Dal caso Casagrande a Garlasco

Le nuove analisi genetiche riaprono uno dei delitti più inquietanti del Veneto. Ma il caso solleva interrogativi più profondi sui tempi delle indagini e sulle verità arrivate troppo tardi

Trentacinque anni dopo l’omicidio di Sandra Casagrande, il caso torna improvvisamente al centro della cronaca italiana.

La Procura di Treviso ha iscritto nel registro degli indagati un uomo di 57 anni residente in provincia, dopo nuovi approfondimenti scientifici effettuati sulle tracce biologiche repertate sulla scena del delitto del 29 gennaio 1991.

Sandra Casagrande venne trovata senza vita all’interno della pasticceria “Due Torri” di Roncade, uccisa con 22 colpi di forbice al torace. L’assassino sparì nel nulla. Da quel giorno il caso è rimasto uno dei grandi misteri irrisolti della cronaca veneta.

Oggi, grazie alle moderne tecnologie genetiche e al confronto con la banca dati nazionale del DNA, un profilo maschile rimasto senza nome per decenni potrebbe finalmente portare a una svolta.

Il DNA riapre il passato

Le nuove analisi scientifiche sui reperti conservati dagli investigatori hanno consentito di isolare elementi genetici che all’epoca non potevano essere interpretati con gli strumenti disponibili nei primi anni Novanta.

È proprio questo aspetto che colpisce maggiormente.

La tecnologia moderna sta infatti riscrivendo molte vecchie indagini italiane. Tracce considerate inutilizzabili decenni fa oggi possono raccontare storie completamente diverse.

Ed è inevitabile che ogni riapertura produca anche una riflessione più ampia:
quante verità in Italia sono rimaste sospese semplicemente perché la scienza investigativa dell’epoca non era ancora pronta?

I dubbi che ritornano

Negli ultimi anni diversi casi italiani sono tornati improvvisamente al centro dell’attenzione. Il delitto di Delitto di Garlasco continua ancora oggi a generare interrogativi, discussioni e riletture investigative.

Ogni volta che emerge un nuovo elemento dopo decenni, cresce inevitabilmente anche una domanda difficile:
la giustizia italiana riesce davvero a dare risposte in tempi ragionevoli?

Perché quando una verità arriva dopo trent’anni, qualcosa inevitabilmente si incrina. Non soltanto nelle indagini, ma anche nella fiducia delle persone.

Una giustizia che convive con il tempo

Il problema non riguarda soltanto i singoli casi. Riguarda il rapporto che il sistema giudiziario italiano ha con il tempo.

Molte inchieste sembrano trascinarsi per anni tra piste incomplete, archivi, nuove perizie e continui approfondimenti. Nel frattempo le famiglie aspettano, i ricordi si consumano e la sensazione collettiva è che troppe verità rimangano sempre a metà.

Il caso Sandra Casagrande riporta tutto questo in superficie.

Perché se oggi un profilo genetico può cambiare la storia di un delitto del 1991, significa che il passato non è mai davvero chiuso. Ma significa anche che l’Italia continua a convivere con molte ferite investigative rimaste aperte troppo a lungo.

E forse la vera domanda non è soltanto chi abbia ucciso Sandra Casagrande.

La domanda più difficile è capire perché nel nostro Paese così tante verità sembrino avere bisogno di decenni prima di provare a emergere davvero.