La Chiesa invita ogni giorno gli Stati ad aprire le porte ai migranti, ma nel proprio territorio applica pene severe contro gli ingressi illeciti. Una contraddizione che pone una domanda politica e morale: l’accoglienza può essere chiesta sempre agli altri?
di Emanuele Esposito
La Chiesa cattolica richiama continuamente governi e cittadini al dovere dell’accoglienza. Parla di ponti da costruire, muri da abbattere, poveri da proteggere e migranti da non lasciare soli. Sono parole importanti, coerenti con il messaggio cristiano e con il principio evangelico dell’aiuto verso il prossimo.
Poi, però, si scopre che nello Stato della Città del Vaticano l’ingresso illecito viene affrontato con una severità che difficilmente passa inosservata.
Il Decreto vaticano N. DCCX del 19 dicembre 2024, successivamente convertito dalla Legge N. DCCXX del 15 marzo 2025, punisce con la reclusione da uno a quattro anni e con una multa compresa tra 10.000 e 25.000 euro chi entra nel territorio vaticano usando violenza, minaccia o inganno.
La stessa normativa considera ingresso con inganno anche l’elusione fraudolenta dei sistemi di sicurezza o il tentativo di sottrarsi ai controlli di frontiera.
Sono inoltre previste aggravanti quando l’ingresso avviene con armi, strumenti offensivi, sostanze corrosive, con il volto coperto, insieme ad altre persone oppure alla guida di un veicolo che forza o elude i controlli. La condanna può comportare anche il divieto di accedere al territorio vaticano per dieci anni.
Nei casi di ingresso violento o fraudolento e di violazione di un precedente divieto di accesso, la polizia giudiziaria procede all’arresto obbligatorio in flagranza.
Non è tutto. Chi entra senza il necessario permesso nelle zone del Vaticano nelle quali non è consentito il libero accesso rischia una sanzione amministrativa compresa tra 10.000 e 25.000 euro.
Una legge legittima, ma una domanda inevitabile
Ogni Stato ha il diritto e il dovere di proteggere i propri confini, le proprie istituzioni e la sicurezza delle persone presenti sul suo territorio. Il Vaticano, inoltre, rappresenta un obiettivo particolarmente sensibile e ospita il Pontefice, autorità religiose, opere d’arte, archivi e luoghi di straordinario valore simbolico.
Sarebbe quindi sbagliato sostenere che lo Stato vaticano non debba controllare gli accessi o difendersi da intrusioni e minacce.
Il problema non è l’esistenza della legge. Il problema è la distanza che appare tra ciò che viene applicato all’interno del Vaticano e ciò che una parte della gerarchia ecclesiastica domanda quotidianamente agli altri Paesi.
Quando l’Italia o un altro Stato europeo rafforzano i controlli alle frontiere, dispongono respingimenti o chiedono il rispetto delle procedure d’ingresso, vengono frequentemente accusati di alzare muri, di dimenticare l’umanità e di tradire i valori dell’accoglienza.
Quando invece il più piccolo Stato del mondo introduce carcere, multe elevate, arresto obbligatorio e divieti di accesso, tutto viene giustificato con le esigenze della sicurezza e della sovranità.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso.
In Italia l’ingresso irregolare non è autorizzato
Occorre anche evitare una semplificazione molto diffusa. Non è vero, dal punto di vista giuridico, che in Italia gli stranieri possano entrare clandestinamente senza commettere alcuna violazione.
L’ingresso e il soggiorno illegale sono disciplinati dal Testo unico sull’immigrazione e possono comportare sanzioni, provvedimenti di respingimento o di espulsione. Esistono poi regole particolari per chi domanda asilo, per le persone vulnerabili, per i minori e per chi ha diritto alla protezione internazionale.
Salvare una persona in mare, esaminare una richiesta di asilo e riconoscere i diritti fondamentali non significa trasformare l’ingresso irregolare in un comportamento legalmente consentito.
La vera differenza è che l’Italia, per la sua posizione geografica, deve affrontare ogni anno flussi migratori, sbarchi, richieste di protezione, costi per l’accoglienza, problemi sanitari, abitativi e di sicurezza. Il Vaticano, invece, può invocare l’accoglienza senza sostenere direttamente un peso minimamente paragonabile.
L’accoglienza non può essere delegata agli altri
La domanda, dunque, non è se il Vaticano debba rinunciare alla propria sicurezza. La domanda è un’altra: perché la Chiesa pretende spesso dagli Stati comportamenti che il proprio Stato non sembra disposto ad applicare nello stesso modo?
Naturalmente nessuno propone di consentire l’ingresso incontrollato nei palazzi apostolici, negli uffici del Governatorato o nelle aree riservate. Ma tra l’apertura indiscriminata dei confini e una solidarietà concreta esiste uno spazio enorme.
La Chiesa dispone nel mondo di edifici, strutture, conventi, istituti, terreni e risorse. Potrebbe rafforzare ulteriormente i corridoi umanitari, finanziare direttamente l’accoglienza, mettere a disposizione un maggior numero di immobili, partecipare concretamente ai costi e assumersi una parte più visibile delle responsabilità che chiede agli altri.
L’accoglienza cristiana non può limitarsi a un’omelia, a un appello domenicale o a una critica rivolta ai governi.
Deve trasformarsi in responsabilità, organizzazione, sacrificio e condivisione degli oneri.
Sicurezza per il Vaticano, responsabilità per l’Italia
Esiste anche un problema di coerenza comunicativa. Se la sicurezza è un valore legittimo per lo Stato della Città del Vaticano, deve esserlo anche per l’Italia. Se controllare una frontiera è necessario a pochi metri da Piazza San Pietro, non può diventare automaticamente disumano quando viene fatto a Lampedusa, a Trieste o lungo le frontiere europee.
Accogliere non significa rinunciare alle regole. Aiutare non significa cancellare i confini. Difendere la dignità umana non significa impedire a uno Stato di conoscere chi entra, da dove proviene e se abbia diritto a restare.
Uno Stato serio deve riuscire a coniugare umanità e legalità, protezione dei perseguitati e contrasto dell’immigrazione clandestina, solidarietà e sicurezza.
Sono princìpi che dovrebbero valere per tutti, compreso lo Stato che più di ogni altro richiama il mondo al messaggio cristiano.
Il Vaticano ha pieno diritto di difendere i propri confini. Ma proprio per questo dovrebbe riconoscere con maggiore chiarezza che anche l’Italia e gli altri Paesi europei hanno lo stesso diritto.
Perché la carità è un valore universale, ma non può diventare una responsabilità affidata esclusivamente agli altri
Riferimenti verificati
Il Decreto N. DCCX punisce l’ingresso compiuto con violenza, minaccia o inganno con la reclusione da uno a quattro anni e la multa da 10.000 a 25.000 euro; definisce inoltre l’inganno come elusione fraudolenta dei sistemi di sicurezza o sottrazione ai controlli.
La normativa prevede aggravanti, la possibile interdizione decennale, l’arresto obbligatorio in flagranza per determinati reati e sanzioni amministrative fino a 25.000 euro per l’accesso non autorizzato alle aree non liberamente accessibili.
La Legge N. DCCXX del 15 marzo 2025 ha convertito il decreto ed è entrata immediatamente in vigore.
Anche l’ordinamento italiano considera illecito l’ingresso o il soggiorno in violazione del Testo unico sull’immigrazione: l’articolo 10-bis prevede un’ammenda da 5.000 a 10.000 euro, ferme restando le discipline specifiche su asilo, protezione e respingimento. (normattiva.it)
