Si infittisce il mistero sulla morte di Luigi “Luca” Esposito, il giornalista di 53 anni trovato senza vita e con il corpo dato alle fiamme in un terreno agricolo di Eboli, in provincia di Salerno, la mattina del 19 luglio.
I primi risultati dell’autopsia indicano come probabile causa del decesso un’asfissia meccanica violenta, elemento che porta gli investigatori a ritenere che la vittima possa essere stata strozzata o strangolata prima che il corpo venisse incendiato. Si tratta tuttavia di un quadro ancora provvisorio: la Procura ha disposto ulteriori accertamenti medico-legali per chiarire alcuni aspetti fondamentali dell’omicidio.
Tra i principali interrogativi ancora irrisolti vi è quello relativo al momento in cui il corpo è stato dato alle fiamme. Gli esami dovranno stabilire se Esposito fosse ancora in vita oppure se l’incendio sia stato appiccato soltanto dopo la morte, nel tentativo di cancellare tracce utili alle indagini.
L’autopsia ha inoltre evidenziato numerose fratture, in particolare nella zona delle costole. Anche su questo punto saranno necessari approfondimenti per capire se le lesioni siano state provocate dall’aggressione, dall’incendio o da altri eventi successivi.
Il mistero del telefono scomparso
Parallelamente proseguono le indagini sul cellulare utilizzato abitualmente dal giornalista, ancora irreperibile. Il dispositivo non è stato trovato né accanto al cadavere né all’interno dell’automobile rinvenuta parcheggiata nelle vicinanze del luogo del ritrovamento.
Un amico della vittima, intervenuto alla trasmissione La Vita in Diretta Estate, ha raccontato di aver parlato con Esposito nel pomeriggio di sabato e di avergli inviato un nuovo messaggio domenica mattina, intorno alle 10.27. Non ricevendo risposta, lo ha contattato tramite WhatsApp senza successo, lasciandogli anche un messaggio vocale.
Un dettaglio ha attirato l’attenzione degli investigatori: inizialmente i messaggi risultavano non consegnati, mentre soltanto nel tardo pomeriggio di domenica sono comparse le due spunte grigie, senza però che vi fosse la lettura. Un particolare che lascia aperte diverse ipotesi: il telefono potrebbe essere stato riacceso da qualcuno oppure semplicemente spostato in un’area con copertura di rete.
Le testimonianze degli amici
Mary Esposito, amica del giornalista, ha spiegato che la vittima utilizzava due telefoni cellulari: uno dedicato al traffico dati e alle applicazioni, l’altro principalmente per le telefonate.
Secondo quanto riferito, l’ultimo accesso a WhatsApp risalirebbe alle 22.32 di sabato sera. “Quando era in auto gli piaceva parlare al telefono – ha raccontato –. Se quella sera era in macchina, probabilmente era con qualcuno oppure stava conversando. Inoltre non amava guidare dopo il tramonto e cercava normalmente di evitarlo.”
Una vita ancora tutta da ricostruire
Le indagini cercano anche di fare luce sulle attività svolte quotidianamente dal giornalista. Alcune informazioni fornite dallo stesso Esposito agli amici si sono infatti rivelate inesatte.
L’uomo sosteneva di lavorare per Arpac, circostanza successivamente smentita dall’ente. Anche l’Ordine dei Biologi ha precisato che il suo nome non risultava iscritto all’albo professionale.
Resta quindi da chiarire quale fosse la sua effettiva attività lavorativa e perché chiedesse abitualmente agli amici di non essere contattato fino al primo pomeriggio.
Accertamenti anche sull’identità
Nel frattempo una delle sorelle della vittima è stata convocata per il prelievo del DNA, che sarà confrontato con quello del corpo ritrovato. Si tratta di un passaggio tecnico necessario per la piena identificazione scientifica del cadavere.
Sebbene le protesi dentarie risultino compatibili con quelle indicate dall’odontotecnico che aveva in cura Esposito, gli investigatori intendono escludere qualsiasi margine di incertezza.
Le prossime settimane saranno decisive per chiarire la dinamica dell’omicidio, individuare il movente e ricostruire gli ultimi movimenti del giornalista nelle ore precedenti alla sua morte.
