Deep View, ottava puntata: Felice Gimondi, il giorno in cui diventò campione del mondo

Per la puntata del 2 settembre, Deep View by Allora! News torna nel grande ciclismo. Cinquantatré anni fa, sul circuito del Montjuïc di Barcellona, Felice Gimondi conquistava la maglia iridata al termine di una corsa entrata nella leggenda. Sullo sfondo, la rivalità con Eddy Merckx che segnò un’intera epoca.

Ci sono vittorie che valgono una corsa.

E ce ne sono altre che sembrano raccontare una carriera intera.

Quella conquistata da Felice Gimondi il 2 settembre 1973 a Barcellona appartiene alla seconda categoria.

Quel pomeriggio, sul durissimo circuito del Montjuïc, il campione italiano riuscì finalmente a indossare la maglia di campione del mondo professionisti su strada, aggiungendo l’iride a un palmarès che lo aveva già consacrato tra i più grandi ciclisti della sua generazione.

Aveva vinto il Tour de France.

Aveva conquistato il Giro d’Italia.

Aveva trionfato alla Vuelta a España.

Aveva già messo il proprio nome nell’albo d’oro delle grandi classiche.

Mancava qualcosa.

La maglia iridata.

Gimondi nell’epoca del Cannibale

Per comprendere fino in fondo il significato di quella vittoria bisogna partire dal nome dell’uomo che accompagnò, e spesso ostacolò, gran parte della carriera di Gimondi:

Eddy Merckx.

Il Cannibale.

Un corridore capace di dominare corse a tappe, classiche e Mondiali con una continuità quasi irripetibile.

Gimondi ebbe la sorte di essere uno dei più forti ciclisti della propria generazione e, contemporaneamente, la sfortuna di vivere gli anni migliori della carriera proprio durante il dominio di Merckx.

Ma non scomparve mai all’ombra del belga.

Continuò a correre.

Continuò a sfidarlo.

E soprattutto continuò a vincere.

La loro rivalità divenne così uno dei grandi racconti del ciclismo europeo.

Due campioni profondamente diversi.

Merckx aggressivo, quasi insaziabile.

Gimondi più riflessivo, resistente, capace di leggere la corsa e aspettare il momento giusto.

Barcellona, 2 settembre 1973

Il Mondiale si disputa sul circuito del Montjuïc, a Barcellona.

Un percorso duro, selettivo, ideale per mettere alla prova i migliori corridori del mondo.

La corsa elimina progressivamente uomini e squadre.

Davanti restano quattro nomi.

Felice Gimondi. Eddy Merckx. Luis Ocaña. Freddy Maertens.

È difficile immaginare un finale con più talento.

Merckx cerca di fare la differenza.

Gimondi resiste.

Ocaña è il padrone di casa.

Maertens possiede una velocità finale che sembra poter diventare decisiva.

Quando la corsa arriva agli ultimi metri, il belga parte davanti.

Per un momento sembra fatta.

Poi arriva Gimondi.

Recupera.

Affianca Maertens.

Lo supera.

E alza le braccia.

Felice Gimondi è campione del mondo.

Finalmente quella maglia

Aveva trent’anni.

Non era più il giovane che nel 1965, praticamente all’esordio tra i professionisti, aveva sorpreso il ciclismo mondiale vincendo il Tour de France.

Era ormai un campione maturo.

Conosceva il sapore delle vittorie, ma anche quello delle sconfitte.

E il Mondiale gli era già sfuggito.

Terzo nel 1970.

Secondo nel 1971.

A Barcellona arrivò finalmente il gradino più alto.

E arrivò ancora una volta davanti a quell’avversario che sembrava occupare ogni spazio possibile nella storia del ciclismo di quegli anni.

Eddy Merckx.

Forse anche per questo quella maglia iridata vale qualcosa di più.

Il rivale impossibile

Lo sport tende inevitabilmente a misurare la grandezza attraverso il numero delle vittorie.

Ma non sempre basta.

Per comprendere davvero la dimensione di un campione bisogna anche chiedersi contro chi abbia dovuto competere.

Gimondi attraversò gli anni migliori di Merckx.

Senza il belga avrebbe probabilmente conquistato ancora più corse.

Ma forse è proprio la presenza del Cannibale ad aver reso la storia di Gimondi ancora più importante.

Perché non si arrese mai all’idea che il secondo posto fosse inevitabile.

E soprattutto non diventò mai soltanto “il rivale di Merckx”.

Costruì un palmarès straordinario e completamente suo.

È uno dei pochissimi corridori della storia capaci di vincere Tour de France, Giro d’Italia e Vuelta a España.

A questi successi aggiunse, tra gli altri, Milano-Sanremo, Parigi-Roubaix e Giro di Lombardia.

E poi Barcellona.

2 settembre 1973.

La maglia con i colori dell’arcobaleno.

Cinquantatré anni dopo

Il 2 settembre 2026 ricorrono 53 anni da quella giornata.

Felice Gimondi è morto il 16 agosto 2019, a 76 anni.

Ma le immagini di Barcellona continuano a raccontare qualcosa che supera il risultato sportivo.

Raccontano un ciclismo diverso.

Le strade piene di gente.

Le maglie riconoscibili.

Le grandi rivalità.

Le corse che diventavano racconti collettivi e che venivano ricordate per anni.

E raccontano soprattutto un uomo che ebbe davanti, per gran parte della carriera, quello che molti considerano il più grande ciclista di sempre.

E riuscì comunque a diventare, a sua volta, uno dei più grandi.

Perché abbiamo scelto questo video

Per questa ottava puntata di Deep View abbiamo scelto un documento che permette di tornare dentro quella stagione irripetibile del ciclismo.

“Giro, io ti amo – Merckx-Gimondi, sfida epocale” racconta molto più di due corridori.

Racconta due caratteri.

Due modi di intendere la competizione.

Due campioni obbligati dalla storia a incontrarsi continuamente sulle stesse montagne, sulle stesse strade e sugli stessi traguardi.

Senza Merckx sarebbe impossibile comprendere completamente Gimondi.

Ma vale anche il contrario.

Perché le grandi rivalità non sono costruite da un solo vincitore.

Hanno bisogno di qualcuno capace di restare lì.

Di provarci ancora.

Di costringere il più forte a essere ancora più forte.

Gimondi fu quell’uomo.

Il video selezionato

Giro, io ti amo – Merckx-Gimondi, sfida epocale

🎬 Un viaggio per immagini nella rivalità che segnò una delle stagioni più affascinanti della storia del ciclismo.

▶️ Guarda il documentario all’interno di questa pagina.

Dopo il video resta un’immagine

Barcellona.

2 settembre 1973.

Gli ultimi metri.

Maertens davanti.

Gimondi che rimonta.

La linea del traguardo.

E poi quelle braccia finalmente alzate.

Per tutta la carriera aveva corso nell’epoca di Eddy Merckx.

Quel giorno, però, il mondo del ciclismo era tutto di Felice Gimondi.

E sulle sue spalle c’era finalmente la maglia che gli mancava.

Quella iridata.

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