Legge elettorale, pronti 30 ricorsi contro la riforma: sei dubbi di costituzionalità, la parola passa ai giudici

La Rete per un voto libero e uguale annuncia una vasta iniziativa giudiziaria contro la nuova legge elettorale, già promulgata dal presidente Sergio Mattarella. Novantanove avvocati si preparano a presentare trenta ricorsi nei 29 distretti di Corte d’Appello italiani. Sotto esame il premio di governabilità, l’assegnazione dei seggi, le preferenze, la parità di genere, l’indicazione obbligatoria del candidato premier e le firme necessarie per presentare le liste. Obiettivo: arrivare a una pronuncia della Corte costituzionale prima delle prossime elezioni politiche.

A cura della Redazione Allora! Online

La nuova legge elettorale italiana si prepara ad affrontare il suo primo grande confronto giudiziario. Dopo l’approvazione definitiva del Parlamento e la promulgazione da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il dibattito sulla riforma si sposta dalle aule parlamentari a quelle dei tribunali.

La Rete per un voto libero e uguale, composta da costituzionalisti, avvocati e cittadini, ha presentato alla Camera dei deputati una strategia giudiziaria finalizzata a ottenere un pronunciamento della Corte costituzionale sulla legittimità di alcune delle disposizioni introdotte dal nuovo sistema elettorale.

L’iniziativa prevede trenta ricorsi distribuiti nei 29 distretti di Corte d’Appello italiani, con il coinvolgimento di 99 avvocati.

A coordinare il lavoro sono Pietro Adami, Enrico Grosso e Roberto Zaccaria, protagonisti di un’iniziativa che raccoglie anche il sostegno delle forze parlamentari di opposizione.

Il deposito degli atti è previsto per lunedì 26 ottobre, primo giorno lavorativo successivo all’entrata in vigore della legge, fissata al 24 ottobre.

L’obiettivo dichiarato è ottenere, attraverso i giudici competenti, una valutazione della Consulta prima delle prossime elezioni politiche.

Dal Parlamento ai tribunali: la nuova fase dello scontro

La presentazione dei ricorsi rappresenta un passaggio importante nella controversia politica e costituzionale sulla riforma, sostenuta dalla maggioranza di centrodestra.

Il provvedimento, comunemente indicato come Stabilicum e soprannominato Melonellum dalle opposizioni, modifica profondamente il sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.

La riforma introduce un impianto prevalentemente proporzionale, accompagnato da un premio di governabilità destinato alla lista o coalizione che soddisfi le condizioni previste dalla legge.

Tra queste figura il raggiungimento di almeno il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere, insieme al primato elettorale nazionale.

La nuova normativa interviene inoltre sulle preferenze, sulla formazione delle liste, sulla presentazione delle candidature e sulla circoscrizione Estero.

Secondo i promotori dei ricorsi, alcune disposizioni potrebbero alterare il rapporto tra voti espressi e rappresentanza parlamentare o introdurre limitazioni incompatibili con i principi costituzionali.

Si tratta, tuttavia, di contestazioni giuridiche ancora da sottoporre al vaglio dei giudici.

L’approvazione della legge non ne impedisce il controllo di costituzionalità, ma la presenza di dubbi interpretativi non equivale a una dichiarazione di illegittimità.

Primo punto: il premio di governabilità

Il primo profilo contestato riguarda il premio di governabilità, che può attribuire settanta seggi aggiuntivi alla Camera e trentacinque al Senato, entro i limiti complessivi previsti dalla legge.

La Rete solleva dubbi sulla proporzionalità dell’attribuzione e sulla ragionevolezza di un premio stabilito in misura fissa.

Il problema, secondo i promotori, riguarda gli effetti che questo meccanismo potrebbe produrre sul rapporto tra il consenso effettivamente ottenuto dalle forze politiche e il numero dei parlamentari assegnati.

In sostanza, si contesta la possibilità che una differenza relativamente contenuta di voti venga trasformata in una distanza parlamentare significativamente maggiore.

La Corte costituzionale si è già pronunciata in passato su altri sistemi elettorali, dichiarando illegittime alcune disposizioni relative ai premi di maggioranza.

Ogni nuova valutazione dovrà però tenere conto delle caratteristiche specifiche della legge attuale.

Secondo punto: il premio nazionale e l’autonomia del Senato

Un’altra questione riguarda le modalità di attribuzione del premio al Senato.

