Arresti temporanei, intimidazioni, limitazioni sui social e crescenti pressioni sui media indipendenti. Reporters Without Borders colloca l’India al 157° posto su 180 Paesi. I giornalisti denunciano un progressivo restringimento degli spazi di informazione, mentre Nuova Delhi respinge le accuse di censura sistematica.
La libertà di stampa in India torna al centro dell’attenzione internazionale dopo il fermo di decine di giornalisti impegnati a documentare le manifestazioni contro la gestione delle liste elettorali nel Paese.
Secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ), almeno 43 operatori dell’informazione sono stati temporaneamente fermati tra il 10 e l’11 ottobre 2026, principalmente a Nuova Delhi, ma anche in altre città indiane.
Alcuni reporter denunciano di essere stati trascinati sui mezzi della polizia nonostante avessero mostrato il tesserino professionale. Altri riferiscono di aggressioni, sequestri di telefoni e pressioni per cancellare immagini registrate durante le manifestazioni.
Gli episodi hanno riacceso il dibattito sulle condizioni dell’informazione nel Paese governato dal primo ministro Narendra Modi, al potere dal 2014.
Fermato mentre andava a lavorare: il racconto di un giornalista
Tra i protagonisti delle vicende raccontate dall’emittente australiana ABC figura Shoaib Daniyal, giornalista quarantenne della testata indipendente Scroll.
Daniyal ha raccontato di aver trovato un posto di blocco della polizia proprio all’uscita della propria abitazione mentre si preparava a raggiungere una manifestazione per seguirla professionalmente.
Dopo aver spiegato a un agente che stava andando a documentare la protesta, sarebbe stato fermato e trasferito su un autobus.
Secondo la sua testimonianza, non gli sarebbe stata fornita una spiegazione chiara del provvedimento.
La legislazione indiana consente alla polizia di effettuare fermi senza mandato in determinate circostanze previste dalla legge. Tuttavia, le organizzazioni per la tutela dei giornalisti contestano la legittimità di interventi che impediscono ai reporter di svolgere il proprio lavoro.
Il caso di Daniyal non è isolato.
Durante le proteste di ottobre, giornalisti di testate come Reuters, The Indian Express, Newslaundry, The Quint e Scrollsono stati fermati mentre documentavano gli interventi delle forze dell’ordine.
Le proteste contro la revisione delle liste elettorali
Le manifestazioni sono nate in seguito alle contestazioni sulla revisione nazionale delle liste elettorali, conosciuta come Special Intensive Revision.
Secondo i manifestanti, il procedimento rischierebbe di escludere dal voto numerosi cittadini, favorendo il partito di governo Bharatiya Janata Party (BJP).
Le accuse di manipolazione elettorale sono respinte dalla Commissione elettorale e dal governo, che sostengono la necessità di aggiornare i registri e rimuovere iscrizioni irregolari o non più valide.
A guidare le manifestazioni sono stati gruppi studenteschi, organizzazioni di opposizione e il movimento giovanile Cockroach Janta Party.
La polizia ha giustificato le restrizioni alle manifestazioni richiamando ragioni di ordine pubblico e la mancanza delle autorizzazioni necessarie per alcuni raduni.
Tuttavia, il trattamento riservato ai giornalisti ha suscitato critiche anche da parte delle organizzazioni professionali indiane.
La Corte Suprema è intervenuta ricordando che reporter e avvocati devono poter esercitare le proprie funzioni senza ostacoli ingiustificati.
L’allarme delle organizzazioni internazionali
Il Committee to Protect Journalists, la Federazione internazionale dei giornalisti e Reporters Without Borders hanno espresso preoccupazione per gli episodi di ottobre.
Le organizzazioni chiedono chiarimenti sulle circostanze dei fermi, sulle aggressioni denunciate e sull’eventuale responsabilità degli agenti coinvolti.
Secondo il CPJ, almeno cinque giornalisti avrebbero subito violenze fisiche durante le operazioni.
La questione è arrivata anche davanti alla Corte Suprema indiana, chiamata a esaminare ricorsi relativi alla protezione dei giornalisti durante le manifestazioni.
Il problema, secondo le organizzazioni per la libertà di stampa, non riguarda soltanto i singoli episodi, ma il rischio che la presenza di reporter venga trattata come un ostacolo alle operazioni di polizia.
India al 157° posto per la libertà di stampa
Il quadro generale emerge anche dal World Press Freedom Index 2026 pubblicato da Reporters Without Borders.
L’India occupa il 157° posto su 180 Paesi analizzati, in peggioramento rispetto alla 151ª posizione del 2025.
La graduatoria valuta diversi fattori, tra cui il contesto politico, il quadro normativo, la sicurezza dei giornalisti, le condizioni economiche delle imprese editoriali e le pressioni sociali.
Secondo l’organizzazione, il giornalismo indiano soffre di un’elevata concentrazione della proprietà dei media, di crescenti rischi per i reporter e di un ambiente politico particolarmente difficile per le testate indipendenti.
La valutazione riguarda il sistema dell’informazione nel suo complesso e non significa che tutti i mezzi di comunicazione indiani siano soggetti alle stesse limitazioni.
Il caso NDTV e le accuse di pressioni editoriali
Un altro tema centrale riguarda il rapporto tra proprietà dei media, grandi gruppi industriali e potere politico.
