L’eSafety Commissioner contesta alla piattaforma la mancata rimozione di video di attentati, esecuzioni dell’ISIS e materiale estremista. Telegram rischia sanzioni fino a 54,6 milioni di dollari e persino il blocco in Australia, mentre il suo fondatore Pavel Durov finisce nel mirino anche di Mosca e della magistratura francese
Telegram è sempre più al centro di una battaglia internazionale che coinvolge sicurezza nazionale, libertà di espressione, privacy e responsabilità delle grandi piattaforme digitali.
In Australia, l’eSafety Commissioner ha avviato un procedimento davanti alla Federal Court accusando il servizio di messaggistica di non aver rispettato gli obblighi previsti dall’Online Safety Act nella gestione di contenuti terroristici e dell’estremismo violento.
Secondo l’autorità australiana, Telegram avrebbe lasciato disponibili per settimane o mesi video della strage nelle moschee di Christchurch, immagini di una sparatoria avvenuta in un supermercato statunitense, esecuzioni e decapitazioni attribuite allo Stato Islamico e altro materiale utilizzabile per la propaganda e la radicalizzazione.
La piattaforma non è stata ancora riconosciuta responsabile di alcuna violazione. Le accuse dovranno essere esaminate dalla Federal Court.
Contenuti segnalati ma non rimossi
La commissaria australiana per la sicurezza online, Julie Inman Grant, sostiene che Telegram abbia fallito nel rilevare, contrastare e interrompere la diffusione di materiale favorevole al terrorismo.
L’accusa riguarda anche la presunta mancata rimozione dei contenuti dopo che la società ne era stata formalmente informata dagli utenti australiani.
In alcuni casi, secondo l’eSafety Commissioner, il materiale sarebbe rimasto accessibile fino a tre mesi dopo le segnalazioni.
«Abbiamo contestato a Telegram di non aver rilevato, scoraggiato e interrotto il materiale favorevole al terrorismo», ha dichiarato Inman Grant.
La causa arriva al termine di un’indagine durata circa un anno. L’autorità avrebbe cercato di avviare un confronto con la società nel marzo 2024, incontrando successivamente cinque mesi di quella che la commissaria ha definito una «difficilissima mancanza di risposta».
La Corte dovrà verificare quali richieste siano state inviate, quali risposte abbia fornito Telegram e se le misure adottate fossero sufficienti a rispettare la legislazione australiana.
Telegram rischia 54,6 milioni di dollari
Qualora la Federal Court accertasse una violazione dell’Online Safety Act, Telegram potrebbe essere condannata a pagare sanzioni fino a 54,6 milioni di dollari.
L’eSafety Commissioner potrebbe inoltre chiedere al tribunale di bloccare il servizio in Australia.
Inman Grant ha precisato che questo potere non è mai stato utilizzato e che un’eventuale richiesta dipenderà dall’esito del procedimento e dal comportamento futuro della società.
Telegram non ha bisogno di una licenza per operare nel Paese, ma deve comunque rispettare le leggi australiane.
Un divieto avrebbe conseguenze considerevoli. La piattaforma viene utilizzata mensilmente da circa 1,5 milioni di australiani e conta più di un miliardo di utenti nel mondo.
Oltre alle conversazioni private, ospita grandi gruppi, canali pubblici, contenuti giornalistici, comunicazioni istituzionali e comunità professionali.
Il governo: «Nessuna tolleranza per le Big Tech»
La ministra federale delle Comunicazioni, Anika Wells, ha appoggiato l’azione dell’eSafety Commissioner.
«Non abbiamo alcuna tolleranza verso le grandi piattaforme tecnologiche che falliscono nel prevenire e rimuovere contenuti favorevoli al terrorismo», ha dichiarato.
Secondo Wells, Telegram dovrà spiegare agli utenti australiani e alla Federal Court perché non avrebbe rispettato la legislazione nazionale.
Inman Grant ha collegato l’importanza dell’intervento anche al clima di sicurezza seguito all’attentato di Bondi dello scorso anno.
Secondo l’autorità, in un contesto di minaccia più elevata le piattaforme devono intervenire rapidamente contro video e messaggi capaci di glorificare la violenza, reclutare sostenitori o favorire fenomeni di emulazione.
Il precedente della strage di Christchurch
La presenza di video relativi alla strage di Christchurch assume una rilevanza particolare per Australia e Nuova Zelanda.
Il 15 marzo 2019 un estremista australiano uccise 51 persone in due moschee della città neozelandese, trasmettendo in diretta parte dell’attacco.
Da allora, governi e autorità di regolamentazione hanno aumentato la pressione sulle piattaforme affinché impediscano la ripubblicazione delle immagini prodotte dagli attentatori.