L’articolo 57 della Costituzione stabilisce che il Senato della Repubblica sia eletto su base regionale, salvo i seggi assegnati alla circoscrizione Estero.

Secondo i promotori dei ricorsi, l’utilizzo di un meccanismo nazionale per l’attribuzione del premio potrebbe sollevare problemi di compatibilità con questo principio.

Viene inoltre contestato il collegamento tra i risultati elettorali delle due Camere ai fini dell’assegnazione del premio.

La questione riguarda il rapporto tra l’autonomia costituzionale di Camera e Senato e la volontà del legislatore di favorire la formazione di maggioranze politiche coerenti.

Terzo punto: preferenze e libertà di scelta degli elettori

Il terzo profilo riguarda le modalità attraverso le quali i voti vengono trasformati in seggi e i candidati risultano eletti.

La nuova legge consente agli elettori di esprimere preferenze per i candidati, ma mantiene i capilista bloccati.

Secondo la Rete, questo sistema potrebbe limitare la possibilità degli elettori di determinare concretamente la composizione del Parlamento.

Le contestazioni riguardano anche i meccanismi di distribuzione dei seggi e la possibilità di conoscere in anticipo gli effetti del voto espresso.

La questione richiama il principio costituzionale del voto personale, libero ed eguale, previsto dall’articolo 48.

Quarto punto: la rappresentanza di genere

Un ulteriore motivo di ricorso riguarda la parità di accesso alle cariche elettive.

La nuova normativa contiene disposizioni per favorire l’equilibrio tra candidati di genere differente, anche attraverso il meccanismo delle preferenze.

Tuttavia, secondo i promotori, la presenza dei capilista bloccati potrebbe consentire situazioni nelle quali le posizioni potenzialmente più favorevoli all’elezione risultino concentrate su candidati dello stesso genere.

La contestazione riguarda quindi non soltanto la composizione formale delle liste, ma anche l’effettiva possibilità di accesso alla rappresentanza parlamentare.

Il riferimento costituzionale è soprattutto l’articolo 51, che tutela l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza.

Quinto punto: l’indicazione obbligatoria del candidato premier

Tra le disposizioni più discusse figura anche l’obbligo per le forze politiche di indicare preventivamente il nome proposto per l’incarico di presidente del Consiglio.

Secondo Enrico Grosso, tale previsione potrebbe incidere sulla libertà delle formazioni politiche di determinare autonomamente la propria funzione.

Non tutti i partiti, infatti, si presentano alle elezioni con l’obiettivo di guidare direttamente un governo.

Alcune formazioni possono legittimamente scegliere di svolgere un ruolo parlamentare di opposizione.

La Rete solleva inoltre interrogativi sul rapporto tra questa disposizione e l’articolo 92 della Costituzione, che attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di nominare il presidente del Consiglio.

La nuova legge richiama espressamente la salvaguardia delle prerogative presidenziali.

Resta da verificare se tale previsione sia sufficiente a escludere i dubbi sollevati dai ricorrenti.

Sesto punto: troppe firme per presentare nuove liste

L’ultimo profilo riguarda l’aumento delle sottoscrizioni necessarie alla presentazione delle candidature.

Per le formazioni politiche non beneficiarie delle esenzioni previste, il numero minimo di firme nei collegi plurinominali passa da 1.500 a 6.000.

La normativa riconosce condizioni differenti ai partiti e ai gruppi politici che dispongono già di determinate forme di rappresentanza parlamentare.

Secondo la Rete, questa differenza potrebbe penalizzare le nuove formazioni, rendendo più difficile l’accesso alla competizione elettorale.

Il tema riguarda quindi il principio di ragionevolezza e la parità delle condizioni di partecipazione alla vita politica.

La valutazione dovrà considerare anche le ragioni che hanno spinto il legislatore a introdurre soglie più elevate, tra cui l’esigenza di limitare candidature prive di un adeguato radicamento elettorale.

Il voto estero rimane una questione aperta

Accanto ai sei profili principali presentati dalla Rete, rimane aperto il confronto sulla nuova configurazione della circoscrizione Estero.

La riforma riduce da quattro a due le ripartizioni territoriali per l’elezione degli otto deputati, mentre introduce un collegio unico mondiale per i quattro senatori.

Si tratta di una trasformazione importante per milioni di italiani residenti oltre i confini nazionali.

Il nuovo sistema mantiene il numero dei parlamentari eletti all’estero, ma modifica profondamente il rapporto geografico tra candidati, elettori e comunità.

