È morto Massimiliano Cencelli, l’uomo che trasformò gli equilibri della politica italiana in un “manuale”

Aveva 90 anni. Ex funzionario della Democrazia Cristiana, legò il proprio nome al celebre “Manuale Cencelli”, il metodo con cui incarichi e poltrone venivano distribuiti in proporzione al peso di partiti e correnti

È morto a Roma Massimiliano Cencelli, aveva 90 anni.

Il suo nome resterà legato a una delle espressioni più longeve e riconoscibili della politica italiana: il “Manuale Cencelli”.

Più che un vero manuale, era un metodo. Una formula, quasi un algoritmo ante litteram, per distribuire incarichi politici e governativi sulla base del peso delle diverse correnti e dei diversi partiti.

Un sistema nato negli anni della Democrazia Cristiana e sopravvissuto nel linguaggio politico ben oltre la Prima Repubblica.

Come nacque il “Manuale Cencelli”

Fu lo stesso Cencelli a raccontarne l’origine.

Durante il congresso della Dc del 1967, Paolo Emilio Taviani gli chiese di organizzare la corrente dei tavianei. Cencelli fece i conti e propose una logica semplice: se una corrente pesava l’11%, avrebbe dovuto ottenere l’11% degli incarichi.

Da lì nacque il metodo.

Taviani mantenne l’Interno, Remo Gaspari ottenne un incarico alle Poste, Francesco Cossiga alla Difesa, Sarti al Turismo e Spettacolo.

A rendere celebre l’espressione contribuì proprio Sarti, che durante le crisi di governo, davanti ai giornalisti in cerca di anticipazioni, rispondeva scherzando: «Chiedetelo a Cencelli».

Una formula diventata linguaggio politico

Con il tempo, il “Manuale Cencelli” ha smesso di indicare soltanto un episodio della politica democristiana.

È diventato sinonimo di spartizione proporzionale del potere.

Ministeri, sottosegretari, presidenze, commissioni, incarichi: ogni volta che la politica italiana ha dovuto comporre un puzzle tra partiti e correnti, il nome di Cencelli è tornato nelle cronache.

Ancora oggi l’espressione compare nei testi universitari e nel dibattito pubblico.

La tessera Dc ricevuta da De Gasperi

Cencelli, nato nel 1936, entrò giovanissimo nella Democrazia Cristiana.

A 17 anni ricevette la tessera direttamente dalle mani di Alcide De Gasperi.

Per tutta la vita rivendicò con una certa ironia la paternità del metodo che portava il suo nome, anche quando la politica italiana era ormai profondamente cambiata.

Durante la formazione del governo Draghi, nel 2021, sostenne che il suo manuale fosse stato utilizzato “al 100%” nella distribuzione dei sottosegretari.

«La politica era una gioia»

Cencelli guardava però con crescente distanza alla politica contemporanea.

Ricordava quella della sua generazione come un’attività vissuta con uno spirito diverso, quasi con entusiasmo personale e comunitario.

«Fare politica per noi era una gioia», aveva detto.

Nel 2022, mentre Giorgia Meloni completava la squadra di governo, il suo nome tornò ancora una volta nelle cronache parlamentari.

Ma questa volta Cencelli sembrò quasi stanco di essere evocato.

Disse che, per vanità, avrebbe potuto essere contento di vedere ancora circolare il proprio nome, ma invitò la politica a smetterla di ragionare soltanto in termini di posti e percentuali.

Gli italiani, ricordò, avevano problemi ben più concreti: la spesa, le bollette, il costo della vita.

Un metodo sopravvissuto al suo autore

Alla fine, la frase che meglio riassume la sua eredità la pronunciò lui stesso:

«Lo spirito del mio manuale è immortale, ma è la politica che è cambiata».

Massimiliano Cencelli se ne va lasciando dietro di sé molto più di un’espressione giornalistica.

Ha dato un nome a un meccanismo del potere italiano che continua, ancora oggi, a riaffiorare ogni volta che la politica deve trasformare percentuali, equilibri e alleanze in incarichi concreti.