In Australia il carburante torna a pesare sulla filiera agroalimentare. Con il diesel vicino o oltre i 3 dollari al litro in alcune aree, crescono i costi per agricoltura, trasporto e distribuzione. Carne, latticini, ortofrutta e surgelati tra i comparti più esposti.
A cura della redazione online
SYDNEY — Il prezzo del diesel torna a rappresentare una delle variabili più delicate per il costo del cibo in Australia. In un Paese dove gran parte delle merci deve percorrere centinaia, e spesso migliaia, di chilometri prima di raggiungere magazzini e supermercati, ogni aumento del carburante rischia di propagarsi lungo l’intera filiera.
In alcune zone australiane il diesel si avvicina o supera ormai i 3 dollari al litro, mettendo sotto pressione soprattutto il settore dell’autotrasporto.
L’Australian Trucking Association ha avvertito che, qualora i prezzi rimanessero elevati, diventerà sempre più difficile per gli operatori assorbire integralmente l’aumento dei costi. Una parte potrebbe quindi essere trasferita ai clienti e, successivamente, ai consumatori.
Il rincaro parte già dai campi
Il problema, però, non nasce quando il prodotto viene caricato su un camion.
Il diesel è utilizzato già nelle aziende agricole per alimentare trattori, macchinari e mezzi impiegati durante semina, raccolta e movimentazione delle materie prime.
A questi costi si aggiungono quelli necessari per trasportare i prodotti verso gli impianti di trasformazione, quindi ai centri logistici e infine ai punti vendita.
Il carburante diventa così un costo presente praticamente in ogni fase del percorso che porta il cibo dal campo allo scaffale.
Una filiera già sotto pressione
Il settore agroalimentare deve contemporaneamente fare i conti con energia, manodopera, fertilizzanti, refrigerazione e imballaggi.
Quando a queste voci si aggiunge un forte aumento del diesel, la capacità delle aziende di assorbire ulteriori costi si riduce.
Le imprese possono comprimere i margini per un periodo, ma difficilmente possono farlo indefinitamente. Se il prezzo del carburante dovesse rimanere elevato, aumenterebbe quindi la probabilità di un trasferimento progressivo dei costi lungo tutta la catena.
Carne, latticini e surgelati tra i più esposti
Non tutti i prodotti alimentari reagiscono allo stesso modo.
Tra i comparti maggiormente vulnerabili figurano quelli che richiedono trasporti su lunghe distanze e una catena del freddo costante.
Carne, latte e derivati, frutta, verdura e prodotti surgelati richiedono infatti non soltanto carburante per essere trasportati, ma anche energia per mantenere temperature controllate durante stoccaggio e distribuzione.
Per queste categorie, il rincaro del diesel rischia quindi di produrre un doppio effetto: costi più alti per la produzione e costi più alti per la logistica.
Il peso delle distanze australiane
È soprattutto la geografia australiana a rendere il problema particolarmente sensibile.
Le principali città sono separate da enormi distanze, mentre molte aree agricole e produttive si trovano lontano dai grandi centri di consumo.
Un camion che percorre migliaia di chilometri da una regione produttiva verso Sydney, Melbourne, Brisbane o Perth consuma quantità significative di carburante.
Quando il prezzo del diesel cresce di decine di centesimi al litro, l’impatto complessivo su un’intera flotta può diventare rapidamente molto elevato.
Le tensioni arrivano anche dall’estero
A complicare il quadro contribuisce anche la situazione internazionale.
Le scorte globali di diesel restano sotto pressione, mentre alcuni importanti produttori hanno ridotto o limitato le esportazioni di prodotti petroliferi.
La minore disponibilità internazionale, combinata con una domanda ancora sostenuta, può esercitare ulteriori pressioni sui prezzi.
Per l’Australia, fortemente dipendente dalle dinamiche internazionali del mercato energetico, significa essere esposta anche a eventi che avvengono a migliaia di chilometri di distanza.
Gli aumenti non arrivano immediatamente sullo scaffale
Un aumento del diesel non significa automaticamente che il prezzo degli alimenti crescerà il giorno successivo.
Il trasferimento dei costi richiede tempo.
Contratti di fornitura, scorte già acquistate, concorrenza tra produttori e supermercati e capacità delle aziende di assorbire temporaneamente gli aumenti possono rallentarne gli effetti.
Ma più a lungo il carburante rimane caro, più diventa difficile evitare che almeno una parte di quel costo raggiunga il consumatore.
Ed è qui che una questione apparentemente energetica diventa direttamente una questione alimentare.
Il prezzo del cibo, infatti, non dipende soltanto da quanto costa produrlo, ma anche da quanto costa muoverlo.
Dal campo allo stabilimento, dal magazzino al centro di distribuzione e infine al supermercato, ogni chilometro ha un prezzo.
E quando il diesel aumenta, il conto rischia prima o poi di arrivare anche sullo scontrino della spesa.
