di NLP
La serie Lioness di Taylor Sheridan offre una chiave efficace per leggere il comportamento dell’attuale amministrazione americana.
Nella serie, le forze speciali agiscono costantemente al limite — e spesso oltre — della legalità, risolvendo crisi con interventi brutali e rapidi che però generano nuovo disordine, richiedendo altre operazioni eccezionali.
Questo schema narrativo è diventato, secondo molti osservatori, anche uno stile di governo: l’amministrazione Donald Trump sembra aver trasformato il “metodo Lioness” in pratica politica.
La cattura di Nicolás Maduro, rappresentato come un “target” più che come un interlocutore, ricalca questa logica: i leader stranieri non sono partner diplomatici ma obiettivi.
Si applica così una mentalità da western globale, dove i confini — dal Messico al Venezuela — segnano territori in cui la legge non basta e serve l’intervento spettacolare.
Trump, forte del suo passato da uomo di spettacolo, adotta questa narrazione fatta di azione, sorpresa e annunci di “nuove stagioni”: Colombia, Cuba, Groenlandia, Iran.
Questo stile non costruisce ordine, ma procede di emergenza in emergenza, producendo caos che alimenta nuovi episodi.
È la politica del “cliffhanger”: lasciare ogni crisi aperta, in sospeso, per mantenere attenzione e centralità.
Non è solo show, però.
Si inserisce nella cornice strategica ispirata a Elbridge Colby e alla sua Strategy of Denial, che mira a contenere la Cina non con una guerra totale ma creando una rete di crisi multiple che ne rendano difficile la risposta diretta.
Il caso Venezuela rientra in questa logica: dimostrare superiorità tecnologica, colpire gli interessi energetici cinesi, mettere in crisi i legami con Russia e Iran.
Militarmente e simbolicamente l’operazione ha funzionato, ma ha anche prodotto instabilità interna imprevedibile.
Il Venezuela, come sistema complesso, non reagisce in modo lineare: tolto Maduro come “hub” centrale, il sistema ha cercato di autorigenerarsi, nominando una guida ad interim per garantire continuità.
Trump, invece, tratta il paese come una macchina da “aggiustare”, ignorando la natura adattiva dei sistemi politici.
Così, l’intervento ha domato un disordine producendone però uno più ampio.
Sul piano strutturale, i benefici per gli USA sono limitati: impatto minimo sul debito pubblico, vantaggi soprattutto simbolici sul piano tecnologico, risultati più rilevanti nel disturbare Cina, Russia e Iran e nel difendere il ruolo del dollaro.
Oggi la strategia americana non è risolvere una crisi alla volta, come negli anni di Ronald Reagan, ma entrare in tutte insieme per mostrare una superiore capacità di adattamento a un mondo instabile.
L’obiettivo di Trump non è un nuovo ordine mondiale, ma dimostrare che gli Stati Uniti sanno sopravvivere meglio degli altri nel caos: tra strategia e spettacolo, tra Colby e Lioness, la politica diventa una serie senza finale.

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