Caso Youssef Siher, silenzio davanti alla gip. La Procura: «Strategia rivoluzionaria», la difesa: «Nessun reato»

Il ricercatore trentenne, fermato per il suo presunto ruolo nel Movimento 17 ottobre, si è avvalso della facoltà di non rispondere. I magistrati chiedono la custodia cautelare in carcere per il rischio di fuga e di reiterazione del reato. Ma i suoi avvocati contestano le accuse di istigazione e terrorismo. Indagata anche la moglie.

Youssef Siher ha scelto il silenzio. Il ricercatore italiano di 30 anni, fermato nell’ambito delle indagini sul cosiddetto Movimento 17 ottobre e sulle proteste che hanno interessato Milano, si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio davanti alla giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni, nel carcere milanese di San Vittore.

Una scelta prevista dalla legge che non costituisce un’ammissione di responsabilità, mentre attorno alla vicenda si sviluppa un confronto giudiziario tra le contestazioni della Procura e le argomentazioni della difesa.

Il giovane è accusato di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Secondo gli investigatori, avrebbe contribuito, attraverso i canali social del Movimento 17 ottobre, a promuovere nuove mobilitazioni potenzialmente violente dopo i disordini del 17 e 18 ottobre a Milano.

La Procura, rappresentata dal procuratore Marcello Viola e dalla pubblico ministero Francesca Crupi, ha chiesto la convalida del fermo e l’applicazione della custodia cautelare in carcere.

Le accuse della Procura: una «strategia rivoluzionaria»

Al centro dell’inchiesta ci sono i contenuti diffusi attraverso Telegram e Instagram, piattaforme sulle quali Siher avrebbe amministrato, insieme alla moglie, i profili riconducibili al Movimento 17 ottobre.

Per i magistrati, quei messaggi non rappresenterebbero soltanto una manifestazione di dissenso politico, ma un tentativo di organizzare azioni capaci di provocare disordini e destabilizzare la vita pubblica.

Nella richiesta di custodia cautelare, gli inquirenti fanno riferimento alla capacità dell’indagato di utilizzare strumenti informatici per sviluppare quella che definiscono una «strategia rivoluzionaria», anche attraverso comunicazioni destinate a mobilitare migliaia di persone.

Secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero stati predisposti messaggi contenenti indicazioni sui luoghi di concentramento dei manifestanti in occasione delle proteste previste per il 24 ottobre.

Le comunicazioni non sarebbero state diffuse grazie all’intervento della Polizia postale e della Digos.

Gli investigatori attribuiscono inoltre particolare rilevanza ad alcuni documenti ispirati alle mobilitazioni della Primavera araba egiziana del 2011 e ai riferimenti alle proteste francesi.

Elementi che, secondo l’accusa, contribuirebbero a delineare un progetto organizzato. La difesa contesta invece che tali materiali possano dimostrare l’esistenza di un’attività penalmente rilevante.

Il punto controverso: i profili social sono nati dopo gli scontri

Uno degli aspetti più importanti dell’inchiesta riguarda la cronologia degli avvenimenti.

Gli scontri a Milano si sono verificati il 17 e 18 ottobre, mentre i canali social attribuiti a Siher sarebbero stati creati successivamente all’inizio dei disordini.

Secondo le ricostruzioni investigative riportate dalla stampa, il gruppo Telegram sarebbe stato aperto nella serata del 18 ottobre.

La circostanza assume particolare rilievo nella linea difensiva: se quelle pagine non esistevano prima degli scontri, i loro contenuti non possono avere organizzato retroattivamente le violenze già avvenute.

Resta però distinta la contestazione relativa alle successive mobilitazioni del 24 ottobre, sulle quali si concentra una parte delle accuse della Procura.

Sarà quindi necessario chiarire quali specifiche condotte vengano attribuite a Siher, quando sarebbero state realizzate e se possano effettivamente integrare i reati contestati.

Gli avvocati: «Non c’è istigazione, non c’è terrorismo»

Di posizione opposta i legali dell’indagato, Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, che hanno chiesto alla giudice di non convalidare il fermo e di non applicare alcuna misura cautelare.

Secondo gli avvocati, non esistono elementi sufficienti per sostenere le accuse formulate dagli inquirenti.

La difesa nega che le attività contestate costituiscano istigazione alla violenza o condotte riconducibili al terrorismo e ritiene insussistenti anche le esigenze cautelari indicate dalla Procura.

I legali hanno inoltre contestato il presunto pericolo di fuga, sostenendo che non vi siano ragioni concrete per mantenere Siher in carcere.

Il loro obiettivo è ottenere l’immediata liberazione del ricercatore.

La scelta di non rispondere alle domande della gip rientra nella strategia processuale della difesa e non modifica il principio fondamentale secondo cui ogni indagato è considerato non colpevole fino a una condanna definitiva.

Indagata anche la moglie

Nell’inchiesta figura anche Sagia Hammoud, 32 anni, mediatrice culturale di origini libanesi e moglie di Siher.

Secondo gli investigatori, la donna avrebbe partecipato alla gestione dei canali social collegati al Movimento 17 ottobre.

Hammoud risulta indagata a piede libero e, allo stato delle informazioni disponibili, nei suoi confronti non è stata richiesta alcuna misura cautelare.

Anche la sua posizione dovrà essere valutata sulla base degli elementi raccolti dagli inquirenti, senza confondere le ipotesi investigative con responsabilità già accertate.

Le altre piste investigative

L’inchiesta si inserisce in un contesto più ampio di accertamenti sulle manifestazioni e sull’attività di diversi gruppi online.

Gli investigatori stanno verificando eventuali collegamenti con altre indagini riguardanti ambienti dell’attivismo filopalestinese e possibili interferenze di gruppi hacker filorussi, tra cui NoName057(16).

Si tratta tuttavia di piste investigative che non equivalgono alla dimostrazione di responsabilità personali di Siher o della moglie.

La distinzione è essenziale, soprattutto quando le ipotesi riguardano accuse particolarmente gravi e organizzazioni differenti.

La decisione della giudice e il confine tra protesta e reato

Il provvedimento della gip Tiziana Landoni sulla convalida del fermo e sull’eventuale applicazione della custodia cautelare è atteso nella giornata del 28 ottobre.

La giudice dovrà valutare la sussistenza dei presupposti del fermo, la gravità degli indizi e l’esistenza di concrete esigenze cautelari.

Al di là delle singole contestazioni, il caso solleva una questione giuridica particolarmente delicata: il confine tra il diritto costituzionale di manifestare il proprio dissenso, anche con parole radicali, e le condotte che possono configurare istigazione a commettere reati.

La libertà di espressione e di manifestazione costituisce una garanzia fondamentale dell’ordinamento democratico italiano. Allo stesso tempo, la legge consente di perseguire comportamenti che integrino specifiche fattispecie penali.

Stabilire se tale confine sia stato superato nel caso di Youssef Siher sarà compito dell’autorità giudiziaria, sulla base delle prove e nel rispetto delle garanzie difensive.

Per il momento, esistono accuse formulate dalla Procura, una difesa che le respinge integralmente e una decisione giudiziaria ancora attesa. Non una colpevolezza accertata.