VERI “FASCISTI” DELLA SINISTRA

di Marco Zacchera

Signore, signori, signorine, persone “queer” e rappresentanti della sinistra culturale e politica: le cronache degli ultimi anni sembrano suggerire una domanda sempre più attuale.

Chi decide chi può parlare?

Chi stabilisce quale comico possa salire sul palco di Sanremo, quale casa editrice possa partecipare a una fiera del libro, quale relatore possa intervenire in un’università o persino tenere una conferenza stampa alla Camera dei Deputati?

Sempre più spesso sembra emergere l’idea che alcuni soggetti si ritengano titolari di una sorta di patente culturale, attraverso la quale distinguere ciò che è accettabile da ciò che non lo è, chi merita ascolto e chi invece deve essere escluso dal dibattito pubblico.

In questa visione, esisterebbero interpreti privilegiati della cultura, della storia e della morale pubblica, mentre tutti gli altri sarebbero considerati interlocutori di serie B.

Da qui derivano questioni che periodicamente animano il dibattito nazionale: quando una battuta può essere definita satira e quando diventa sessismo? Quando un’opera artistica rappresenta una forma di espressione legittima e quando invece deve essere censurata? Chi decide se un murale, una statua o un affresco possano restare visibili oppure debbano essere rimossi?

Il tema non riguarda soltanto l’arte.

Riguarda anche il modo in cui la storia viene raccontata, insegnata e interpretata. Riguarda il diritto di cronaca, la selezione delle notizie e il modo in cui gli eventi vengono presentati all’opinione pubblica.

Secondo i critici di questa impostazione, esisterebbe una tendenza a rivendicare non solo il diritto di esprimere le proprie idee, ma anche quello di definire quali idee siano legittime e quali no.

Lo stesso fenomeno emergerebbe nelle piazze, nei media, nelle università e nei luoghi della produzione culturale, dove il confronto rischia talvolta di trasformarsi in delegittimazione dell’avversario.

Il paradosso evidenziato da questa critica è semplice: chi si presenta come difensore del pluralismo potrebbe, in alcuni casi, finire per esercitare una forma di esclusione culturale verso chi esprime opinioni diverse.

Da qui la provocazione finale.

Se il fascismo, inteso non come fenomeno storico ma come atteggiamento culturale, consiste nel voler stabilire chi abbia diritto di parola e chi no, chi possa partecipare al dibattito pubblico e chi invece debba esserne escluso, allora la domanda diventa inevitabile: non esiste il rischio che alcuni comportamenti attribuiti agli avversari vengano talvolta replicati da chi si considera dalla parte della libertà e del progresso?

Una domanda scomoda, destinata a suscitare polemiche, ma che continua ad attraversare il dibattito pubblico contemporaneo.

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