Gli Stati Uniti provano a riaprire il negoziato su Gaza. Jared Kushner, inviato speciale del presidente Donald Trump, ha incontrato prima i vertici politici di Hamas in Egitto e poi il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Ma, nonostante ore di colloqui, resta irrisolto il nodo centrale: chi deve fare il primo passo tra il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane.
La diplomazia americana torna al centro della crisi di Gaza nel tentativo di evitare il definitivo fallimento del piano promosso da Donald Trump.
Jared Kushner ha concluso due giorni di incontri ad alto livello. Prima il colloquio in Egitto con il leader politico di Hamas Khalil Al-Hayya, poi una lunga riunione in Israele con Benjamin Netanyahu, alla quale ha partecipato anche Nickolay Mladenov, inviato del cosiddetto Board of Peace per Gaza.
Al momento, però, non emerge una svolta decisiva.
L’ipotesi di un generale americano
Tra le proposte discusse ci sarebbe la possibilità di affidare a un generale statunitense il compito di verificare il disarmo di Hamas.
L’esercito israeliano rimarrebbe nelle proprie posizioni fino al completamento del processo.
Ed è proprio sulla sequenza delle operazioni che si concentra lo scontro.
Hamas sostiene di aver accettato la roadmap americana in 15 punti, ma chiede che Israele rispetti prima i propri impegni, compresi la cessazione degli attacchi e il ritiro dalla Striscia.
Netanyahu mantiene invece la posizione opposta: nessun ritiro completo prima del disarmo di Hamas.
Ricostruzione solo dopo il disarmo
Dal confronto tra Kushner e Netanyahu è emerso comunque un punto di convergenza.
Israele e il Board of Peace ritengono che la ricostruzione di Gaza non debba iniziare fino al completamento del disarmo, comprese le armi leggere.
Sono stati inoltre concordati due gruppi di lavoro: uno dedicato a disarmo e smilitarizzazione e un altro concentrato su acqua potabile, condizioni igieniche e problemi sanitari nella Striscia.
Il governo israeliano ha descritto il colloquio come approfondito e costruttivo, mentre un rappresentante del Board of Peace ha parlato di un possibile percorso condiviso. Nessuna delle due parti ha però fornito elementi sufficienti per parlare di un accordo definitivo.
Netanyahu non vuole arretrare
Il premier israeliano ha ribadito che le forze armate non intendono abbandonare la linea stabilita dal cessate il fuoco dello scorso ottobre e continueranno a condurre operazioni considerate necessarie.
Netanyahu si trova inoltre davanti a un delicato appuntamento politico: le elezioni israeliane del 27 ottobre.
Con la coalizione di governo in difficoltà nei sondaggi, appare ancora più complicato immaginare concessioni significative su Gaza prima del voto.
Il precedente incontro con Hamas
Quello in Egitto rappresenta il secondo incontro noto tra Kushner e rappresentanti di Hamas.
Il precedente risale all’ottobre 2025, quando, insieme all’inviato americano Steve Witkoff, Kushner partecipò ai negoziati che contribuirono al cessate il fuoco e alla liberazione degli ostaggi ancora detenuti dal movimento palestinese.
Questa volta il contesto è però più fragile.
Nonostante il cessate il fuoco, le operazioni militari e le violenze non sono cessate completamente. Secondo i dati riportati dalle autorità sanitarie di Gaza e dall’esercito israeliano, dall’ottobre scorso sono morti più di 1.200 palestinesi e quattro soldati israeliani.
Una pace ancora lontana
Il piano americano sulla carta appare semplice: Hamas consegna le armi e Israele si ritira progressivamente da Gaza.
Nella pratica, entrambe le parti chiedono all’altra di muoversi per prima.
Ed è proprio questa diffidenza reciproca a mantenere bloccato il negoziato.
Gli incontri di Kushner hanno riaperto il dialogo e prodotto alcuni progressi tecnici, ma non hanno ancora risolto la questione decisiva.
Washington continua a cercare una via d’uscita. A Gaza, però, la distanza tra la diplomazia e una pace concreta resta ancora molto ampia.
