Garlasco, il confine che stiamo superando

di Emanuele Esposito

C’è un momento in cui una vicenda giudiziaria smette di essere soltanto cronaca e rischia di trasformarsi in qualcosa di diverso. Un fenomeno mediatico, uno spettacolo permanente, un racconto senza fine in cui ogni parola, ogni indiscrezione, ogni sospetto diventa contenuto da consumare.

Forse quel momento, nel caso Garlasco, è arrivato da tempo.

L’ultimo messaggio pubblicato sui social dal senatore Stefano Esposito, secondo cui la madre di Andrea Sempio avrebbe tentato il suicidio, indipendentemente dalla conferma o meno della notizia, riporta tutti davanti a una domanda che dovremmo porci con onestà: dove stiamo andando?

Perché al di là delle indagini, delle nuove piste, delle perizie, dei DNA e delle legittime attività della magistratura, esiste un dato umano che troppo spesso sembra sparire dal dibattito pubblico.

Dietro i fascicoli ci sono persone.

C’è la famiglia di Chiara Poggi, che da quasi vent’anni convive con un dolore che nessuna sentenza potrà mai cancellare.

C’è Alberto Stasi, che sta scontando una condanna e che continua a essere al centro del dibattito nazionale.

Ci sono Andrea Sempio e i suoi familiari, travolti da una pressione mediatica enorme.

Ci sono magistrati, investigatori, avvocati, giornalisti.

Tutti sottoposti a un livello di esposizione che probabilmente non ha precedenti nella storia giudiziaria italiana.

Il giornalismo deve fare il proprio lavoro. È giusto raccontare i fatti, verificare le notizie, seguire le indagini e informare l’opinione pubblica.

Ma esiste una differenza tra informare e alimentare una macchina che sembra aver bisogno ogni giorno di una nuova rivelazione, di un nuovo sospetto, di una nuova polemica.

Negli ultimi mesi attorno a Garlasco è nato un vero e proprio ecosistema mediatico. Trasmissioni televisive, podcast, dirette social, opinionisti, influencer della cronaca nera, esperti autoproclamati e commentatori di ogni genere.

Tutti pronti a dire la loro.

Tutti pronti a trasformare ogni dettaglio in un caso.

Tutti pronti a monetizzare attenzione, ascolti, visualizzazioni e clic.

E forse è proprio qui che nasce il problema.

Perché quando una tragedia diventa un prodotto, il rischio è che si perda completamente il senso della misura.

Nessuno può sapere con certezza cosa stiano vivendo oggi le persone coinvolte in questa vicenda. Ma non serve molta immaginazione per capire che vivere sotto i riflettori ventiquattr’ore su ventiquattro, vedere il proprio nome sui giornali ogni giorno e leggere migliaia di commenti sui social possa avere conseguenze devastanti.

La magistratura deve continuare a fare il proprio lavoro senza pressioni.

I giornalisti devono continuare a fare domande e a raccontare ciò che accade.

Ma forse tutti noi — media, politica, commentatori e pubblico — dovremmo fermarci un momento e interrogarci sul nostro ruolo.

Perché il rischio è che, nella ricerca ossessiva della verità o semplicemente dell’ennesimo titolo ad effetto, si finisca per dimenticare l’aspetto più importante: l’umanità delle persone coinvolte.

A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il dovere di cercare la verità resta intatto.

Ma dovrebbe esserlo anche il dovere di non perdere il senso del limite.

E forse, oggi più che mai, quel limite sembra essere stato superato.