MELONI A TUTTO CAMPO: «NON SONO ANTIAMERICANA, MA L’ITALIA NON SI FA MANCARE DI RISPETTO»

Dalla politica estera all’economia, dal piano casa alla legge elettorale, fino al rapporto con Vannacci, all’immigrazione e alla futura elezione del capo dello Stato. In un’intervista con Nicola Porro, la presidente del Consiglio difende l’azione del governo e rivendica una linea fondata su alleanze solide, autonomia nazionale e stabilità politica

Giorgia Meloni non si considera antiamericana, respinge l’immagine di una presidente del Consiglio subordinata a Donald Trump e sostiene che l’Italia possa difendere la propria posizione all’interno dell’Occidente senza indebolire le alleanze tradizionali. È uno dei passaggi centrali dell’intervista concessa a Nicola Porro nel programma 10 minuti, durante la quale la presidente del Consiglio ha affrontato, in rapida successione, i principali temi dell’attualità politica: i rapporti con gli Stati Uniti, le polemiche con la Nato, il confronto con Emmanuel Macron, il lavoro, il piano casa, la legge elettorale, l’immigrazione, la collocazione politica di Roberto Vannacci e la futura elezione del presidente della Repubblica.

L’intervista, costruita intorno a tre grandi aree — politica estera, economia e politica interna — ha offerto a Meloni l’occasione per respingere alcune delle critiche rivolte al governo e per ribadire una visione nella quale l’Italia deve restare saldamente inserita nel sistema occidentale, ma senza rinunciare alla propria autonomia di giudizio.

«Non sono antiamericana oggi e non ero inginocchiata ieri», ha affermato, rispondendo a una domanda sul rapporto con Washington e sulle accuse di eccessiva vicinanza a Trump. Meloni ha spiegato di considerare l’unità dell’Occidente una condizione favorevole tanto alla sicurezza europea quanto alla posizione internazionale dell’Italia. Ha tuttavia aggiunto che le relazioni solide devono fondarsi anche sulla franchezza e sul rispetto reciproco.

La presidente del Consiglio ha rivendicato di non avere cambiato orientamento: alleanza con gli Stati Uniti, sostegno alla Nato, difesa dell’interesse nazionale e disponibilità a manifestare dissenso quando le posizioni italiane non coincidono con quelle degli altri governi.

IL RAPPORTO CON GLI STATI UNITI E LE PAROLE DI RUTTE

Una parte significativa dell’intervista è stata dedicata alle polemiche nate dalle dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, relative a circa cinquecento voli riconducibili alle attività statunitensi nelle basi presenti sul territorio italiano.

Meloni ha giudicato quelle parole «molto approssimative», sostenendo che il numero, comunicato senza un contesto adeguato, avrebbe potuto essere interpretato in modo errato sia dall’opinione pubblica sia dalle autorità straniere.

Secondo la presidente del Consiglio, i voli rientravano nelle normali attività tecniche e logistiche previste dagli accordi esistenti tra Italia, Stati Uniti e Alleanza Atlantica. Ha inoltre precisato che il dato sarebbe risultato inferiore a quello registrato nello stesso periodo degli anni precedenti.

Il governo, ha sostenuto, avrebbe autorizzato esclusivamente le attività già previste dagli accordi internazionali, senza consentire operazioni offensive originate direttamente dal territorio italiano.

Meloni ha sottolineato che un’informazione diffusa in modo incompleto può produrre conseguenze diplomatiche e creare sospetti in una fase internazionale particolarmente delicata. Per questo avrebbe richiamato Rutte alla necessità di maggiore cautela.

Il punto politico espresso dalla presidente è chiaro: l’Italia intende rispettare pienamente i propri impegni atlantici, ma non vuole essere rappresentata come una piattaforma utilizzata senza controllo o come un Paese privo di autonomia nelle decisioni riguardanti la sicurezza e la politica estera.

«CON MACRON NON HO MAI LITIGATO»

Nel corso dell’intervista è stato affrontato anche il rapporto con il presidente francese Emmanuel Macron, spesso descritto dai mezzi d’informazione come difficile e caratterizzato da forti divergenze personali.

Meloni ha respinto questa ricostruzione. Ha dichiarato di non avere mai litigato con Macron e di mantenere con lui un rapporto franco, nel quale esistono accordi su alcuni temi e posizioni differenti su altri.

La presidente ha definito positivo l’ultimo vertice bilaterale e ha cercato di ridimensionare la rappresentazione di uno scontro permanente tra Roma e Parigi.

Il rapporto tra Italia e Francia è segnato da interessi comuni ma anche da una competizione naturale su numerosi dossier europei e internazionali: difesa, industria, immigrazione, politica energetica, Mediterraneo e gestione delle istituzioni comunitarie. Meloni ha presentato questa dialettica come una componente normale dei rapporti tra due grandi Paesi dell’Unione europea, non come il risultato di un’incompatibilità personale.

