da ringraziare prima di passare all’argomento successivo.

So che anche noi dobbiamo interrogarci. Su quanto abbiamo delegato, su quante volte abbiamo confuso una presenza istituzionale con un risultato, una promessa con un impegno. Mi ci metto dentro. Ho creduto, ho difeso, ho dato fiducia. Oggi devo assumermi anche la responsabilità di riconoscere che quella fiducia è stata ferita.

Prendo atto. E nelle prossime settimane prenderò una decisione personale che riguarderà anche la mia vita politica e il mio modo di essere cittadino italiano.

Non la anticipo e non la uso come minaccia. Non cerco una telefonata riparatrice, una pacca sulla spalla o una spiegazione riservata che lasci tutto com’è.

So che servirà a poco nei rapporti di forza. La scelta di una persona non sposta una maggioranza parlamentare. Non restituisce da sola una garanzia territoriale. Non interrompe il lavoro delle segreterie.

Ma servirà a dire che il consenso non è una proprietà dei partiti. Che la fiducia ricevuta comporta una responsabilità. Che non si può chiedere a una persona di difendere per anni certi principi e poi pretendere che taccia quando quei principi diventano scomodi.

Servirà anche a mettere in evidenza quello che considero lo squallore politico di certi comportamenti: proclamarsi difensori dei diritti degli italiani nel mondo e sottrarsi alla responsabilità di difenderli quando farlo costa qualcosa.

Non ho bisogno di vincere questa discussione per sapere da quale parte voglio stare. Ho bisogno di poter riconoscere ancora le ragioni per cui mi sono impegnato.

Un applauso, allora, a chi ci ha provato e ha perso. A chi non ha trasformato la propria delusione in convenienza. A chi continuerà a chiedere conto delle scelte compiute.

Posso accettare di avere perso una battaglia. Non accetto di dover applaudire chi considero responsabile della sconfitta. E il mio silenzio non lo avrete.