di Pier Francesco Corso
Tajani, a New York, ha risposto che decide il Parlamento e che il Governo non si è impegnato sulla riforma. Formalmente corretto. Ma resta una domanda: il ministro può dirci anche che cosa pensa della scelta che il Parlamento sta discutendo?
Ambasciatori di ’sta minchia: la domanda è brutale, ma seria!
Tajani, a New York, ha risposto che decide il Parlamento e che il Governo non si è impegnato sulla riforma. Formalmente niente da eccepire. Ma politicamente? Perché il ministro non dice semplicemente che cosa ne pensa?
Il disegno di legge è parlamentare, questo è un fatto. Tra i firmatari ci sono Bignami, Molinari, Barelli e Lupi, insieme ad altri esponenti della maggioranza. Il testo è passato dalla Camera al Senato e poi è tornato alla Camera, dove dal 21 settembre è di nuovo in esame.
Insomma, il Parlamento decide. Nessuno lo mette in dubbio. Ma la politica non finisce quando comincia il voto. Un ministro può rispettare il Parlamento e avere un’opinione. E qui l’opinione sembra essersi persa nel corridoio.
La riforma riduce a due le ripartizioni per la Camera e prevede un collegio unico per i senatori all’estero. E non è proprio una modifica da nota a piè di pagina. Tajani ha riconosciuto il timore di una minor rappresentanza americana e ha detto che le circoscrizioni sono diventate grandi. Perfetto. Allora discutiamone, invece di cambiare canale.
Gli italiani all’estero sono stati chiamati ambasciatori. Bellissimo titolo. Ma un ambasciatore dovrebbe essere ascoltato. E quando protesta, non dovrebbe ricevere soltanto formule.
«Decide il Parlamento» è corretto. Ma non è una risposta alla domanda: «Lei questa scelta la condivide oppure no?».
Chiamarci ambasciatori quando serve fa scena. Chiamarci cittadini quando chiediamo conto sarebbe più serio.
Quindi, ministro, nessun processo e nessuna sentenza. Soltanto una domanda: ambasciatori sì, ma con diritto di parola?
