Australia, raddoppia l’insoddisfazione per la vita: 2,2 milioni sotto la soglia del benessere

Un australiano su dieci assegna alla propria vita un punteggio pari o inferiore a quattro su dieci. Costo della vita, crisi abitativa e perdita di fiducia alimentano quella che gli esperti definiscono “povertà del benessere”

Quasi 2,2 milioni di australiani con almeno 15 anni vivono oggi sotto la cosiddetta soglia della “povertà del benessere”, mentre la quota di persone profondamente insoddisfatte della propria vita è raddoppiata nell’arco di un decennio.

Secondo i dati della General Social Survey dell’Australian Bureau of Statistics, nel 2025 il 9,7% della popolazione ha attribuito alla propria soddisfazione generale un punteggio pari o inferiore a quattro su dieci.

Nel 2014 si trovava nella stessa condizione il 4,8% degli australiani: circa una persona su venti. Oggi il rapporto è salito a una su dieci.

Una crisi iniziata durante la pandemia

Il primo forte aumento dell’insoddisfazione è stato registrato nel 2020, durante i lockdown imposti per contenere la pandemia.

Quella crescita non è stata però riassorbita negli anni successivi. Al contrario, è proseguita mentre le famiglie affrontavano l’aumento dei prezzi, la pressione sugli affitti, i mutui più costosi e il rincaro dei servizi essenziali.

Anche l’indice di fiducia dei consumatori Westpac è rimasto vicino ai minimi degli ultimi cinquant’anni, senza riuscire a recuperare pienamente il crollo provocato dalla pandemia.

Il peso del costo della vita

Le famiglie con redditi più bassi sono state colpite in modo particolarmente duro dall’aumento delle spese per elettricità, assicurazioni, assistenza sanitaria e beni di prima necessità.

Shane Oliver, capo economista di AMP, ha osservato che la fiducia dei consumatori sembra ormai bloccata su livelli normalmente associati a una recessione.

Il reddito disponibile reale delle famiglie, corretto per l’inflazione, è rimasto sostanzialmente allo stesso livello della metà del 2020.

La prospettiva di una nuova recessione pro capite, accompagnata da una crescita debole e da un’inflazione ancora elevata, rischia di aggravare ulteriormente il disagio.

La casa al centro della frustrazione

Secondo Oliver, la crisi dell’abitazione potrebbe essere la principale causa del crollo della soddisfazione.

Per molti giovani e famiglie, la possibilità di acquistare una casa è diventata sempre più remota. I prezzi elevati, la scarsità dell’offerta e il costo dei finanziamenti hanno ridotto le aspettative di miglioramento personale.

La frustrazione non dipenderebbe soltanto dalla mancanza di reddito, ma dalla distanza crescente tra ciò che le persone speravano di raggiungere e ciò che oggi considerano realisticamente possibile.

«Sospetto che la casa sia il problema più grande», ha affermato l’economista, sostenendo che una gestione migliore del settore contribuirebbe in modo decisivo ad affrontare la crisi del benessere.

Più insoddisfazione, meno fiducia nella comunità

I dati dell’ABS mostrano che le persone con livelli molto bassi di soddisfazione tendono anche a sentirsi più isolate e prive di potere.

Soltanto il 15% di chi si trova sotto la soglia del benessere ritiene di avere voce nelle questioni importanti della propria comunità.

La media nazionale è del 32%, mentre sale al 46% tra coloro che attribuiscono alla propria vita un punteggio pari o superiore a nove.

Il collegamento tra benessere personale e partecipazione civica appare quindi molto forte: chi è più soddisfatto sente anche di poter incidere maggiormente sulla realtà che lo circonda.

Il rapporto con il multiculturalismo

L’insoddisfazione sembra avere conseguenze anche sull’atteggiamento verso una società multiculturale.

Poco più del 60% delle persone con i punteggi più bassi ritiene positivo vivere in una comunità composta da culture differenti.