IL «SALARIO GIUSTO» E LA DISTANZA DAL SALARIO MINIMO

Sul piano economico, Nicola Porro ha chiesto alla presidente del Consiglio se alcune delle iniziative adottate dal governo non rappresentassero uno spostamento verso posizioni tradizionalmente associate alla sinistra.

Meloni ha respinto l’interpretazione e ha sostenuto che da molti anni la sinistra avrebbe abbandonato i temi del lavoro, della stabilità occupazionale e della crescita dei salari.

La presidente ha richiamato i dati sull’occupazione, rivendicando il record del numero degli occupati, la riduzione della disoccupazione, l’aumento del lavoro femminile e la crescita dei contratti stabili rispetto alle forme precarie.

Il passaggio più articolato ha riguardato la differenza tra salario minimo e «salario giusto».

Secondo Meloni, il salario minimo fissato direttamente dallo Stato rischierebbe di sostituire la contrattazione collettiva e di diventare, in alcuni casi, un parametro inferiore al trattamento complessivo già garantito dai contratti nazionali.

Il salario giusto, nella formulazione sostenuta dal governo, dovrebbe invece impedire che un lavoratore venga pagato meno di quanto stabilito dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali maggiormente rappresentative.

La presidente ha insistito sul fatto che il contratto collettivo non disciplina soltanto la paga oraria, ma anche ferie, malattia, tredicesima, quattordicesima, previdenza complementare e altre tutele.

Ha quindi presentato la propria proposta non come una misura di sinistra, ma come uno strumento compatibile con un’impostazione liberale, perché valorizza il ruolo delle parti sociali invece di imporre un’unica cifra dall’alto.

La discussione resta politicamente aperta. Le opposizioni continuano a sostenere la necessità di una soglia salariale legale, mentre il governo preferisce intervenire attraverso il rafforzamento della contrattazione e il contrasto ai cosiddetti contratti pirata.

BUROCRAZIA E RAPPORTO CON LE IMPRESE

Meloni ha riconosciuto che la riduzione della burocrazia italiana richiede tempi lunghi e probabilmente più di una legislatura.

Ha tuttavia rivendicato il metodo seguito dal governo, fondato sul confronto con le associazioni degli imprenditori e con chi affronta quotidianamente le difficoltà amministrative.

«Chi vive i problemi nel quotidiano ne sa più di te», ha osservato, sottolineando che l’ascolto delle categorie economiche dovrebbe essere considerato uno strumento essenziale per costruire riforme efficaci.

La presidente ha presentato il rapporto diretto con lavoratori e imprese come uno degli aspetti che cerca di conservare nonostante le responsabilità istituzionali. Ha però ammesso che la sicurezza, l’attenzione dei mezzi d’informazione e il protocollo rendono molto più difficile muoversi liberamente e incontrare le persone senza filtri.

È uno degli elementi personali emersi dall’intervista. Alla domanda su ciò che le manca maggiormente della vita precedente, Meloni ha risposto: passeggiare per strada senza essere osservata.

IL PIANO CASA: SESSANTAMILA ALLOGGI DA RECUPERARE

Tra i progetti illustrati dalla presidente del Consiglio figura il piano casa, concepito su un orizzonte di dieci anni.

Meloni ha affermato di aspettarsi risultati visibili già prima della fine della legislatura, pur riconoscendo che l’attuazione completa richiederà un periodo più lungo.

Il primo obiettivo indicato è la ristrutturazione di circa sessantamila case popolari esistenti che, non essendo a norma, non possono essere assegnate alle famiglie in graduatoria.

Il secondo riguarda una fascia di popolazione spesso esclusa sia dall’edilizia popolare sia dal mercato privato: persone con un reddito troppo alto per ottenere un alloggio pubblico, ma insufficiente per acquistare o affittare una casa ai prezzi correnti.

Per questa categoria, il governo punta a immettere sul mercato decine di migliaia di abitazioni a un prezzo inferiore di almeno il 30 per cento rispetto ai valori di mercato.

Si tratta di una forma di edilizia sociale destinata soprattutto alle giovani coppie, ai lavoratori e alle famiglie con redditi medi che, nelle grandi città, non riescono più a sostenere il costo degli affitti o ad accedere a un mutuo.

L’obiettivo è ambizioso e dovrà confrontarsi con diversi ostacoli: disponibilità delle aree, rapporti con gli enti locali, tempi urbanistici, risorse finanziarie, costi di costruzione e capacità di coinvolgere investitori privati.

Meloni ha però sostenuto che il progetto sia già entrato nella fase operativa e che i primi risultati potranno essere verificati entro la conclusione della legislatura.

