Australia, dopo 45 anni nel limbo Kwong Wan Lo ottiene la residenza permanente

Arrivò clandestinamente a Sydney nel 1981, nascosto su una nave mercantile. A 83 anni, dopo decenni senza uno status stabile, potrà finalmente costruirsi una vita con pieni diritti

Dopo quasi 45 anni trascorsi in Australia senza una condizione migratoria definitiva, Kwong Wan Lo ha finalmente ottenuto la residenza permanente.

L’uomo, oggi 83enne, arrivò a Sydney nel 1981 nascosto a bordo di una nave mercantile. Da allora ha vissuto, lavorato e pagato le tasse nel Paese, senza però riuscire a ottenere il riconoscimento legale necessario per sentirsi pienamente parte della società australiana.

La decisione del ministro dell’Immigrazione Tony Burke mette fine a una vicenda durata oltre quattro decenni e restituisce a Lo la speranza di trascorrere gli ultimi anni della propria vita con maggiore sicurezza, dignità e libertà.

La fuga verso l’Australia

Kwong Wan Lo nacque nel 1942 a Zhuhai, nel sud della Cina, in un villaggio cantonese vicino a Macao.

Quando aveva sette anni, suo padre, un uomo d’affari di Shanghai, fu accusato di legami con il Kuomintang e giustiziato dal Partito comunista cinese.

A 19 anni Lo si trasferì con la madre a Hong Kong, dove trovò lavoro in un cotonificio. Dopo che il fratello emigrò in Australia e riuscì a far arrivare anche la madre, Lo tentò più volte di raggiungere legalmente la famiglia.

Le sue domande di immigrazione furono però respinte.

Disperato, nel 1981 si imbarcò clandestinamente sulla nave Long Chu Island. Dopo diciotto giorni di viaggio arrivò a Sydney e riuscì a lasciare il cargo insieme ad altri migranti senza documenti.

Il primo rifiuto

Poche settimane dopo l’arrivo, Lo presentò una domanda per ottenere un permesso permanente.

La richiesta fu respinta perché era entrato illegalmente nel Paese. Anche il successivo ricorso non ebbe successo.

«Ho commesso un errore arrivando in Australia in quel modo e quell’errore ha condizionato tutta la mia vita», ha raccontato.

Da quel momento cominciò una lunga esistenza vissuta nell’incertezza e nella paura di essere scoperto, arrestato o espulso.

Una vita nelle cucine di Sydney

Nonostante la mancanza di uno status regolare, Lo riuscì a ottenere una patente di guida, una tessera Medicare e un codice fiscale.

Grazie al fratello, che gestiva un ristorante, trovò lavoro come cuoco e trascorse gran parte della propria vita professionale nelle cucine dei ristoranti cantonesi di Sydney.

Per decenni lavorò, pagò le tasse e si prese cura della madre.

Lo ha sempre sottolineato di non aver vissuto a spese del sistema sociale australiano.

«Ho pagato ogni centesimo di tasse dal primo giorno. Non sono venuto qui per dipendere dall’assistenza pubblica. Ho sempre fatto parte della forza lavoro», ha dichiarato.

Trent’anni lontano dai controlli

Per circa trent’anni Lo riuscì a rimanere fuori dai controlli delle autorità migratorie.

La mancanza di sistemi digitali collegati consentì che gli venissero rilasciati documenti oggi difficilmente ottenibili senza un visto valido.

Quella condizione apparentemente normale nascondeva però una vita segnata dalla paura.

Lo non poteva raccontare apertamente la propria storia e temeva costantemente che qualcuno potesse scoprire la sua situazione.

Si sentiva, ha spiegato, come un escluso senza identità.

La morte del fratello e della madre

Il fratello Ronald morì in un incidente subacqueo all’inizio degli anni Novanta.

Dopo la morte della madre, avvenuta nel 2014, Lo fu costretto a lasciare la struttura per anziani finanziata dal governo nella quale viveva, perché l’alloggio era intestato alla donna.

Fu allora che decise di tentare ancora una volta di regolarizzare la propria posizione.

Con l’aiuto gratuito di un agente per l’immigrazione presentò una domanda per un Resident Return Visa, ma la richiesta fu respinta perché non era mai stato ufficialmente riconosciuto come residente permanente.