La percentuale sale all’80% nell’intera popolazione e si avvicina al 90% tra gli australiani con il livello più alto di soddisfazione.

Il dato emerge mentre cresce il consenso verso forze populiste e di destra radicale e mentre Pauline Hanson rilancia l’idea di una società “monoculturale”.

Disagio economico e radicalizzazione politica

La crescita del malessere non significa automaticamente sostegno a posizioni estreme, ma gli studiosi osservano una relazione tra insicurezza economica, sfiducia nelle istituzioni e attrazione verso messaggi politici più radicali.

Chi ritiene di non essere ascoltato o di non avere alcun controllo sulle proprie condizioni di vita può essere più sensibile a narrazioni fondate sulla rabbia, sull’esclusione e sull’individuazione di un nemico.

La povertà del benessere diventa quindi non soltanto una questione personale o sanitaria, ma anche un problema di coesione democratica.

I salari più bassi restano indietro

Negli ultimi dieci anni le retribuzioni dei lavoratori meglio pagati sono cresciute a un ritmo più che doppio rispetto a quelle delle fasce con i redditi inferiori.

Questo divario ha rafforzato la percezione che la crescita economica non venga distribuita equamente.

L’aumento dei prezzi ha inoltre colpito soprattutto chi destina una quota maggiore del proprio reddito a spese incomprimibili come casa, energia, trasporti e salute.

Anche quando l’economia nazionale mostra segnali di espansione, molte famiglie non percepiscono alcun miglioramento concreto.

Il ruolo dei social media

Anthea Hancocks, amministratrice delegata dello Scanlon Foundation Research Institute, ha sottolineato l’impatto dei social media sul modo in cui gli australiani percepiscono se stessi e il mondo.

Il confronto continuo con le vite degli altri, l’esposizione a contenuti negativi e la polarizzazione possono amplificare la sensazione di fallimento, esclusione o perdita di controllo.

Quando una persona sente di non contare e di non essere sostenuta, tende anche a fidarsi meno degli altri e delle istituzioni, partecipando meno alla vita della comunità.

La coesione sociale resiste, ma è più fragile

Nonostante la crescita dell’insoddisfazione, l’indice nazionale di coesione sociale elaborato dallo Scanlon Institute è rimasto stabile a quota 78 negli ultimi tre anni.

Il livello è però molto inferiore al picco di 92 registrato nel 2021.

Questo significa che la società australiana conserva ancora una capacità significativa di solidarietà e adattamento, ma si trova sotto una pressione crescente.

La sfida sarà evitare che il disagio economico si trasformi in isolamento, sfiducia e conflitto sociale.

I quartieri coesi rendono più felici

Secondo Hancocks, il rapporto con il vicinato e la comunità locale può fare una differenza enorme.

Le persone che vivono in quartieri caratterizzati da fiducia, partecipazione e relazioni forti riportano livelli di felicità molto più elevati, indipendentemente dalla propria situazione economica.

«Se si vive in un quartiere molto coeso, il livello di felicità raddoppia», ha spiegato.

La partecipazione locale non può risolvere da sola la crisi del costo della vita o l’emergenza abitativa, ma può ridurre il senso di solitudine e rafforzare la convinzione che qualcuno sia disposto ad aiutare nei momenti difficili.

Una crisi che non si misura soltanto con il Pil

I dati mostrano che la salute di un Paese non può essere valutata esclusivamente attraverso crescita economica, occupazione e prodotto interno lordo.

Milioni di australiani lavorano, pagano le tasse e partecipano all’economia, ma continuano a sentirsi insoddisfatti, esclusi e privi di prospettive.

La crisi del benessere riguarda il reddito, ma anche la casa, la fiducia, la sicurezza, le relazioni e la possibilità di immaginare un futuro migliore.

Ridurre questa povertà richiederà politiche economiche capaci di migliorare concretamente le condizioni materiali, ma anche investimenti nelle comunità, negli spazi pubblici e nella partecipazione civica.

fonte: The Guardian