Pomodori cinesi venduti come australiani o italiani: l’inchiesta che scuote i supermercati

Test forensi commissionati da Four Corners indicano che numerosi prodotti a marchio Leggo’s, Coles e Aldi non corrisponderebbero al Paese d’origine dichiarato. Oltre la metà dei campioni risultati non conformi sarebbe riconducibile allo Xinjiang. Le aziende respingono le conclusioni

Passata di pomodoro e concentrato venduti come prodotti australiani o italiani potrebbero essere stati realizzati utilizzando pomodori coltivati in Cina.

È quanto emerge da un’inchiesta durata otto mesi del programma investigativo Four Corners, che ha sottoposto centinaia di prodotti a test scientifici indipendenti per verificarne l’effettiva provenienza geografica.

Le analisi hanno riguardato 221 prodotti trasformati di 39 marchi, tra concentrati, passate e pomodori a cubetti. Secondo i risultati del laboratorio, il 22% dei prodotti esaminati non corrisponderebbe al Paese d’origine indicato sull’etichetta, mentre un ulteriore 6% richiederebbe altri accertamenti.

Tutti i prodotti che non hanno superato la verifica presentavano un profilo chimico compatibile con pomodori coltivati in Cina. Nel 53% dei casi, il laboratorio avrebbe individuato un collegamento con lo Xinjiang, regione da anni al centro di accuse internazionali sull’impiego del lavoro forzato della popolazione uigura. Pechino respinge tali accuse.

Leggo’s, 27 prodotti su 33 non superano i test

I risultati più significativi riguardano Leggo’s, uno dei marchi di pomodoro più conosciuti in Australia e controllato dal gruppo alimentare statunitense Simplot.

Source Certain ha analizzato 33 prodotti Leggo’s acquistati in diversi supermercati e Stati australiani. Ventisette, circa l’80%, non avrebbero superato il test sull’origine.

Tra questi figurano concentrati venduti in lattine, tubetti, vasetti e bottiglie, alcuni dei quali riportavano in modo evidente dichiarazioni come “Australian grown” o riferimenti all’impiego di pomodori coltivati nelle aziende agricole australiane.

Secondo le analisi, circa due terzi dei prodotti Leggo’s risultati non conformi sarebbero riconducibili allo Xinjiang.

Simplot ha respinto le conclusioni, sostenendo di disporre di documenti capaci di ricostruire la filiera fino alle aziende agricole australiane.

L’azienda ha dichiarato di effettuare controlli sui fornitori, verifiche interne ed esterne e procedure complete di tracciabilità. Ha però precisato di non aver eseguito analisi forensi dello stesso tipo.

Coles e Aldi contestano i risultati

Anche alcuni prodotti a marchio dei supermercati sarebbero risultati non coerenti con l’origine dichiarata.

Il concentrato Coles Italian Tomato Paste, venduto come italiano, avrebbe mostrato un profilo compatibile con pomodori provenienti dalla Cina. Sei dei sette prodotti Coles che non hanno superato i test sarebbero stati associati allo Xinjiang.

Tra i prodotti indicati figura anche il concentrato Remano, marchio distribuito da Aldi.

Coles ha dichiarato di non avere prove che il proprio concentrato sia stato realizzato con pomodori cinesi e ha annunciato l’intenzione di commissionare test indipendenti per confermarne la provenienza.

Aldi ha a sua volta respinto le conclusioni, affermando di collaborare con fornitori affidabili che hanno garantito l’origine dichiarata dei prodotti.

È risultata non conforme anche la passata italiana Rosso Gargano disponibile nei negozi Coles. L’importatore ha contestato il risultato, sostenendo di possedere una documentazione dettagliata sulla tracciabilità.

Non tutti i prodotti hanno fallito

L’inchiesta non mette in discussione indistintamente tutto il settore.

Tra i marchi che hanno superato i controlli sull’origine figurano:

  • Mutti;
  • SPC;
  • Woolworths;
  • Providore D’Italia;
  • Annalisa.

Anche alcune passate e confezioni di pomodori a cubetti vendute da Leggo’s e Coles hanno superato i test.

I risultati riguardano quindi prodotti e campioni specifici, non necessariamente l’intera produzione di ogni marchio.

Come è stata verificata l’origine dei pomodori

I test sono stati effettuati da Source Certain, laboratorio forense che ha collaborato con organizzazioni come FBI, Scotland Yard, Interpol e Australian Federal Police.

Il laboratorio ha esaminato più di 900 campioni prelevati dai 221 prodotti.

L’analisi si basa sull’impronta chimica lasciata nell’alimento dall’ambiente nel quale la pianta è cresciuta. Terreno, acqua, clima e geologia determinano infatti la presenza e la proporzione di determinati elementi e isotopi.

Gli scienziati hanno utilizzato due principali tecniche:

  • l’analisi degli elementi in traccia;
  • l’analisi dei rapporti tra isotopi stabili.

I risultati sono stati poi confrontati con campioni di riferimento provenienti da aree geografiche conosciute.

Il test è stato svolto “alla cieca”: gli scienziati incaricati dell’interpretazione dei dati non conoscevano il marchio o il prodotto corrispondente a ogni campione.

Source Certain ha affermato di avere una certezza superiore al 98% sull’origine cinese dei prodotti risultati non conformi. Come in ogni analisi forense, non esiste tuttavia una certezza assoluta e le conclusioni dovranno essere confrontate con la documentazione commerciale e con eventuali controanalisi.

