One Nation rilancia la battaglia sull’immigrazione e lega direttamente la sicurezza delle frontiere agli avvisi di viaggio del governo australiano. Pauline Hanson chiede al governo federale Labor di sospendere l’ingresso di nuovi migranti provenienti dai Paesi classificati dal Department of Foreign Affairs and Trade con il massimo livello di allerta, “Do not travel”.
La proposta, annunciata da Hanson il 14 agosto, prevede uno stop alla normale migrazione offshore dai Paesi considerati ad altissimo rischio per terrorismo, conflitti armati, rapimenti, violenza, instabilità politica o collasso delle istituzioni.
Tra gli Stati citati da One Nation figurano Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Haiti, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.
Ma l’elenco ufficiale di Smartraveller è in realtà più ampio e comprende anche Paesi e territori con situazioni molto differenti tra loro, come Ucraina, Russia, Libano, Palestina, Libia, Myanmar, Corea del Nord, Venezuela e Sud Sudan, oltre ad altri Stati.
Hanson: “La sicurezza degli australiani deve venire prima”
Secondo la leader di One Nation esisterebbe una contraddizione nella posizione del governo: se Canberra considera un Paese troppo pericoloso perché un cittadino australiano possa recarvisi, sostiene Hanson, dovrebbe tenere conto degli stessi fattori anche quando valuta nuovi ingressi provenienti da quella nazione.
La senatrice propone quindi di sospendere la normale immigrazione dai Paesi interamente classificati “Do not travel” e di sottoporre a controlli di sicurezza rafforzati le domande provenienti da Stati nei quali soltanto alcune aree sono considerate ad altissimo rischio.
La misura dovrebbe riguardare, secondo One Nation, tutti i nuovi visti offshore, compresi quelli per rifugiati e per motivi umanitari. Hanson sostiene che non dovrebbe esistere quella che definisce una “refugee loophole” e chiede che identità e profilo di sicurezza di ogni richiedente possano essere verificati con il massimo grado di certezza.
Il livello di minaccia terroristica resta “Probable”
Uno degli argomenti utilizzati da Hanson è l’attuale National Terrorism Threat Level australiano.
Il livello ufficiale rimane infatti “PROBABLE”: secondo il sistema nazionale di sicurezza significa che esiste una probabilità superiore al 50 per cento che nei successivi dodici mesi si verifichi in Australia un attacco terroristico o la pianificazione di un attentato.
ASIO sottolinea tuttavia che il quadro della minaccia comprende fenomeni molto più ampi della sola immigrazione: radicalizzazione interna, estremismo alimentato da teorie cospirazioniste e ideologie anti-autorità, tensioni sociopolitiche e conseguenze degli eventi internazionali.
Ma “Do not travel” e immigrazione non sono la stessa cosa
Il punto più controverso della proposta è proprio l’equivalenza tra rischio del Paese di origine e rischio rappresentato dal singolo migrante.
Gli avvisi Smartraveller sono pensati per stabilire quanto sia pericoloso per un australiano recarsi in un determinato territorio. Un Paese può essere classificato “Do not travel” perché è attraversato da una guerra, perché un cittadino australiano rischia la detenzione arbitraria oppure perché lo Stato non è in grado di garantire assistenza e sicurezza.
Il sistema migratorio segue invece una logica individuale. Il Department of Home Affairs precisa che anche chi accede al Refugee and Humanitarian Program deve soddisfare i requisiti previsti per il visto, compresi quelli relativi a salute, carattere personale e sicurezza.
È quindi questo il vero terreno dello scontro politico: rafforzare ulteriormente i controlli individuali oppure trasformare il livello di rischio di un intero Paese in un criterio capace di bloccare preventivamente una categoria di ingressi.
Immigrazione e sicurezza tornano al centro dello scontro politico
La proposta è coerente con la linea più generale di One Nation, che punta a una forte riduzione dell’immigrazione e sostiene criteri più restrittivi per l’ingresso in Australia. Il partito propone già politiche per limitare l’immigrazione annuale e rifiutare l’ingresso a migranti provenienti da Paesi che, secondo One Nation, favorirebbero ideologie estremiste incompatibili con i valori australiani.
Ora Hanson alza ulteriormente la posta, collegando direttamente le mappe di rischio del DFAT alla politica migratoria.
La questione destinata a dividere il dibattito australiano è semplice ma politicamente esplosiva: un Paese considerato troppo pericoloso per essere visitato dagli australiani deve essere automaticamente considerato anche troppo rischioso come Paese di provenienza dei migranti?
One Nation risponde sì. Le regole attualmente in vigore, invece, continuano a basarsi sulla valutazione del singolo richiedente.
