Grandi medici italiani che contrastarono la terribile peste

di Angelo Paratico

Il concetto di “portatori sani” di una malattia non è nuovo. Fu formulato per la prima volta da Ludovico Settala, il medico milanese che troviamo nei Promessi Sposi. Lo si trova nel suo libro del 1622, De Peste et Pestiferis affectibus, dove afferma, con grande prescienza, che la peste è un contagio trasmissibile da persona a persona: «trapasso di corrotione».

Tutto sommato, questa era un’opinione da complottista per l’epoca, giacché la stragrande maggioranza delle persone pensava che fosse causata da qualcosa di esterno, come Don Ferrante, che accusava le influenze astrali, oppure i religiosi, che la vedevano come una punizione divina. Secondo Settala, che aveva osservato la precedente peste del 1576, bastava un «tocco» ed essa veniva «portata dagli huomini o dalle mercatanzie infette».

Settala si rifaceva all’opera di un geniale medico siciliano, Giovanni Filippo Ingrassia, nato a Regalbuto nel 1509 e morto a Palermo nel 1580, il quale aveva affermato che «basta un fazzoletto infetto per distruggere un’intera Nazione». Che Settala fosse un suo attento lettore lo si nota anche dal fatto che, avendo appreso dell’entrata di un esercito germanico, previde una nuova pestilenza e, come contromisura, suggerì la costruzione di una forca al mercato per intimorire i cittadini e i viandanti. Su di essa avrebbero dovuto essere impiccati tutti coloro che rifiutavano di seguire le disposizioni sanitarie.

Quando Alessandro Manzoni scrisse I Promessi Sposi, già nella sua prima versione del 1827, il concetto della trasmissibilità di un contagio non era ancora accettato dalla scienza ufficiale. L’autore di quel capolavoro scelse però la strada giusta, soprattutto grazie al suo medico personale, Enrico Acerbi, nato a Castano Primo nel 1785 e morto a Tremezzo nel 1827, che ebbe l’onore di una citazione in nota nel romanzo.

Gli studiosi dei Promessi Sposi sanno che nel suo libro Manzoni citò solo tre suoi contemporanei: Tommaso Grossi, Giovanni Torti e, appunto, il suo medico e amico, del quale ricorda il libro Del Morbo Petecchiale… e degli altri contagi in generale, pubblicato a Milano nel 1822.

In quel libro Acerbi spiega chiaramente perché scoppiano le epidemie e da ciò discende che la via per uscirne restava la stessa già utilizzata da Settala e da Tadino, i quali l’avevano appresa da Ingrassia. Una strategia che si può riassumere nelle tre F: Ferro, Fuoco, Forca.

Ricordiamo Giovanni Filippo Ingrassia, ancora oggi poco conosciuto nonostante i molti libri da lui pubblicati e che meriterebbe di essere annoverato fra i più grandi medici del mondo. Nel 1544 divenne il medico personale di Isabella Di Capua e assunse una cattedra d’insegnamento a Napoli, che lasciò soltanto quando il viceré di Sicilia, Juan de Vega, dotò Palermo di una scuola di medicina.

Nel 1553 il viceré prospettò, in una lettera ai senatori di Palermo, i vantaggi che la città avrebbe ottenuto ingaggiando Ingrassia come docente di medicina. Nel gennaio del 1554 egli ricevette la nomina.

Nel 1575 Ingrassia si trovò a dover fronteggiare la fase siciliana di una terribile epidemia di peste, che colpì violentemente la città di Palermo, flagellandola per più di un anno. Per decisione del viceré gli furono concessi poteri quasi dittatoriali.

In tale veste attuò una politica di rigido isolamento per evitare la diffusione del contagio. Impegnò la deputazione da lui diretta a dotare la città di lazzaretti; ordinò che i malati fossero tenuti separati dai convalescenti e che questi ultimi venissero dimessi dall’isolamento soltanto dopo due mesi dalla scomparsa della febbre.

Promosse inoltre la quarantena per le navi che arrivavano nel porto, ostacolò gli scambi commerciali e proibì, o scoraggiò, tutti gli assembramenti, compresi quelli legati ai riti religiosi. Suggerì anche una durissima repressione: la forca e lo squartamento per coloro che rubavano e rivendevano gli abiti degli appestati, destinati a essere inceneriti.

Il suo piano di interventi riuscì a limitare in modo sorprendente gli effetti del morbo: le vittime furono circa tremila. A Venezia, nello stesso anno, si contarono invece sessantamila morti.

Giovanni Filippo Ingrassia lasciò memoria dell’esperienza acquisita durante l’epidemia nella sua Informatione del pestifero, et contagioso morbo, il quale affligge et have afflitto la città di Palermo et molte altre città e terre di questo Regno di Sicilia nell’anno 1575 e 1576.

L’opera fu fatta conoscere in tutta Europa da J. Camerarius, che la tradusse in latino: Synopsis… commentariorum de peste… auctoribus Hieronymo Donzellino, Iohanne Philippo Ingrassia, Caesare Rincio, Ioachimo Camerario, pubblicata a Norimberga da C. Gerlach ed Err. I. Montanus nel 1583.

Da essa risulta che la convinzione teorica alla base di tutti i suoi interventi era fondata sulla corretta intuizione che il contagio avvenisse attraverso un fomite sconosciuto e per contatto.

Da qui il suo concentrarsi sull’isolamento dei malati e sulla distruzione del fomite, interrompendone, di fatto, la trasmissione.