Dalla morte di Carlo Giuliani all’irruzione nella scuola Diaz, fino alle torture nella caserma di Bolzaneto: il ricordo di Genova 2001 continua a interrogare lo Stato, le forze dell’ordine e una generazione intera
Sono passati venticinque anni dal G8 di Genova del luglio 2001, ma quella ferita non si è mai davvero chiusa.
Per molti italiani, Genova non rappresenta soltanto un vertice internazionale degenerato in scontri e devastazioni. È diventata il simbolo di una crisi profonda dello Stato democratico, della gestione dell’ordine pubblico e della capacità delle istituzioni di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
In quei giorni morirono un ragazzo di 23 anni, vennero picchiati manifestanti inermi, furono costruite false prove, vennero inflitte umiliazioni e violenze poi riconosciute come tortura. E ancora oggi, a un quarto di secolo di distanza, il Paese continua a dividersi tra chi chiede verità e giustizia e chi considera ormai chiusa quella pagina.
Una città trasformata in una zona di guerra
Genova, nel luglio del 2001, era una città blindata.
Il centro era stato diviso in zone, con la cosiddetta area rossa completamente interdetta ai manifestanti. Migliaia di agenti erano stati schierati per proteggere il vertice dei leader mondiali, mentre decine di migliaia di persone erano arrivate per partecipare alle manifestazioni organizzate dal Genoa Social Forum.
La maggioranza dei partecipanti apparteneva a movimenti pacifici, associazioni, sindacati, organizzazioni ambientaliste e gruppi impegnati contro le disuguaglianze della globalizzazione.
Accanto a loro agirono però anche gruppi violenti, tra cui circa 400 Black Bloc, responsabili di saccheggi, incendi e distruzioni.
Quella minoranza contribuì a trascinare la città in una spirale di violenza, ma non può giustificare ciò che accadde ai manifestanti pacifici e alle persone fermate.
La morte di Carlo Giuliani
Il 20 luglio, in piazza Alimonda, un Defender dei carabinieri rimase bloccato durante gli scontri.
Carlo Giuliani, 23 anni, raccolse un estintore e si avvicinò al mezzo. Dall’interno della camionetta, il carabiniere Mario Placanica esplose un colpo di pistola.
Giuliani cadde a terra e venne poi investito dal veicolo mentre cercava di allontanarsi.
La sua morte divenne immediatamente il simbolo tragico di quelle giornate.
Placanica, allora poco più che ventenne e con un addestramento limitato per l’ordine pubblico, ha continuato negli anni a raccontare di aver sparato in una situazione di paura e pericolo, sostenendo di non aver voluto colpire nessuno.
Anche la sua vita, da quel momento, è rimasta segnata.
«È come se fossi morto anch’io a Genova», ha dichiarato, raccontando di essere stato abbandonato e di aver vissuto per anni nella solitudine.
Due giovani vite distrutte in una piazza dove non si sarebbe mai dovuti arrivare a quel livello di violenza.
La responsabilità dell’organizzazione
Il caso Giuliani non può essere letto soltanto come lo scontro tra un manifestante e un carabiniere.
La domanda più importante riguarda il modo in cui venne organizzato e gestito l’intero dispositivo di sicurezza.
Perché una camionetta con pochi uomini rimase isolata nel mezzo degli scontri? Perché un carabiniere ausiliario, con scarsa esperienza, si trovò in una condizione nella quale sentì di dover utilizzare un’arma da fuoco?
Perché le forze presenti nella zona non intervennero prima che la situazione degenerasse?
La responsabilità individuale non può cancellare quella politica, organizzativa e gerarchica.
Genova fu anche il fallimento di una catena di comando incapace di prevenire il disastro.
La notte della scuola Diaz
Se la morte di Carlo Giuliani rappresentò il momento più drammatico del 20 luglio, la notte successiva consegnò alla storia una delle pagine più oscure della Repubblica.
La polizia fece irruzione nella scuola Diaz, utilizzata come dormitorio e centro stampa dal Genoa Social Forum.
Gli agenti entrarono nell’edificio e colpirono le persone che si trovavano all’interno, molte delle quali stavano dormendo nei sacchi a pelo.