Il giornalista Sreenivasan Jain, per circa trent’anni volto dell’emittente NDTV, ha raccontato all’ABC di aver assistito a un profondo cambiamento nel panorama televisivo indiano.
Jain ha lasciato NDTV nel 2022, dopo l’acquisizione della rete da parte del gruppo industriale Adani, controllato dall’imprenditore Gautam Adani.
Secondo la sua testimonianza, la nuova proprietà avrebbe determinato un cambiamento dell’orientamento editoriale dell’emittente.
Le sue valutazioni si inseriscono in un dibattito più ampio sui possibili conflitti d’interesse tra imprese proprietarie dei mezzi d’informazione e gruppi economici che intrattengono rapporti con il governo.
Anche Manisha Pande, direttrice della piattaforma digitale indipendente Newslaundry, sostiene che una parte significativa dell’informazione televisiva abbia progressivamente assunto posizioni favorevoli all’esecutivo.
Nel dibattito pubblico indiano si è diffusa l’espressione Godi media, utilizzata polemicamente per descrivere i mezzi d’informazione considerati troppo vicini al potere politico.
Si tratta di valutazioni espresse dai giornalisti intervistati, non di una conclusione applicabile indistintamente a tutte le televisioni del Paese.
Social network, quasi 195mila ordini di rimozione
Le preoccupazioni si estendono anche all’informazione digitale.
Secondo dati ottenuti dal quotidiano The Indian Express, tra marzo e luglio 2026 le autorità indiane hanno inviato circa 195.000 ordini di blocco o rimozione di contenuti indirizzati a piattaforme come Instagram, Facebook e YouTube.
Si tratta di un volume molto elevato di richieste amministrative, che ha alimentato il dibattito sulla trasparenza e sulla proporzionalità degli interventi.
È importante precisare che il numero rappresenta gli ordini emessi, non necessariamente altrettanti contenuti effettivamente rimossi. Inoltre, non tutte le richieste riguardavano attività giornalistiche.
Secondo le autorità, gli strumenti di controllo online servono anche a contrastare contenuti illegali e a garantire il rispetto della normativa nazionale.
Le organizzazioni per i diritti digitali temono invece che il sistema possa limitare la diffusione di informazioni di interesse pubblico, soprattutto durante le proteste.
I giovani cercano notizie fuori dalla televisione
La crescente sfiducia verso una parte dell’informazione tradizionale ha favorito lo sviluppo di piattaforme giornalistiche indipendenti e nuovi canali digitali.
YouTube, Instagram e altre reti sociali sono diventati strumenti importanti per raccontare manifestazioni, questioni sociali e controversie politiche.
Tra le figure citate nell’inchiesta ABC compare Ramit Verma, autore satirico e commentatore politico che ha raccontato di essere stato fermato durante le proteste nella capitale.
Verma sostiene che documentare ciò che accade nelle strade sia diventato fondamentale per garantire una maggiore trasparenza.
L’espansione dell’informazione indipendente rappresenta una trasformazione significativa del panorama mediatico indiano, anche se espone giornalisti e creatori di contenuti alle stesse questioni legate alle limitazioni digitali e alla sicurezza personale.
La nuova legge sulla privacy e il rischio di censura preventiva
Un altro fronte di discussione riguarda il Digital Personal Data Protection Act, la normativa indiana sulla protezione dei dati personali.
Un gruppo di 21 editori ha contestato davanti alla Corte Suprema alcune disposizioni della legge, sostenendo che l’assenza di una specifica esenzione per l’attività giornalistica potrebbe rendere più difficile pubblicare inchieste e informazioni di interesse pubblico.
Secondo gli editori, determinate interpretazioni della normativa potrebbero obbligare i giornalisti a richiedere il consenso delle persone coinvolte nelle notizie, compromettendo la riservatezza delle fonti e la possibilità di svolgere indagini su comportamenti di rilevanza pubblica.
Il ministro indiano dell’Informazione e della Tecnologia, Ashwini Vaishnaw, ha dichiarato che il governo è disponibile ad ascoltare le osservazioni degli editori e non intende compromettere la libertà giornalistica tutelata dalla Costituzione.
La controversia resta aperta e la Corte Suprema dovrà esaminare le argomentazioni delle parti.
Una questione che riguarda la democrazia indiana
La vicenda dei giornalisti fermati a Nuova Delhi solleva interrogativi che vanno oltre la gestione delle singole manifestazioni.
Il nodo principale riguarda il rapporto tra sicurezza pubblica, libertà di informazione e diritto dei cittadini a conoscere ciò che accade durante eventi politicamente controversi.
Le autorità rivendicano la necessità di garantire l’ordine pubblico e il rispetto delle leggi. I giornalisti e le organizzazioni professionali chiedono invece che tali interventi non impediscano la documentazione dei fatti e non si traducano in intimidazioni.
Le prossime decisioni giudiziarie, le indagini sui fermi e il confronto sulla normativa digitale saranno importanti per comprendere come evolveranno le condizioni del giornalismo nel Paese.
Il caso indiano riporta al centro una questione essenziale per ogni democrazia: garantire che i giornalisti possano raccontare i fatti, anche quando riguardano manifestazioni e decisioni contestate delle istituzioni.
