Italiani, popolo di scontenti: votano tutti, ma la colpa è sempre degli altri

di Emanuele Esposito

C’è una scena che in Italia si ripete da ottant’anni con una precisione quasi scientifica. Cambiano i governi, cambiano i simboli dei partiti, cambiano le facce, gli slogan, i colori delle campagne elettorali, ma il copione resta identico.

Gli italiani vanno a votare.
Discutono per mesi.
Litigano nei bar.
Si dividono sui social.
Difendono il leader del momento come fosse il salvatore della patria.

Poi passano sei mesi. Un anno. Due anni.

E improvvisamente nessuno lo ha più votato.

È un fenomeno straordinario. Talmente straordinario che meriterebbe davvero una cattedra universitaria dedicata. Psicologia collettiva italiana. Sociologia del lamento permanente. Antropologia della memoria corta.

Perché probabilmente esiste solo in Italia questa capacità incredibile di scegliere democraticamente una classe dirigente e allo stesso tempo comportarsi come se fosse stata imposta con un colpo di Stato.

La Repubblica italiana è diventata la Repubblica del:
“Non è colpa mia.”

Abbiamo votato praticamente tutto e il contrario di tutto.

Abbiamo votato la Democrazia Cristiana per quasi mezzo secolo e poi abbiamo accusato la DC di aver bloccato il Paese. Abbiamo sostenuto il Partito Socialista salvo indignarci dopo Tangentopoli come se Craxi fosse apparso dal nulla. Abbiamo trasformato Silvio Berlusconi in un fenomeno politico, mediatico e culturale senza precedenti e poi, appena il vento è cambiato, milioni di italiani hanno fatto finta di non averlo mai sostenuto.

Lo stesso copione con Romano Prodi. Con Matteo Renzi. Con il Movimento 5 Stelle. Con Salvini. E domani probabilmente accadrà con qualcun altro ancora.

L’Italia vive da anni in una specie di innamoramento politico compulsivo. Ogni nuovo leader viene presentato come il liberatore definitivo:
quello che “cambierà tutto”;
quello che “parla come la gente”;
quello che “dice finalmente la verità”;
quello che “manda tutti a casa”.

Poi arriva la realtà. E la realtà, purtroppo, è meno romantica degli slogan.

Ma il punto più interessante è un altro: il problema italiano non è soltanto la politica.

Il problema siamo anche noi.

Perché fa comodo raccontarsi che esiste un popolo meraviglioso tradito da una classe dirigente incapace. Fa comodo pensare che la colpa sia sempre:
dei politici;
dell’Europa;
delle banche;
dei poteri forti;
della globalizzazione;
della destra;
della sinistra;
dei comunisti;
dei fascisti;
dei migranti;
dei giornalisti.

Mai nostra.

Eppure la politica italiana non arriva da Marte. Non è un corpo estraneo. È lo specchio abbastanza fedele della società italiana.

Perché diciamocelo chiaramente: quanti italiani criticano la corruzione ma poi cercano la scorciatoia personale appena possibile?

Quante volte abbiamo chiamato “l’amico che lavora in Comune” per accelerare una pratica? Quante volte abbiamo cercato di evitare una multa con una telefonata? Quante volte abbiamo detto:
“Dai, chiudi un occhio.”

Quante volte abbiamo criticato il clientelismo mentre votavamo qualcuno perché:
“mi conosce”;
“ha aiutato mio cugino”;
“mi sistema mio figlio”;
“almeno qualcosa porta.”

Ecco il cuore della questione.

L’Italia pretende legalità assoluta dagli altri e flessibilità totale per sé stessa.

Pretendiamo politici impeccabili mentre consideriamo normali piccole illegalità quotidiane. Vogliamo meritocrazia ma poi cerchiamo la raccomandazione. Vogliamo uno Stato efficiente ma giustifichiamo l’evasione fiscale. Critichiamo chi non lavora e poi passiamo metà giornata tra caffè, telefono e lamentele.

È una gigantesca schizofrenia nazionale.

L’italiano medio vuole contemporaneamente:
meno tasse e più servizi;
meno burocrazia ma più controlli sugli altri;
più diritti ma meno doveri;
più ordine ma senza rinunciare ai propri privilegi personali.

E allora la politica si adatta. Perché la politica non è altro che il mercato delle debolezze collettive. I politici studiano gli elettori e promettono esattamente ciò che gli elettori vogliono sentirsi dire.

Negli ultimi trent’anni tutto questo è persino peggiorato.

La politica è diventata spettacolo permanente.

Conta più una battuta in televisione che una riforma vera. Più un video virale che un bilancio dello Stato. Più TikTok che la Gazzetta Ufficiale.

Il leader perfetto oggi non deve necessariamente essere competente. Deve essere comunicativamente efficace:
deve arrabbiarsi bene;
deve creare nemici;
deve semplificare problemi complessi;
deve promettere soluzioni immediate;
deve diventare personaggio.

La politica italiana ormai assomiglia sempre più a una puntata infinita di un reality show. Ogni settimana serve un nemico nuovo, uno scandalo nuovo, una polemica nuova.

E il cittadino, anziché ragionare, spesso tifa.

Destra contro sinistra.
Popolo contro élite.
Sovranisti contro europeisti.
Patrioti contro globalisti.

Tutto ridotto a slogan da stadio.

Nel frattempo i problemi veri restano lì:
stipendi bassi;
debito pubblico;
giovani che emigrano;
natalità in crollo;
sanità in crisi;
burocrazia paralizzante;
giustizia lentissima;
produttività stagnante.

Ma discutere seriamente richiede fatica. Molto più semplice indignarsi sui social o urlare contro qualcuno in televisione.

Eppure l’Italia, nonostante tutto, continua incredibilmente a sopravvivere a sé stessa.

Questo è forse il paradosso più grande.

Con governi fragili, polemiche infinite, instabilità cronica e sfiducia permanente nelle istituzioni, il Paese continua comunque a restare una potenza industriale, culturale e manifatturiera.

L’Italia esporta eccellenze nel mondo. Produce qualità. Ha imprenditori straordinari. Creatività. Cultura. Turismo. Artigianato. Genio.

Forse perché gli italiani, abituati a non fidarsi troppo dello Stato, hanno sviluppato una capacità quasi unica di arrangiarsi.

Ma attenzione: arrangiarsi non può diventare un modello di sistema.

Perché quando il cinismo diventa normalità, la democrazia si indebolisce. Quando tutti pensano soltanto al proprio piccolo vantaggio personale, il bene collettivo sparisce.

Ed è qui che nasce la domanda più scomoda di tutte.

E se il problema italiano non fosse sempre e soltanto chi governa?

E se una parte delle responsabilità fosse anche nostra?

Perché lamentarsi è facile. Molto facile. È quasi uno sport nazionale.

Molto più difficile è rispettare davvero le regole anche quando non conviene. Molto più difficile è scegliere con serietà chi votare invece di seguire rabbia, paura o convenienza personale. Molto più difficile è smettere di cercare scorciatoie.

Forse la vera rivoluzione italiana non sarebbe cambiare l’ennesimo leader.

Forse sarebbe cambiare mentalità.

Meno furbi.
Meno raccomandazioni.
Meno vittimismo.
Meno memoria corta.
Più responsabilità.
Più serietà.
Più coraggio civile.

Perché uno Stato serio non nasce soltanto da leggi severe.

Nasce soprattutto da cittadini coerenti.

E finché continueremo a comportarci come se il governo fosse sempre “degli altri”, continueremo a vivere nello stesso eterno teatrino italiano:
votare, lamentarsi, dimenticare… e ricominciare tutto da capo.