Dopo circa un mese di relativa calma, Stati Uniti e Iran sono tornati a scambiarsi attacchi militari. Le forze americane hanno colpito due lanciatori iraniani sull’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz, sostenendo che unità dei Guardiani della Rivoluzione si stessero preparando a impiegare mine navali. Teheran ha reagito lanciando missili balistici contro basi statunitensi in Giordania, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno intercettato un drone proveniente dall’Iran. Il rischio di una nuova escalation si riflette già sul petrolio, con il Brent tornato sopra i 90 dollari al barile.
Il Medio Oriente torna a entrare in una fase di forte tensione.
Per la prima volta in più di un mese, Stati Uniti e Iran hanno ripreso a colpirsi direttamente, riaccendendo il timore che il confronto possa trasformarsi nuovamente in una fase più ampia di guerra aperta.
Il centro della nuova crisi è ancora una volta lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio energetico.
Il raid americano su Larak
Secondo il Comando Centrale statunitense, le forze americane hanno colpito due lanciatori iraniani sull’isola di Larak, situata nello Stretto di Hormuz.
Washington sostiene di aver osservato personale dei Guardiani della Rivoluzione impegnato in preparativi collegati all’impiego di mine nel tratto di mare.
Gli Stati Uniti hanno definito l’operazione un’azione «limitata e precisa», sostenendo di aver agito contro una minaccia alla navigazione internazionale.
L’Iran presenta invece l’episodio come un attacco contro il proprio territorio.
Secondo l’agenzia ufficiale iraniana IRNA, due persone sono morte e altre sono rimaste ferite nei bombardamenti sull’isola. Non è stato inizialmente chiarito se le vittime fossero militari o civili.
Teheran risponde contro le basi USA in Giordania
La risposta iraniana non si è fatta attendere.
I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver lanciato missili balistici contro due basi utilizzate dalle forze statunitensi in Giordania, King Hussein e Al-Azraq.
Le autorità giordane hanno riferito di aver intercettato otto missili entrati nello spazio aereo del Paese.
Le prime informazioni non indicano danni rilevanti alle installazioni americane.
Il nuovo scambio di fuoco segna quindi la fine della pausa militare che aveva caratterizzato le ultime settimane.
Drone iraniano intercettato dagli Emirati
La tensione ha coinvolto anche gli Emirati Arabi Uniti.
Il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha dichiarato di aver intercettato un drone proveniente dall’Iran mentre si trovava sulle acque territoriali emiratine.
Non sono stati segnalati danni.
Il governo degli Emirati ha parlato di una «pericolosa escalation» e di una minaccia diretta alla sicurezza del Paese.
Abu Dhabi ha inoltre respinto la versione iraniana secondo cui sarebbe stata colpita la base aerea di Al Minhad, definendo falsa questa affermazione.
Hormuz torna al centro della crisi
Lo Stretto di Hormuz rimane il punto più delicato dell’intera vicenda.
Prima della guerra, attraverso questo passaggio transitava circa un quinto del petrolio commercializzato a livello mondiale.
Negli ultimi mesi il traffico è stato fortemente condizionato dalle tensioni, dalle minacce alle navi e dalla presenza di mine.
Gli Stati Uniti sostengono di aver completato la bonifica di parte delle rotte internazionali, mentre Teheran continua a rivendicare un ruolo decisivo nel controllo del passaggio.
È proprio questa situazione a rendere ogni nuovo incidente potenzialmente esplosivo.
Petrolio sopra i 90 dollari
I mercati hanno reagito immediatamente.
Il prezzo del Brent è salito oltre i 90 dollari al barile, con un aumento superiore al 2,5% nella giornata, mentre il West Texas Intermediate ha superato gli 85 dollari.
Il motivo è semplice: qualsiasi interruzione significativa del traffico attraverso Hormuz potrebbe ridurre rapidamente l’offerta mondiale di petrolio e gas.
E le conseguenze non resterebbero confinate al Medio Oriente.
Un petrolio più caro significa maggiori costi di trasporto, produzione ed energia, con nuove pressioni sui prezzi dei carburanti e sull’inflazione mondiale.
Anche le borse del Golfo hanno reagito negativamente alla nuova escalation.
Il rischio di una spirale
La questione adesso è capire se gli attacchi resteranno limitati oppure apriranno una nuova fase del conflitto.
Washington sostiene di aver agito per impedire la posa di nuove mine.
Teheran considera invece l’attacco sull’isola di Larak un’aggressione e ha promesso ulteriori risposte in caso di nuovi raid.
È la dinamica più pericolosa: un attacco presentato da una parte come preventivo viene interpretato dall’altra come un atto di guerra, provocando una rappresaglia che può a sua volta generare un nuovo intervento.
Dopo settimane nelle quali la pressione sembrava essersi spostata soprattutto sul terreno economico e diplomatico, missili e droni sono tornati quindi al centro del confronto.
E ancora una volta il punto nevralgico è Hormuz.
Quando lo Stretto si incendia, il problema non riguarda soltanto Washington e Teheran: riguarda l’intera economia mondiale.
