Il governo Labor punta a ridurre la migrazione netta a 225.000 persone entro il 2028 intervenendo su studenti, familiari e visti temporanei. Un esperto dell’ANU definisce l’obiettivo «teatro numerico sul numero sbagliato».
A cura della redazione online
Il piano del governo australiano per ridurre la migrazione netta sta suscitando preoccupazione nel settore universitario e dubbi tra gli esperti, secondo i quali fissare un tetto complessivo potrebbe offrire l’impressione di un maggiore controllo senza affrontare adeguatamente la struttura del sistema migratorio.
Il ministro degli Affari interni Tony Burke si prepara a presentare una riforma incentrata soprattutto sui visti temporanei, con nuove restrizioni per gli studenti internazionali, i loro familiari e le persone che cercano di prolungare la permanenza in Australia passando ripetutamente da un visto all’altro.
L’obiettivo del governo sarebbe ridurre la migrazione netta dall’attuale livello di circa 306.000 persone a 245.000 nell’anno finanziario 2026-27 e a 225.000 nel 2027-28.
Che cosa misura la migrazione netta
La net overseas migration, conosciuta con la sigla NOM, viene calcolata sottraendo dal numero degli arrivi di lungo periodo quello delle partenze.
Non comprende soltanto le persone che ricevono un nuovo visto permanente. Nel calcolo rientrano studenti internazionali, lavoratori temporanei, titolari di Working Holiday Visa, familiari, cittadini australiani e residenti permanenti che entrano o lasciano il Paese per periodi prolungati.
Circa due terzi dell’attuale dato di 306.000 persone è composto da titolari di visti temporanei. Per ridurre la NOM, il governo intende quindi intervenire soprattutto sui programmi che può modificare direttamente, come quelli destinati agli studenti e ai lavoratori temporanei.
L’esperto: «Un obiettivo destinato a essere mancato»
Alan Gamlen, direttore del Migration Hub dell’Australian National University, ha criticato la scelta di concentrare il dibattito politico sulla cifra complessiva della migrazione netta.
Secondo il professore, fissare un tetto alla NOM sarebbe «teatro numerico sul numero sbagliato», perché una parte consistente dei movimenti considerati nel calcolo non può essere controllata dal governo.
I cittadini australiani e i residenti permanenti, per esempio, hanno il diritto di entrare e uscire dal Paese. Le loro decisioni contribuiscono al risultato finale, ma non possono essere sottoposte a quote migratorie.
«Avere un obiettivo per la migrazione netta è una cattiva idea. Se si stabilisce un obiettivo, sarà sempre mancato», ha affermato Gamlen.
Il rischio, secondo l’esperto, è che il mancato raggiungimento dei numeri annunciati riduca ulteriormente la fiducia della popolazione nella capacità del governo di gestire l’immigrazione.
Gamlen ha ricordato quanto accaduto nel Regno Unito prima della Brexit, quando il ripetuto mancato rispetto degli obiettivi sulla migrazione netta contribuì a rafforzare la percezione di un sistema fuori controllo.
Altri Paesi avrebbero già abbandonato questo approccio. Il Canada, per esempio, concentra maggiormente i propri obiettivi sui programmi temporanei, che possono essere regolati attraverso il numero e le condizioni dei visti.
Le università temono un nuovo vuoto finanziario
Il settore universitario è particolarmente preoccupato dalla possibilità che il governo riduca ulteriormente il numero degli studenti internazionali e limiti l’arrivo dei loro familiari.
L’amministratore delegato di Universities Australia, Luke Sheehy, si è detto «profondamente preoccupato» e ha avvertito che la riforma potrebbe provocare «danni duraturi» alle università.
Secondo Sheehy, per decenni i governi australiani hanno incoraggiato gli atenei ad attrarre studenti stranieri, rendendo le relative entrate una componente essenziale del loro finanziamento.
Una riduzione significativa degli iscritti internazionali aprirebbe quindi un nuovo vuoto nei bilanci universitari. Il settore chiede al governo di chiarire se sia disposto a compensare con maggiori finanziamenti pubblici le entrate perdute.
Sheehy ha inoltre sottolineato che circa la metà dei ricercatori altamente qualificati impiegati nelle università australiane proviene dall’estero.
«Un numero inferiore di studenti internazionali significa un divario più grande nel finanziamento del nostro sistema universitario», ha dichiarato, chiedendo se il governo sia pronto a coprire quella differenza. Universities Australia teme che la riforma invii un segnale negativo agli studenti stranieri.
Nel mirino familiari e cambi di visto
Tra le misure attese figura una forte limitazione della possibilità per gli studenti internazionali di portare in Australia coniugi e altri familiari.
Il governo punta anche a ridurre il cosiddetto visa hopping, la pratica attraverso la quale una persona passa da un visto temporaneo all’altro per prolungare la permanenza nel Paese.
Sono attesi interventi più severi anche nei confronti di chi supera la durata autorizzata del visto, insieme a procedure più rapide per la partenza delle persone che non possiedono più un titolo valido per rimanere.
Il piano Labor cerca di rispondere alla crescente pressione politica sui livelli migratori, collegati nel dibattito pubblico alla crisi degli alloggi, agli affitti, alle infrastrutture e alla capacità dei servizi.
La sfida sarà ridurre la migrazione temporanea senza aggravare la carenza di personale nei settori che dipendono dai lavoratori stranieri e senza indebolire un sistema universitario fortemente legato alle entrate generate dagli studenti internazionali.