LA LEGGE ELETTORALE E LA SERA DEL VOTO

La presidente del Consiglio ha confermato l’intenzione di modificare la legge elettorale con l’obiettivo di rendere immediatamente chiaro chi abbia vinto e chi debba governare.

La proposta, secondo Meloni, non dovrebbe essere costruita per favorire uno specifico schieramento, ma per garantire agli elettori la possibilità di scegliere una maggioranza, un programma e una guida politica.

La presidente ha criticato i governi nati attraverso accordi parlamentari successivi al voto, sostenendo che la nuova legge dovrebbe impedire i cosiddetti giochi di palazzo.

L’idea è quella di collegare l’indicazione del presidente del Consiglio a un meccanismo capace di assicurare alla coalizione vincente i numeri necessari per governare.

Meloni ha affermato che una riforma elettorale progettata esclusivamente sulla base della convenienza del momento sarebbe destinata a fallire. Ha quindi escluso che la maggioranza stia cercando di costruire regole utili soltanto al centrodestra.

Il confronto parlamentare sarà tuttavia complesso. Le opposizioni contestano il rischio di un’eccessiva concentrazione del potere nella maggioranza e chiedono garanzie sulla rappresentanza, sull’equilibrio istituzionale e sul ruolo del Parlamento.

Il governo insiste invece sulla necessità di superare l’instabilità che ha caratterizzato molte legislature italiane e di avvicinare il sistema nazionale ai modelli nei quali l’esito elettorale produce una maggioranza chiaramente identificabile.

MELONI CONTRO VANNACCI: «VOTA COME L’OPPOSIZIONE»

Uno dei passaggi politicamente più significativi ha riguardato Roberto Vannacci e il suo rapporto con il centrodestra.

Meloni ha escluso, almeno nelle condizioni attuali, che il movimento dell’ex generale possa essere considerato parte della coalizione di governo.

Secondo la presidente del Consiglio, Vannacci e i suoi parlamentari voterebbero contro il governo insieme alle opposizioni, sosterrebbero le mozioni di sfiducia e concentrerebbero la propria comunicazione soprattutto sugli attacchi alla maggioranza.

Pur riconoscendo che molti temi sollevati da Vannacci appartengono all’area culturale della destra, Meloni ha osservato che non è possibile costruire un’alleanza con chi manifesta l’obiettivo di distruggere o sostituire l’attuale governo.

Il giudizio segna una distanza politica netta. La presidente non nega che esista uno spazio elettorale alla destra della coalizione, soprattutto sui temi dell’immigrazione e della sicurezza, ma respinge l’idea che la maggiore radicalità delle parole equivalga automaticamente a una maggiore efficacia delle soluzioni.

Meloni ha ricordato che governare l’immigrazione richiede accordi internazionali, collaborazione con i Paesi di origine e transito, strumenti europei, rimpatri e controllo delle frontiere.

Ha inoltre rivendicato una riduzione dell’80 per cento degli ingressi irregolari rispetto al periodo precedente, attribuendo il risultato alle politiche adottate dal governo e al diverso orientamento maturato nell’Unione europea.

IMMIGRAZIONE E «REMIGRAZIONE»

La presidente del Consiglio ha affrontato anche il termine «remigrazione», diventato centrale nella comunicazione di alcuni movimenti europei di destra.

Meloni ha spiegato che, qualora con questa parola si intendano i rimpatri volontari assistiti, tali programmi esistono già e vengono gestiti dallo Stato italiano, dall’Unione europea e dalle organizzazioni internazionali.

Il problema più complesso riguarda invece le persone che non accettano di tornare volontariamente nel Paese d’origine.

In questi casi, ha osservato, sono necessari accordi di riammissione, identificazioni, disponibilità di posti nei centri, procedure amministrative e cooperazione con le autorità straniere.

Meloni ha collegato questa politica al nuovo regolamento europeo sui rimpatri, sostenendo che l’Italia abbia lavorato per tre anni alla costruzione di un approccio più rigido ed efficace.

La presidente ha attribuito al proprio governo una parte rilevante del cambiamento avvenuto in Europa sull’immigrazione, ricordando che molte posizioni considerate isolate all’inizio della legislatura sarebbero diventate patrimonio comune delle istituzioni europee.

IL QUIRINALE E IL «TABÙ» DI UN PRESIDENTE NON DI SINISTRA

L’intervista ha toccato anche uno dei temi destinati ad assumere crescente importanza nei prossimi anni: l’elezione del futuro presidente della Repubblica.

Meloni ha riconosciuto l’esistenza di un establishment politico e culturale preoccupato dalla possibilità che una futura maggioranza di centrodestra possa eleggere un capo dello Stato non proveniente dal centrosinistra.

