PER I GIORNALISTI ITALIANI ALL’ESTERO, LA PARTITA PER L’ISCRIZIONE ALL’ORDINE IN ITALIA SI GIOCA SULLE CARTE DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

di Pier Francesco Corso

Cinque provvedimenti del 2026 hanno già dimostrato che il Ministero della Giustizia riconosce qualifiche giornalistiche conseguite all’estero ai fini dell’iscrizione nell’Albo italiano. Francia, Regno Unito, Romania e Stati Uniti sono già entrati nelle carte ufficiali dell’amministrazione. Ma proprio questi precedenti aprono una domanda nuova: che cosa accade quando a chiedere il riconoscimento non è semplicemente un professionista straniero o un italiano con una qualifica estera, ma un giornalista italiano che ha costruito all’estero una lunga carriera professionale? La normativa ministeriale consente di valutare studi ed esperienze professionali “ovunque svolti”, purché adeguatamente documentati. Non è una scorciatoia e non garantisce l’esonero dalle misure compensative. Ma è abbastanza per rendere possibile una verifica concreta. E quella verifica potrebbe finalmente stabilire se la carriera costruita oltreconfine possa avere un peso reale nel percorso verso l’Albo italiano.

La notizia, prima ancora della domanda da rivolgere al Ministero della Giustizia, è nei documenti.

Nel 2026 il Ministero della Giustizia ha già riconosciuto qualifiche professionali giornalistiche conseguite all’estero in diversi Paesi. Non parliamo quindi di una procedura ipotetica, né di una porta ancora da costruire. La porta amministrativa esiste già. Il problema è capire chi può attraversarla e a quali condizioni.

I provvedimenti ministeriali dell’11 giugno, dell’8 luglio, del 10 luglio, del 21 settembre e del 30 settembre 2026 fotografano una procedura concreta e già utilizzata. Tra i destinatari figurano Dimitri Pablos Papanikas, Mirela Isabela Vasile con qualifica conseguita in Romania, Virginia Pietromarchi con qualifica britannica di journalist, Michele Barbero con qualifica francese di journaliste e Caterina Zanardi con qualificazione conseguita negli Stati Uniti.

Ed è proprio l’ultimo caso a rendere il quadro ancora più interessante. Caterina Zanardi è cittadina italiana e il Ministero ha riconosciuto la qualificazione conseguita negli Stati Uniti ai fini dell’iscrizione nell’Albo dei giornalisti professionisti e dell’esercizio della professione in Italia. Dunque un precedente italiano esiste già.

Ma non basta fermarsi al titolo. Perché il riconoscimento non equivale automaticamente all’iscrizione. Quando il Ministero rileva differenze tali da richiedere una misura compensativa, il percorso prosegue con la prova attitudinale o con il tirocinio di adattamento secondo quanto stabilito nel decreto. È esattamente ciò che è avvenuto nei casi che abbiamo esaminato.

Ed è qui che compare la frase destinata a diventare centrale nella nostra ricerca. Le indicazioni ministeriali prevedono che, nella determinazione della misura compensativa, possano essere valutati studi ed esperienze professionali “ovunque svolti”, se adeguatamente documentati ed esplicativi dell’attività svolta.

“Ovunque svolti” non è una parola ornamentale. È il punto da cui parte la domanda sui giornalisti italiani che lavorano stabilmente fuori dall’Italia. Perché una carriera costruita a Parigi, Londra, New York, Buenos Aires o Sydney non è necessariamente una carriera invisibile alle carte ministeriali.

Deve però essere dimostrata. E il Ministero indica anche come. Attestazioni dell’ente presso il quale l’attività è stata svolta, descrizione dettagliata delle mansioni, luogo e periodo di lavoro, curriculum e, per i giornalisti, copie degli articoli, contratti, pubblicazioni online e documentazione fiscale.

È una lista che dice una cosa molto semplice: l’esperienza professionale conta se può essere verificata. Un giornalista che abbia lavorato vent’anni all’estero non dovrebbe quindi presentarsi davanti all’amministrazione soltanto con un curriculum. Dovrebbe presentarsi con un dossier. Testate, incarichi, contratti, articoli, pubblicazioni, certificazioni, periodi di attività, eventuali iscrizioni professionali e documentazione fiscale. Tutto ciò che possa trasformare una carriera raccontata in una carriera provata.

Ma attenzione alla seconda trappola. Dimostrare una lunga esperienza non significa ottenere automaticamente l’esonero dalla misura compensativa. Il caso di Michele Barbero lo dimostra in maniera particolarmente evidente.

Il decreto del 21 settembre 2026 prende in esame la documentazione relativa alla pluriennale attività giornalistica svolta in Francia e, nonostante ciò, prevede una misura compensativa: prova attitudinale oppure tirocinio di adattamento di cinque mesi.