Decine di manifestanti uscirono in barella, con ferite gravissime.
L’operazione era stata presentata come un intervento contro i Black Bloc, ma le indagini e i processi dimostrarono la presenza di falsificazioni e depistaggi.
Due bottiglie molotov furono indicate come prova della pericolosità degli occupanti, ma secondo l’accusa erano state portate all’interno dalla stessa polizia.
Quella notte non fu soltanto un abuso operativo. Fu un tentativo di costruire una giustificazione postuma per una violenza già compiuta.
La “macelleria messicana”
L’irruzione alla Diaz venne definita una “macelleria messicana” durante il processo.
La formula è rimasta nella memoria collettiva perché descrive con brutalità ciò che accadde: persone inermi colpite sistematicamente, senza alcuna reale possibilità di difendersi.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha successivamente condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea, quello che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti.
Nel 2012 la Cassazione condannò definitivamente per falso quindici funzionari di polizia, accusati di aver coperto le violenze attraverso false prove e accuse infondate.
Molti degli agenti materialmente responsabili dei pestaggi non furono mai identificati.
I reati finirono in larga parte prescritti, mentre le conseguenze disciplinari furono considerate da molti insufficienti.
Bolzaneto, dove morì il diritto
Ancora più grave fu ciò che avvenne nella caserma di Bolzaneto, dove venivano portate le persone fermate.
Le testimonianze raccontarono di detenuti costretti a restare per ore in piedi, con le mani alzate, senza poter andare in bagno, cambiare posizione o ricevere cure.
Vennero denunciati pestaggi, insulti razzisti e fascisti, minacce sessuali, umiliazioni e violenze psicologiche.
La giustizia italiana e la Corte europea hanno riconosciuto che in quella struttura furono commessi atti di tortura.
Per anni, però, l’Italia non disponeva nemmeno di un reato specifico che consentisse di perseguirli adeguatamente.
La legge sulla tortura sarebbe arrivata soltanto nel 2017.
Bolzaneto rappresentò il punto nel quale lo Stato smise di comportarsi come garante dei diritti e si trasformò, per molte ore, nel loro principale violatore.
Le condanne e il senso di impunità
I processi arrivarono, ma troppo tardi e con risultati incompleti.
Molti reati furono cancellati dalla prescrizione. Numerosi responsabili evitarono il carcere. Alcuni continuarono a ricoprire incarichi nelle forze dell’ordine.
Vittorio Agnoletto, allora portavoce del Genoa Social Forum, ha ricordato che nessuno dei poliziotti condannati ha trascorso un giorno in cella.
Secondo Agnoletto, questa mancata assunzione di responsabilità ha alimentato un pericoloso senso di impunità.
La questione non riguarda il desiderio di vendetta, ma il principio dell’uguaglianza davanti alla legge.
Quando chi rappresenta lo Stato commette un abuso, la responsabilità dovrebbe essere ancora più severa, non più debole.
Il movimento che faceva paura
Il G8 di Genova non fu soltanto ordine pubblico.
Fu anche il tentativo di fermare un movimento internazionale capace di mettere in discussione il modello economico e politico dominante.
I manifestanti parlavano di strapotere della finanza, cambiamento climatico, disuguaglianze, migrazioni forzate, privatizzazione dei servizi e perdita di sovranità democratica.
Molti di quei temi, allora considerati estremi o utopistici, sono oggi al centro del dibattito mondiale.
Quel movimento era ampio, transnazionale e capace di unire realtà molto diverse.
La violenza di Genova non lo cancellò completamente, ma lo traumatizzò e ne spezzò la forza.
Le parole della sorella di Carlo
Elena Giuliani continua a ricordare il fratello e a chiedere una verità che, secondo lei, non è mai arrivata pienamente.
Vivere venticinque anni senza Carlo significa, nelle sue parole, vivere tutte le ingiustizie del mondo.
La ferita non è soltanto privata. È politica e collettiva.
La famiglia non ha mai avuto un processo capace di chiarire completamente perché quel ragazzo sia morto e quali responsabilità abbiano portato a quella piazza, a quella camionetta e a quel colpo.
