di Angelo Paratico
Giletti su Rai3 ha parlato delle verità ancora nascoste sulla fine di Mussolini, tutto sommato un caso Garlasco elevato alla decima potenza. La sua trasmissione ha raggiunto 1.009.000 spettatori con il 6,7% di share. Non male per una docu-inchiesta storica su un tema divisivo come Mussolini, e il dato è senza dubbio positivo.
Giletti ha portato Rai3 sopra il milione e ha stimolato una discussione che, prevedibilmente, non si fermerà agli ascolti. La fine di Mussolini, un tema che interessa agli italiani.
Il tema era: le ultime ore del Duce, i misteri, i documenti, il presunto carteggio, l’oro di Dongo, i servizi segreti inglesi e via dicendo. Argomenti che in Italia attirano sempre curiosità, polemiche e reazioni. Massimo Giletti ha dimostrato coraggio, dando spazio a versioni considerate eretiche.
La versione accademica è stata data dallo storico Gianni Oliva, mentre a nome dei dongologi ha parlato Roberto Festorazzi. L’argomento è assai intricato e, come disse Silvio Bertoldi, l’unica cosa certa è che il Duce fu accoppato, tutto il resto è soggetto a discussione.
Purtroppo, Giletti ha trascurato il libro di Giorgio Pisanò “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini” che, secondo me, oramai è un punto verso la risoluzione del mistero. Forse ha dato troppo spazio alla versione iniziale del PCI, che vedeva Walter Audisio e Aldo Lampredi come coloro che premettero il grilletto.
Dove sono finite le carte di Mussolini? Altrettanto intricata è la vicenda della sparizione delle carte alle quali Mussolini e Churchill attribuivano una grande importanza. L’arrivo dello statista inglese sul Lago di Como a pochi mesi dalla morte di Mussolini e le sue incursioni nei luoghi visitati da Mussolini durante le sue ultime ore di vita ha qualcosa di incredibile.
Eppure, vari documenti desecretati trovati negli archivi britannici e statunitensi mostrano che doveva esserci qualche cosa di vero. Lo stesso Renzo De Felice ci credeva e poco prima della sua prematura scomparsa annunciò che avrebbe scritto un libro proprio su questo argomento.
Giletti manca un punto importante. La grande dimenticanza di Giletti, pur essendo andato diligentemente alla ricerca del mitra francese conservato in Albania e della Beretta conservata in Piemonte, armi che avrebbero ucciso Mussolini e Clara Petacci, consiste nel fatto di esistere qualcosa di molto importante a Roma.
Pare che vi si trovi una parte dell’oro di Dongo che non è mai stato inventariato. Pochi sanno che una parte di questo tesoro si trova in un forziere della Banca d’Italia e che solo in parte è stato aperto ed esaminato. Possibile che nessuno alla Banca d’Italia se ne possa prendere cura, dopo 81 anni, e ordinare che si aprano quei sacchi?
Tutto partì da un’inchiesta dell’Espresso una dozzina d’anni fa e si tratterebbe di “un patrimonio sterminato ma ignoto: nessuno sa con esattezza cosa contengano tutti i 419 plichi e le oltre duemila bisacce da cui è composto, perché un inventario completo non è mai stato fatto”.
In realtà il caveau è pieno di beni preziosi: dagli oggetti appartenuti alle vittime del terremoto che nel 1908 distrusse Messina all’oro “donato” per finanziare la Guerra in Etiopia, passando per gli oggetti appartenuti agli ebrei rastrellati prima delle deportazioni. Anche i documenti sono lì.
Il pezzo forte, tuttavia, non è il collare dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata appartenuto a Benito Mussolini, ma oggetti e carte provenienti dalla colonna dei gerarchi fucilati a Dongo. A 81 anni dalla Liberazione e dal sequestro di quei tesori non si sa nulla sul contenuto di questi plichi mai aperti.
Se ne aprirono pochi alcuni anni fa e poi ne fecero una piccola mostra, ma la gran parte di questi resta ancora chiusa, e potrebbe darsi che oltre ai beni preziosi vi si trovino anche una parte dei documenti creduti perduti.