La presidente ha descritto questa eventualità come un tabù che potrebbe essere superato, così come in passato sono stati superati altri limiti che sembravano impedire alla destra di governare stabilmente il Paese.

Il ragionamento espresso non costituisce un’indicazione su un candidato specifico, ma rappresenta una dichiarazione politica precisa: il centrodestra, qualora ottenesse nuovamente la fiducia degli elettori e disponesse dei numeri parlamentari necessari, avrebbe il diritto di concorrere alla scelta del presidente della Repubblica senza essere considerato meno legittimo degli altri schieramenti.

Meloni ha collegato questo tema a una convinzione che sostiene di avere difeso per tutta la propria vita politica: chi non appartiene alla sinistra non deve essere considerato «figlio di un Dio minore».

La presidenza del Consiglio, la capacità di governare per un’intera legislatura e l’elezione del capo dello Stato vengono quindi presentate come passaggi attraverso i quali la destra cerca di ottenere una piena legittimazione istituzionale.

La scelta del successore di Sergio Mattarella dipenderà comunque dalla composizione del Parlamento e dalle maggioranze previste dalla Costituzione. Meloni ha infatti concluso che ogni possibilità sarà determinata, in ultima analisi, dal voto degli italiani.

LA COMMISSIONE COVID E IL CASO DELLE MASCHERINE

Nella parte finale dell’intervista, la presidente del Consiglio è tornata sulle indagini e sulle polemiche relative agli acquisti di mascherine e dispositivi medici durante l’emergenza Covid.

Meloni ha ringraziato Porro per avere mantenuto alta l’attenzione sul caso e ha sostenuto che il lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta stia facendo emergere elementi meritevoli di approfondimento giornalistico.

Ha citato in particolare le commissioni milionarie che sarebbero state versate nell’ambito di forniture dirette dalla Cina e la qualità di alcuni dispositivi acquistati durante la fase più drammatica della pandemia.

La presidente non ha formulato accuse giudiziarie e ha riconosciuto di non poter stabilire personalmente che cosa vi sia dietro quella vicenda. Ha però sottolineato che l’impiego di miliardi di euro di denaro pubblico e le possibili irregolarità nelle forniture costituiscono un tema di interesse nazionale.

Secondo Meloni, l’attenzione dedicata a questa vicenda sarebbe stata inferiore rispetto a quella riservata dai mezzi d’informazione ad altri casi politici e personali di minore impatto economico e istituzionale.

La Commissione Covid continua a rappresentare un terreno di forte confronto tra maggioranza e opposizione. Il centrodestra la considera uno strumento necessario per ricostruire le decisioni assunte durante l’emergenza, mentre una parte delle opposizioni teme che possa essere utilizzata per delegittimare la gestione sanitaria dei governi precedenti.

UNA PRESIDENTE TRA CONSENSO E RESPONSABILITÀ

L’intervista ha mostrato una Giorgia Meloni impegnata a presentare la propria azione come il tentativo di consolidare la posizione internazionale dell’Italia, rafforzare la stabilità politica e trasformare alcuni temi tradizionali della destra in politiche di governo.

Sul piano estero, la presidente rivendica l’appartenenza occidentale ma insiste sulla necessità della franchezza con gli alleati. Sul piano economico, respinge la contrapposizione secondo la quale l’attenzione ai salari e ai lavoratori sarebbe patrimonio esclusivo della sinistra. Sul piano istituzionale, punta a una legge elettorale che consenta agli elettori di identificare immediatamente il vincitore.

Il confronto con Vannacci mostra però che lo spazio politico alla destra del governo non è scomparso. Meloni cerca di contenerlo rivendicando i risultati concreti ottenuti su immigrazione e sicurezza e contrapponendo la complessità dell’azione amministrativa alla semplicità delle parole d’ordine.

Il passaggio sul Quirinale indica invece una prospettiva di lungo periodo. La presidente del Consiglio non considera concluso il processo di legittimazione della destra nelle istituzioni italiane e presenta la possibilità di eleggere un capo dello Stato non proveniente dal centrosinistra come una conseguenza naturale dell’alternanza democratica.

Dietro le dichiarazioni politiche è emerso anche un elemento personale. La guida del governo ha modificato radicalmente il rapporto di Meloni con la vita quotidiana. La libertà di camminare per strada senza essere riconosciuta, fermata o circondata dalla sicurezza è diventata il ricordo di una normalità ormai perduta.

È forse il passaggio meno politico dell’intervista, ma quello che restituisce con maggiore immediatezza la distanza tra la dirigente di partito che portò Fratelli d’Italia dal 3 per cento alla guida del governo e la presidente del Consiglio chiamata oggi a muoversi tra vertici internazionali, crisi, riforme e conflitti interni alla propria area politica.

Fonte: intervista di Nicola Porro alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, 10 minuti, 29 giugno 2026