Il processo non avrebbe restituito Carlo alla vita, ma avrebbe potuto impedire il ripetersi di tragedie simili.
Scajola e il fallimento dell’ordine pubblico
Claudio Scajola, ministro dell’Interno nel 2001, ha riconosciuto che la morte di Giuliani fu il risultato di una gestione non riuscita dell’ordine pubblico.
Ha ricordato l’immagine del giovane ucciso e quella del carabiniere inesperto che sparò, distruggendo anche la propria vita.
La scelta di organizzare il summit a Genova era stata presa dal precedente governo, ma la responsabilità della gestione ricadde sull’esecutivo allora in carica.
Le condanne della Corte europea hanno certificato che lo Stato italiano violò i diritti fondamentali proprio mentre avrebbe dovuto proteggerli.
Non tutte le responsabilità sono uguali
Ricordare Genova significa anche rifiutare le semplificazioni.
I Black Bloc devastarono la città e commisero reati gravi. La loro violenza danneggiò i movimenti pacifici e contribuì a creare il caos.
Ma la violenza di gruppi criminali non può essere usata per giustificare pestaggi indiscriminati, torture, arresti illegali e prove false.
Uno Stato democratico si distingue proprio perché non risponde all’illegalità con altra illegalità.
Le forze dell’ordine hanno il dovere di proteggere la collettività, ma quel potere deve essere esercitato entro i limiti della legge.
Quando quei limiti vengono superati, il problema non è soltanto disciplinare. È democratico.
Una ferita mai rimarginata
A venticinque anni di distanza, Genova continua a dividere perché molte responsabilità non sono mai state pienamente riconosciute.
Le vittime hanno ottenuto risarcimenti e sentenze, ma non sempre giustizia sostanziale.
Le istituzioni hanno espresso parole di rammarico, ma non è mai arrivata una vera assunzione collettiva di responsabilità.
La ferita resta aperta anche perché il Paese non ha costruito una memoria condivisa.
Per alcuni, Genova fu soltanto una battaglia tra polizia e violenti. Per altri, fu un colpo autoritario inferto alla democrazia.
La verità è che entrambe le violenze esistettero, ma non avevano lo stesso significato.
Da una parte agivano gruppi criminali. Dall’altra agiva lo Stato, con uniformi, catene di comando e responsabilità istituzionali.
Ricordare per impedire che accada ancora
Le commemorazioni non devono diventare rituali vuoti.
Ricordare Carlo Giuliani, la Diaz e Bolzaneto significa chiedersi se oggi le forze dell’ordine siano meglio addestrate, se esistano strumenti efficaci per identificare chi commette abusi e se la catena di comando possa essere chiamata realmente a rispondere.
Significa anche difendere il diritto di manifestare senza trasformare le piazze in territori di guerra.
Il rispetto delle forze dell’ordine e la tutela dei manifestanti non sono principi opposti.
Uno Stato forte non è quello che usa più violenza. È quello capace di controllare la propria forza.
La lezione di Genova
Il G8 del 2001 ci insegna che la democrazia può essere sospesa anche senza un colpo di Stato.
Può essere sospesa quando il diritto viene messo da parte in nome dell’emergenza, quando la paura sostituisce il controllo, quando la verità viene manipolata per proteggere le istituzioni.
Può essere sospesa quando le vittime devono attendere anni prima che qualcuno riconosca ciò che hanno subito.
Genova non appartiene soltanto al passato.
Ogni volta che una manifestazione viene affrontata come una guerra, ogni volta che un abuso viene coperto e ogni volta che la divisa viene utilizzata come protezione dall’accertamento delle responsabilità, quella ferita torna ad aprirsi.
Venticinque anni dopo, la memoria non può limitarsi a un corteo o a una fiaccolata.
Deve diventare impegno civile.
Per Carlo Giuliani, per le persone picchiate alla Diaz, per quelle torturate a Bolzaneto e per tutti gli agenti che ogni giorno svolgono con dignità il proprio servizio senza oltrepassare il limite della legge.
La democrazia si difende anche così: ricordando quando lo Stato ha fallito e pretendendo che non accada mai più.