Questi video non rappresentano soltanto la documentazione di un crimine. Possono diventare materiale di propaganda, strumenti per il reclutamento e modelli per nuovi attacchi.
La causa australiana si concentrerà quindi anche sulla rapidità con cui Telegram avrebbe dovuto intervenire una volta ricevute le segnalazioni.
La Russia accusa Durov di favoreggiamento del terrorismo
Contemporaneamente, il fondatore e amministratore delegato di Telegram, Pavel Durov, è finito nel mirino delle autorità russe.
Il Servizio federale di sicurezza, l’FSB, lo ha accusato di favoreggiamento del terrorismo e ha annunciato il suo inserimento nelle liste internazionali dei ricercati.
Mosca sostiene che Telegram non abbia eliminato canali, chat e bot presumibilmente utilizzati dai servizi d’intelligence ucraini e da organizzazioni estremiste per coordinare sabotaggi, attentati, omicidi e frodi informatiche.
Secondo la versione russa, un chatbot di incontri sarebbe stato utilizzato per reclutare giovani cittadini da impiegare in azioni violente. L’FSB afferma di aver fermato 46 utenti tra i 12 e i 22 anni per incendi, aggressioni e altre attività illegali.
Le accuse non sono state verificate in modo indipendente e dovranno essere provate. Durov sostiene che Mosca stia costruendo pretesti per limitare la piattaforma, reprimere la privacy e portare le comunicazioni digitali sotto il controllo del Cremlino.
Il paradosso del Cremlino
La posizione russa contiene una contraddizione evidente.
Telegram è utilizzato quotidianamente anche da funzionari del governo, blogger militari, propagandisti e unità russe impegnate nella guerra in Ucraina.
La piattaforma serve per comunicazioni operative, raccolte fondi, campagne di propaganda e coordinamento logistico.
Lo stesso Cremlino possiede un canale Telegram seguito da centinaia di migliaia di persone.
Mosca aveva già tentato di bloccare il servizio tra il 2018 e il 2020, dopo che Durov aveva rifiutato di consegnare le chiavi necessarie per accedere ai messaggi degli utenti.
Il tentativo provocò disservizi a numerosi siti, ma non riuscì a eliminare realmente Telegram.
Oggi la Russia promuove una propria applicazione nazionale, Max, destinata a integrare messaggi, pagamenti e servizi pubblici. I critici temono che possa diventare uno strumento di sorveglianza, anche perché dichiara di poter condividere informazioni con le autorità su richiesta.
Le accuse francesi
Durov affronta problemi giudiziari anche in Francia.
Il fondatore di Telegram era stato arrestato a Parigi nel 2024 nell’ambito di un’indagine sull’utilizzo della piattaforma per traffico di droga, frodi e diffusione di immagini di abusi sessuali sui minori.
La magistratura francese gli ha attribuito accuse preliminari legate alla presunta insufficiente collaborazione della società nel contrastare le attività criminali.
Durov è potuto tornare a Dubai dopo aver trascorso diversi mesi in Francia, ma resta sottoposto a indagine formale ed è stato nuovamente interrogato.
All’epoca, il Cremlino aveva difeso il fondatore di Telegram.
Il portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov, aveva osservato che anche i terroristi utilizzano le automobili, chiedendo provocatoriamente perché non venissero arrestati gli amministratori delegati delle case automobilistiche.
Ora è la stessa Russia a sostenere che Durov debba rispondere dell’utilizzo illegale della sua piattaforma.
Telegram usata anche per sabotaggi filorussi
L’applicazione è accusata di ospitare attività violente provenienti da fronti opposti.
Diversi governi europei sostengono che soggetti collegati alla Russia abbiano utilizzato Telegram per reclutare persone incaricate di compiere incendi, sabotaggi e operazioni di spionaggio.
Nel Regno Unito, un uomo sarebbe stato contattato sulla piattaforma per organizzare l’incendio di un magazzino contenente apparecchiature satellitari destinate all’Ucraina.
Nei Paesi Bassi, alcuni adolescenti sarebbero stati reclutati per mappare reti Wi-Fi nei pressi di istituzioni sensibili dell’Aia, tra cui la Corte penale internazionale, Europol e l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.
Mosca nega ogni coinvolgimento in azioni di sabotaggio in Europa.
La stessa piattaforma viene quindi indicata contemporaneamente come strumento dei servizi ucraini, delle reti filorusse, dello Stato Islamico, della criminalità organizzata e dei movimenti di opposizione.
Privacy o mancanza di controllo?
