di Luigi De Luca (Cav.OMRI)
Ci sono momenti, nel percorso di chiunque si spenda per il benessere e il tessuto sociale di una comunità, in cui la realtà solleva il velo delle apparenze con una nettezza disarmante. Sono fasi di transizione, spesso legate a scadenze istituzionali o a rinnovi democratici, che agiscono come un vero e proprio reagente chimico. Ed è esattamente in questi frangenti che si compie quella che definirei la “grande scrematura” dei rapporti umani, portando alla luce una verità tanto amara quanto terapeutica: la scoperta di chi si è semplicemente mostrato amico per convenienza e di chi, invece, lo è stato e lo dimostra sul campo con i fatti.
L’ispirazione per questa riflessione nasce da una constatazione interiore che ho deciso di tradurre in un titolo volutamente provocatorio, ma drammaticamente onesto: “Sono un tuo nemico e non lo sapevo”. È la frase che molti di noi, muovendosi con trasparenza e buona fede, si trovano a dover pronunciare mentalmente quando scoprono che la propria indipendenza di pensiero, il proprio pragmatismo e la propria totale indisponibilità a farsi imbrigliare in logiche di corrente vengono interpretati dagli altri come una minaccia, se non addirittura come un atto di ostilità.
Per anni si cammina fianco a fianco, si condividono tavoli di lavoro, si scambiano saluti e promesse di collaborazione per il fine superiore della nostra gente. Poi, non appena lo scenario richiede un passo in avanti, una scelta di campo basata sul buonsenso o un semplice e civile invito alla riconciliazione e al dialogo, gli equilibri di facciata crollano.
Chi consideravi un alleato si barrica improvvisamente dietro il silenzio, dietro distaccati auguri di circostanza formulati da dietro le quinte, o peggio, dietro l’accusa deliberata di sostenere dinamiche scorrette solo perché si è cercato di gettare un ponte di pace. Questo fenomeno risponde a una dinamica psicologica e politica ben precisa: la proiezione delle proprie insicurezze.
Chi è abituato a muoversi all’interno di un sistema di feudi, chi concepisce l’impegno comunitario come una scacchiera dove posizionare i propri protetti e dove ogni favore richiede una restituzione, non possiede le categorie mentali per comprendere l’altruismo disinteressato.
Per questa mentalità arcaica e spiccatamente medievale, se tu non ti allinei cecamente alle sue direttive o se decidi di dialogare liberamente con tutti senza barriere, diventi automaticamente un “nemico”. Non conta quanta storia, quanta stima o quanti progetti vi abbiano unito fino al giorno prima: l’indipendenza non è tollerata, perché l’indipendenza non è controllabile.
È in questo esatto momento che la diffidenza si rivela per ciò che è realmente: la migliore amica della male creanza. Il refusal di una stretta di mano, la freddezza calcolata durante un incontro per una raccolta firme, il timore di guardarsi negli occhi e sorridersi come colleghi e amici sono i sintomi evidenti di un sistema che preferisce l’arroccamento alla crescita.
Tuttavia, lungi dal trasformarsi in un motivo di resa o di sterile delusione, questa consapevolezza rappresenta la nostra più grande forza. Scoprire che per alcune persone siamo diventati dei “nemici” solo perché abbiamo scelto di rimanere liberi è una medaglia al valore. Significa che il nostro pragmatismo sta scuotendo lo stallo, che la nostra integrità sta mettendo a nudo le ipocrisie e che la nostra voce disturba chi preferisce una comunità addormentata e divisa per poterla governare meglio.
Un vero leader, un uomo che si lascia dirigere unicamente dai sentimenti per la propria gente e non dai calcoli di bottega, sa che il futuro non si costruisce con i risentimenti personali o con le guerre di principio.
La vera forza si dimostra con la presenza fisica, mettendoci la faccia, stando sul campo anche quando non si è d’accordo, per il solo rispetto dell’istituzione che si rappresenta. Chi c’è, conta e costruisce; chi sceglie di non esserci e di sottrarsi al dovere della partecipazione per puro puntiglio, manifesta semplicemente la volontà di non contare nulla, autoescludendosi dal domani collettivo. Accetto volentieri, dunque, questo ruolo di “nemico” immaginario che mi è stato cucito addosso da chi non sa aprire la mente. Continuerò a muovermi con la stessa linearità di sempre, offrendo il mio supporto tecnico e la mia lealtà a chi dimostra serietà, rispetto e indipendenza, ai quanti credono in un domani senza compromessi.
La storia e la comunità, alla fine, sanno sempre distinguere chi ha usato il servizio sociale per nutrire il proprio ego e chi, invece, lo ha usato per nutrire il futuro della propria gente.