Il caso dello Xinjiang

La questione assume una dimensione ancora più delicata per i prodotti collegati allo Xinjiang.

La regione è uno dei principali centri mondiali per la coltivazione e la trasformazione industriale del pomodoro. È però anche sottoposta da anni a controlli e denunce internazionali per il presunto utilizzo di lavoro forzato uiguro.

Nel 2021 gli Stati Uniti hanno vietato l’importazione di prodotti a base di pomodoro provenienti dallo Xinjiang proprio per questi timori.

L’Australia non dispone attualmente di un divieto equivalente sulle importazioni prodotte attraverso lavoro forzato.

La notizia arriva inoltre in un momento particolarmente sensibile, dopo che l’amministrazione Trump ha imposto un dazio del 12,5% sui prodotti australiani, citando anche l’assenza di un’efficace proibizione delle importazioni collegate al lavoro forzato.

Il governo australiano ha respinto questa motivazione, definendo la tariffa completamente ingiustificata.

Le accuse sulla catena di produzione

L’attivista uigura Nyrola Elima, che lasciò lo Xinjiang nel 2011 e oggi vive in Svezia, si è detta profondamente colpita dai risultati.

Secondo Elima, alcune aziende della regione pubblicizzano apertamente l’esportazione del concentrato di pomodoro verso decine di Paesi, compresa l’Australia, senza fornire garanzie sufficienti sulle condizioni dei lavoratori.

Un impianto di trasformazione della Cina meridionale avrebbe indicato l’Australia tra le 60 destinazioni dei propri prodotti.

L’attivista ha sottolineato la difficoltà di verificare se i lavoratori uiguri siano assunti liberamente, adeguatamente retribuiti e autorizzati a lasciare il posto di lavoro.

Consumatori e agricoltori australiani danneggiati

Le implicazioni dell’inchiesta non riguardano soltanto la correttezza delle etichette.

I consumatori potrebbero aver pagato un prezzo più elevato per prodotti che ritenevano coltivati in Australia o realizzati con materie prime italiane.

Un alimento presentato come locale viene spesso scelto proprio per sostenere gli agricoltori australiani, ridurre le distanze della filiera e acquistare un prodotto considerato più controllato.

Se pomodori cinesi più economici fossero stati venduti come australiani, anche i produttori locali avrebbero subito una forma di concorrenza sleale.

Gli agricoltori australiani si troverebbero infatti a competere con importazioni a basso costo commercializzate attraverso dichiarazioni capaci di attribuire loro un valore superiore.

Allan Fels: «L’ACCC dovrebbe intervenire»

L’ex presidente dell’Australian Competition and Consumer Commission, Allan Fels, ha definito i risultati profondamente preoccupanti.

Secondo Fels, qualora le conclusioni del laboratorio fossero confermate, l’ACCC dovrebbe intervenire utilizzando le leggi esistenti contro le dichiarazioni ingannevoli e la frode alimentare.

L’ex responsabile dell’autorità ha chiesto controlli più incisivi e possibili azioni giudiziarie nei confronti delle aziende responsabili.

Per il laboratorio, il problema potrebbe inoltre estendersi ben oltre il pomodoro.

Il responsabile scientifico Cameron Scadding ha ricordato che in un supermercato sono presenti migliaia di articoli e che ogni reparto offre potenziali occasioni per rappresentare in modo scorretto provenienza, composizione e caratteristiche degli alimenti.

Etichette e fiducia dei consumatori

Le aziende coinvolte sostengono di poter dimostrare la provenienza dei prodotti attraverso fatture, registri dei fornitori, certificazioni e documenti di tracciabilità.

L’inchiesta, però, solleva un interrogativo fondamentale: la documentazione commerciale è sufficiente quando il profilo scientifico dell’alimento racconta un’origine differente?

Le analisi forensi non sostituiscono automaticamente un’indagine ufficiale. Possono tuttavia offrire ai regolatori uno strumento aggiuntivo per verificare le filiere e confrontare ciò che viene dichiarato con ciò che il prodotto contiene realmente.

Coles ha già annunciato nuovi test. Le altre aziende potrebbero essere chiamate a fare lo stesso, rendendo pubblici i risultati e spiegando eventuali discrepanze tra documentazione e analisi scientifica.

Un caso destinato a non fermarsi ai pomodori

L’inchiesta di Four Corners mostra quanto possano essere lunghe e opache le catene internazionali di approvvigionamento.

Un prodotto può essere coltivato in un Paese, trasformato in un altro, confezionato altrove e venduto infine con un marchio che richiama un’origine completamente differente.

Gli errori o le falsificazioni possono verificarsi in qualsiasi punto della filiera, anche senza che il supermercato o il marchio finale ne siano necessariamente consapevoli.

Proprio per questo servono verifiche indipendenti, controlli scientifici e regole capaci di attribuire responsabilità precise.

I consumatori australiani hanno il diritto di sapere che cosa acquistano, da dove provengono gli alimenti e se dietro un prezzo apparentemente conveniente possano nascondersi frodi, sfruttamento o concorrenza sleale.

Il caso dei pomodori potrebbe essere soltanto l’inizio di una verifica molto più ampia su ciò che arriva ogni giorno sugli scaffali australiani.