Telegram ha costruito gran parte della propria reputazione sulla tutela della privacy e sulla resistenza alle richieste dei governi.
Durov sostiene che la società non debba trasformarsi in uno strumento di sorveglianza statale e che la riservatezza degli utenti debba essere difesa anche davanti alle pressioni delle autorità.
Il procedimento australiano, però, non sembra riguardare genericamente l’accesso alle conversazioni private.
Le contestazioni si concentrano soprattutto su contenuti terroristici già individuati, pubblicamente accessibili e formalmente segnalati.
La questione è quindi se Telegram abbia adottato sistemi adeguati per moderare i canali pubblici e rimuovere materiale estremista dopo esserne venuta a conoscenza.
Difendere la privacy non può necessariamente significare lasciare disponibili per mesi video di massacri, esecuzioni o propaganda terroristica.
Allo stesso tempo, concedere ai governi un accesso indiscriminato alle comunicazioni potrebbe trasformare la lotta all’estremismo in un pretesto per controllare giornalisti, dissidenti e oppositori politici.
Una piattaforma non può essere neutrale su tutto
Telegram sostiene di fornire uno strumento tecnologico e di non poter essere considerata automaticamente responsabile per ogni reato compiuto dai suoi utenti.
Ma con oltre un miliardo di iscritti, la piattaforma non è più soltanto un contenitore neutrale.
I suoi sistemi di distribuzione, i canali pubblici, i gruppi e gli strumenti automatizzati permettono ai contenuti di raggiungere rapidamente un pubblico vastissimo.
Le autorità chiedono quindi che Telegram disponga di procedure efficaci per individuare e rimuovere il materiale più grave, soprattutto quando viene segnalato direttamente.
Il problema sarà stabilire dove finisca la responsabilità dell’utente e dove inizi quella della società.
La prova dell’Online Safety Act
La causa davanti alla Federal Court testerà la reale forza della legislazione australiana nei confronti delle grandi piattaforme globali.
Le società tecnologiche operano spesso attraverso strutture internazionali e senza una presenza fisica significativa nel Paese, rendendo più difficile applicare sanzioni o imporre una collaborazione immediata.
Una vittoria dell’eSafety Commissioner rafforzerebbe il potere dell’Australia e potrebbe spingere Telegram e altre piattaforme a investire maggiormente nella moderazione.
Una decisione favorevole alla società potrebbe invece limitare la portata dell’Online Safety Act e costringere il Parlamento a rivedere le regole.
Telegram tra governi democratici e regimi autoritari
Il caso presenta una differenza che non può essere ignorata.
L’Australia sostiene di voler applicare una legge attraverso un procedimento pubblico davanti a una corte indipendente, offrendo a Telegram la possibilità di difendersi.
La Russia accusa invece Durov all’interno di un sistema che ha già bloccato numerose piattaforme, limitato i media indipendenti e criminalizzato parte del dissenso.
Le due iniziative non sono quindi automaticamente equivalenti, anche se utilizzano entrambe il tema del terrorismo.
L’Australia dovrà dimostrare che Telegram ha violato obblighi specifici. Mosca sembra invece utilizzare le accuse anche come parte della propria strategia per controllare lo spazio digitale nazionale.
Per Durov, tuttavia, il risultato è lo stesso: la pressione cresce da ogni parte.
Una battaglia globale sul futuro di internet
La posta in gioco supera ampiamente la multa australiana o il mandato russo.
Il caso Telegram riguarda quale modello di internet prevarrà nei prossimi anni.
Da una parte esistono piattaforme che rivendicano indipendenza, crittografia e protezione dalle interferenze governative. Dall’altra, gli Stati sostengono di non poter tollerare spazi digitali utilizzati per terrorismo, abusi, traffici illegali e sabotaggi.
Nessuna delle due posizioni può essere assoluta.
Una piattaforma senza controllo può diventare un rifugio per criminali ed estremisti. Un sistema completamente accessibile ai governi può trasformarsi in una macchina di sorveglianza.
La Federal Court australiana dovrà decidere se Telegram abbia semplicemente incontrato difficoltà nella gestione di un servizio enorme oppure abbia trascurato consapevolmente obblighi fondamentali.
La Russia, intanto, vuole Durov tra i ricercati. La Francia continua a indagare. E il fondatore della piattaforma insiste sul fatto che la vera battaglia sia quella per la libertà di comunicare senza essere controllati.
Telegram si trova così stretta tra due accuse opposte: fare troppo poco contro terrorismo e criminalità, oppure rifiutarsi di consegnare agli Stati il controllo delle conversazioni.
Il confine tra libertà e sicurezza non è mai stato così sottile.
