Garlasco, lo diciamo da mesi: dietro c’è di più

Le mail del 2008 attribuite ai RIS di Parma riaprono interrogativi pesanti sulle indagini, sulle impronte di scarpa e sul modo in cui vennero valutate le tesi della difesa di Alberto Stasi. Non bastano da sole a riscrivere il processo, ma impongono spiegazioni che oggi non possono più essere rimandate.

Lo diciamo da mesi: dietro Garlasco c’è di più. E ogni volta che emerge un nuovo documento, una nuova relazione, una nuova intercettazione o un elemento rimasto per anni sullo sfondo, quella convinzione diventa sempre più difficile da liquidare come semplice suggestione.

Le mail mostrate nelle ultime ore da Ore 14, attribuite al generale Luciano Garofano e agli uomini dei RIS di Parma nell’estate del 2008, aprono un nuovo fronte. Secondo quanto riportato nella trasmissione, l’8 agosto di quell’anno l’allora pubblico ministero di Vigevano, Rosa Muscio, inviò ai RIS una memoria della difesa di Alberto Stasi relativa, tra l’altro, alla traccia di scarpa e al DNA rinvenuto sui pedali della bicicletta Umberto Dei.

Quasi venti giorni dopo compare uno scambio di mail che, se confermato integralmente negli atti e nel suo contesto, non può lasciare indifferenti. In una comunicazione attribuita a Garofano si legge la richiesta di una trattazione pratica e teorica sulle macchie che il consulente della difesa avrebbe ignorato, accompagnata da riferimenti scientifici che consentissero di «ridicolizzare le sue baggianate».

È una frase pesante. Non perché dimostri da sola una manipolazione, ma perché suggerisce un approccio che appare distante dalla neutralità che ci si aspetterebbe da un accertamento tecnico.

Il problema diventa ancora più delicato quando si passa alle impronte di scarpa. Nella relazione attribuita al capitano Aldo Mattei, datata 27 agosto 2008, si legge che l’impronta numero 6 era incompleta e che non era possibile fornire un’indicazione univoca sulla taglia.

Si aggiungeva che non si poteva escludere che un paio di calzature di misura compatibile con quelle indossate da Stasi avesse prodotto le tracce rinvenute al piano terra della casa dei Poggi.

Compatibile, dunque.

Non identificata.

Ed è una differenza enorme.

Sempre secondo le mail mostrate, Garofano avrebbe quindi risposto alla relazione osservando che, se Mattei si fosse «spinto un po’ sull’unicità del disegno» e avesse «adombrato una misura, con tutte le cautele del caso», ciò sarebbe stato auspicabile.

Il giorno successivo, nella nuova comunicazione attribuita a Mattei, compare la formula secondo cui le tracce sarebbero state compatibili con la taglia di Stasi «proprio in ragione della loro incompletezza».

Ed è esattamente qui che nasce la domanda che da mesi continuiamo a porre.

Quanto di quello che per anni è stato presentato come un dato scientifico era davvero una certezza e quanto, invece, era una valutazione?

Se una traccia è incompleta e non consente una determinazione univoca della misura, fino a che punto è possibile spingersi nell’interpretazione?

E soprattutto, una relazione tecnica deve limitarsi a descrivere ciò che il dato consente di affermare oppure può essere orientata verso una conclusione più favorevole a una determinata ricostruzione?

Non stiamo dicendo che queste mail dimostrino da sole l’innocenza di Alberto Stasi.

Non stiamo dicendo che dimostrino automaticamente una manipolazione.

Sarebbe scorretto.

Ma sarebbe altrettanto scorretto far finta che non pongano un problema.

Perché la questione, ormai, non riguarda più soltanto una scarpa, una bicicletta o una singola relazione.

Riguarda il metodo.

Riguarda il modo in cui furono trattati gli elementi scientifici di un’indagine destinata a portare alla condanna definitiva di un uomo per l’omicidio di Chiara Poggi.

Da mesi scriviamo che dietro Garlasco c’è di più. Lo abbiamo detto quando sono tornati al centro dell’attenzione il DNA, le impronte, le biciclette, le scarpe e altri passaggi delle vecchie indagini.

Lo ripetiamo oggi, davanti a comunicazioni che meritano di essere acquisite, verificate e spiegate fino in fondo.

Perché se un documento tecnico nasce con un margine di incertezza, quel margine deve restare tale.

Se una traccia è incompleta, non può diventare più completa perché qualcuno desidera una conclusione più netta.

Se una tesi della difesa è sbagliata, deve essere smentita scientificamente, non “ridicolizzata”.

È questo il punto.

Garlasco non ha bisogno di tifoserie.

Non ha bisogno di processi televisivi e nemmeno di verità costruite a posteriori.

Ha bisogno di fatti, documenti, perizie e risposte.

E oggi quelle risposte servono più che mai.

Perché più si torna indietro negli atti, più emergono domande.

Più si rileggono le vecchie indagini, più alcune certezze sembrano meno granitiche di quanto ci sia stato raccontato per anni.

Noi continuiamo a dirlo: dietro Garlasco c’è di più.

E forse, pezzo dopo pezzo, quel “di più” sta finalmente cominciando a venire fuori.