Questo precedente è prezioso proprio perché impedisce interpretazioni troppo facili. L’esperienza estera viene considerata, ma non produce automaticamente l’esonero.

La questione vera diventa quindi quantitativa e qualitativa: quanto può incidere una carriera professionale lunga, continuativa e documentata sulla determinazione della misura compensativa? E con quali criteri?

È una domanda alla quale non possiamo rispondere noi. Deve rispondere l’amministrazione attraverso un procedimento concreto.

Qui entra in gioco anche un altro elemento che spesso rischia di generare confusione. Il riconoscimento non viene deciso dall’Ordine dei giornalisti. È il Ministero della Giustizia a concludere il procedimento e ad adottare il decreto. Nell’istruttoria può essere acquisito il parere del rappresentante del Consiglio nazionale di categoria, ma quel parere non sostituisce la decisione ministeriale.

Se il decreto prevede la prova attitudinale, interviene poi la specifica Commissione nominata dal Ministro della Giustizia e istituita presso il Consiglio nazionale. È una commissione distinta dalla normale commissione dell’esame professionale per l’accesso alla professione: riguarda i professionisti che hanno già ottenuto il riconoscimento del titolo estero e devono sostenere la misura compensativa prevista dal decreto.

La sequenza è dunque chiara: il Ministero riceve la domanda, esamina la documentazione, acquisisce gli elementi necessari, adotta il decreto di riconoscimento e stabilisce, quando necessario, la misura compensativa. Solo dopo entra in gioco la fase successiva davanti alla struttura prevista per la prova o per il tirocinio.

Non è una scorciatoia. Non è un automatismo. Ma è una procedura reale. E proprio perché è reale può essere messa alla prova.

Qui arriviamo al punto che interessa direttamente i giornalisti italiani all’estero. Se un professionista italiano ha lavorato per anni presso testate straniere, ha svolto attività giornalistica continuativa, possiede una documentazione completa della propria carriera e può dimostrare concretamente il lavoro svolto, perché non verificare formalmente come quella esperienza venga valutata dal Ministero?

Non per chiedere privilegi. Non per saltare una prova. Non per inventare una nuova corsia preferenziale. Semplicemente per applicare una procedura esistente e ottenere una risposta ufficiale sul peso attribuito a quella carriera.

È qui che l’inchiesta può diventare qualcosa di più di una discussione teorica. Perché una risposta ministeriale trasformerebbe una domanda politica in un dato amministrativo.

Se l’esperienza maturata all’estero avesse un peso significativo nella determinazione della misura compensativa, avremmo una strada concreta da approfondire. Se invece non producesse alcun effetto, bisognerebbe capire perché, nonostante la stessa amministrazione ammetta la valutabilità delle esperienze professionali “ovunque svolte”.

E se emergesse che la procedura non è applicabile alla situazione specifica del giornalista italiano stabilmente operante all’estero, allora avremmo finalmente individuato l’ostacolo normativo preciso. Non più supposizioni. Non più interpretazioni. Un ostacolo scritto nero su bianco.

A quel punto, e soltanto a quel punto, avrebbe senso chiedere al Parlamento di intervenire. Prima bisogna verificare ciò che già esiste.

Perché oggi la situazione è molto diversa da quella che si poteva descrivere qualche anno fa. Abbiamo una procedura ministeriale. Abbiamo decreti recentissimi. Abbiamo qualifiche provenienti da Paesi diversi. Abbiamo anche il caso di una cittadina italiana con qualificazione conseguita negli Stati Uniti. Abbiamo indicazioni ufficiali sulla documentazione dell’esperienza professionale. E abbiamo una Commissione ministeriale specificamente destinata alle prove attitudinali dei professionisti che hanno ottenuto il riconoscimento di un titolo giornalistico estero.

Quello che ancora non abbiamo è il documento capace di dirci che cosa accade davanti a un fascicolo costruito attorno alla carriera di un giornalista italiano che abbia trascorso una parte consistente della propria vita professionale all’estero.

È questo il tassello mancante. Ed è anche quello più semplice da cercare.

Un caso concreto. Una domanda. Un dossier professionale completo. Una risposta del Ministero.

Potrebbe bastare questo per trasformare anni di discussioni in un fatto verificabile.

Se la strada esiste, bisognerà percorrerla. Se non esiste per quella specifica situazione, bisognerà sapere esattamente perché.

In entrambi i casi, il giornalismo italiano all’estero avrebbe finalmente qualcosa di più solido di una promessa: avrebbe una risposta ufficiale.

E forse è proprio questo il momento di smettere di chiedere se la porta esiste. La porta, ormai, sappiamo che esiste. Bisogna soltanto capire se, per il giornalista italiano che ha costruito la propria carriera oltreconfine, sia davvero aperta fino in fondo.