In particolare, al Senato scompare la precedente distribuzione dei seggi tra le quattro ripartizioni.

Questo cambiamento ha alimentato interrogativi sulla rappresentanza territoriale, sull’uguaglianza del voto e sulle condizioni di accesso alle candidature.

La circoscrizione Estero non figura come contestazione autonoma nell’elenco dei sei profili principali illustrati dalla Rete alla Camera.

Rimane quindi da verificare se e attraverso quali eventuali iniziative giudiziarie anche queste disposizioni saranno sottoposte a uno specifico controllo di costituzionalità.

Come si arriverà alla Corte costituzionale?

Il percorso giudiziario non prevede che i ricorrenti possano ottenere automaticamente un esame diretto della legge da parte della Consulta.

I ricorsi saranno inizialmente sottoposti ai giudici competenti.

Saranno questi ultimi a valutare se le questioni sollevate siano rilevanti per il giudizio e non manifestamente infondate.

Soltanto in presenza delle condizioni previste dall’ordinamento potranno essere trasmesse alla Corte costituzionale.

È un passaggio fondamentale.

Non basta sostenere che una disposizione sia illegittima: occorre che la questione venga sollevata attraverso una procedura giudiziaria ammissibile.

La Rete ritiene che la presentazione coordinata di trenta ricorsi possa favorire un esame tempestivo delle contestazioni.

È stato inoltre annunciato un fondo di solidarietà destinato a contribuire alle eventuali spese giudiziarie dei ricorrenti.

Il calendario: obiettivo una decisione prima delle elezioni

Il deposito degli atti è previsto per il 26 ottobre.

Secondo le prime ipotesi illustrate dai promotori, alcune udienze potrebbero svolgersi a gennaio, con eventuali ordinanze di rimessione alla Consulta nelle settimane successive.

Un possibile esame costituzionale potrebbe quindi collocarsi nei mesi successivi.

Tuttavia, nessuna scadenza è garantita.

La tempistica dipenderà dalle decisioni dei giudici chiamati a esaminare i ricorsi e, successivamente, dall’organizzazione dei lavori della Corte costituzionale.

L’auspicio dei promotori è ottenere un pronunciamento prima del prossimo appuntamento elettorale nazionale, evitando che eventuali disposizioni illegittime producano effetti sulla composizione del Parlamento.

La Consulta potrebbe modificare la legge?

Tra gli obiettivi indicati dalla Rete figura la possibilità di ottenere una decisione capace di eliminare soltanto le disposizioni eventualmente giudicate incostituzionali, lasciando in vigore un sistema elettorale immediatamente applicabile.

I promotori non escludono che l’intervento possa determinare il ritorno a un impianto maggiormente proporzionale.

Si tratta però di un’ipotesi, non di un risultato assicurato.

La Corte costituzionale non dispone di una libertà generale di riscrivere le leggi elettorali secondo proprie preferenze politiche.

Il suo compito è verificare la conformità delle disposizioni legislative alla Costituzione e intervenire nei limiti dei poteri attribuiti dall’ordinamento.

L’esito potrebbe quindi consistere nell’accoglimento di alcune questioni, nel rigetto delle contestazioni o in decisioni di diversa natura.

Una nuova fase per la democrazia parlamentare

L’iniziativa della Rete per un voto libero e uguale apre dunque un nuovo capitolo nella vicenda della riforma elettorale.

Dopo il confronto parlamentare e la promulgazione presidenziale, saranno i tribunali a valutare se esistano le condizioni per sottoporre alla Consulta i dubbi sollevati dai ricorrenti.

Per la maggioranza, la nuova legge nasce dall’esigenza di favorire stabilità e governabilità.

Per i suoi critici, alcune disposizioni potrebbero invece compromettere l’equilibrio tra rappresentanza, libertà di voto e uguaglianza delle opportunità politiche.

Il confronto si svolgerà ora sul terreno dell’interpretazione costituzionale, distinto da quello della competizione tra i partiti.

La nuova legge elettorale è stata approvata e promulgata. Ma il giudizio sulla legittimità costituzionale delle disposizioni contestate potrebbe ancora aprire una fase decisiva prima delle prossime elezioni.

Il Parlamento ha concluso il proprio lavoro legislativo. La Rete ha annunciato il suo percorso giudiziario.

Adesso sarà necessario attendere le decisioni dei giudici competenti.