Anni di richieste e rifiuti

Lo presentò diverse domande e richieste di intervento ministeriale.

Il primo tentativo fu respinto nel 2017. Seguirono altre richieste, altri documenti e nuovi rifiuti.

Il governo non avviò procedure per espellerlo, ma gli impose di rinnovare un visto temporaneo ogni tre mesi.

Non potendo più lavorare, Lo cominciò a vivere con i pochi risparmi accumulati nel corso della vita.

Povertà e isolamento

Negli ultimi anni l’uomo ha vissuto in un appartamento sovraffollato e suddiviso nel sobborgo occidentale interno di Sydney.

L’abitazione è in cattive condizioni e il soffitto perde acqua quando piove.

Con problemi di salute cronici e risorse economiche sempre più limitate, Lo ha dovuto ridurre drasticamente le spese per il cibo e per le necessità quotidiane.

Non può permettersi un apparecchio acustico di cui avrebbe bisogno e ha raccontato di vivere spesso con una pagnotta ogni due giorni.

Il timore più grande era quello di diventare senzatetto prima che il suo caso venisse risolto.

Il problema dei documenti

Lo riteneva di essere diventato apolide, sostenendo che né l’Australia, né Hong Kong, né la Cina fossero disposte a riconoscerlo.

La situazione giuridica era però resa particolarmente complessa dalla mancanza di documenti.

Non ha mai posseduto un passaporto e il suo unico documento di identità era una vecchia carta di Hong Kong risalente al periodo coloniale.

L’impossibilità di dimostrare la cittadinanza o il diritto di residenza non equivale automaticamente all’apolidia, ma rende molto difficile trovare una soluzione.

«Preferirei morire in Australia»

Nonostante le difficoltà, Lo ha sempre escluso un ritorno in Cina o a Hong Kong.

La paura delle autorità cinesi, nata durante l’infanzia, non lo ha mai abbandonato.

«Preferirei morire in Australia. Senza libertà una persona non è nulla», ha affermato.

Lo ha ricordato come in Australia sia possibile criticare apertamente il Labor o il Liberal Party, mentre a Hong Kong non si sentirebbe libero di esprimere pubblicamente il proprio dissenso verso il governo o la polizia.

Per lui, anche una vita povera e incerta in Australia rappresentava comunque una benedizione grazie alla libertà democratica.

L’intervento di Tony Burke

All’inizio del 2026 Lo ha presentato una nuova richiesta di intervento ministeriale, sulla base dei criteri introdotti dal governo nel settembre 2025.

Il suo caso riuniva diversi elementi considerati rilevanti: la permanenza lunghissima in Australia, l’età avanzata, le condizioni di salute, l’estrema vulnerabilità e la difficoltà di rientrare in un altro Paese.

Tony Burke ha deciso di esercitare il proprio potere discrezionale nell’interesse pubblico, sostituendo la precedente decisione del tribunale con un esito favorevole.

Lo ha così ottenuto la residenza permanente.

«La prima volta che mi sento felice»

La notizia ha rappresentato per l’83enne la fine di un’attesa durata quasi tutta la vita.

Lo ha raccontato che era la prima volta in più di quarant’anni che riusciva a sentirsi realmente felice.

Le domande, i rifiuti, i rinnovi dei visti e l’attesa interminabile lo avevano lasciato esausto e solo.

«Mi sentivo come un uccello in gabbia», ha dichiarato.

Ora spera di poter ricevere un sostegno economico, trovare un’abitazione migliore e vivere gli ultimi anni senza l’ansia costante di perdere tutto.

Il sogno della cittadinanza

Tra circa un anno Lo spera di poter richiedere la cittadinanza australiana e ottenere il primo passaporto della sua vita.

Non sogna viaggi o nuove avventure. Il suo desiderio è molto più semplice.

Vuole avere finalmente un’identità, essere riconosciuto dal Paese nel quale ha trascorso oltre metà della propria esistenza e vivere in un luogo democratico e libero.

«Voglio soltanto essere sollevato da questa ansia e non continuare a vivere nell’isolamento», ha detto.

Dopo 45 anni nel limbo, Kwong Wan Lo può finalmente chiamare l’Australia non soltanto casa, ma anche il proprio Paese.