ESCLUSIVA – Dopo l’emendamento che riduce le ripartizioni della Circoscrizione Estero, sarebbe allo studio una formula mista per Camera e Senato: liste bloccate oppure un capolista scelto dal partito e altri sette candidati sottoposti alle preferenze. Una soluzione che potrebbe riequilibrare i territori, ma trasferirebbe alle segreterie politiche il potere di decidere chi rappresenterà Africa, Asia e Oceania
La riforma della legge elettorale per gli italiani all’estero potrebbe non essere ancora arrivata alla sua versione definitiva.
Secondo indiscrezioni raccolte da Allora!, all’interno di Forza Italia sarebbe in corso una riflessione sulla possibilità di presentare un nuovo emendamento capace di correggere almeno in parte gli effetti prodotti dalla riduzione delle ripartizioni della Circoscrizione Estero.
Le ipotesi allo studio sarebbero due: liste interamente bloccate oppure una formula mista, con un capolista predeterminato dal partito e gli altri sette candidati lasciati alla competizione attraverso le preferenze.
Il progetto riguarderebbe sia la Camera sia il Senato e si troverebbe ancora in una fase preliminare. Non esiste quindi, al momento, un testo definitivo né la certezza che l’emendamento venga effettivamente presentato.
La discussione, però, segnala che anche all’interno della maggioranza comincia a essere riconosciuto il problema politico creato dal nuovo assetto: alcune aree del mondo rischiano di perdere quasi matematicamente ogni possibilità di rappresentanza parlamentare.
Il problema creato dai nuovi mega-collegi
La riduzione delle ripartizioni trasforma il voto all’estero in una competizione sempre più dominata dal peso numerico delle comunità.
Quando territori enormi e profondamente differenti vengono inseriti nello stesso collegio, le preferenze non garantiscono necessariamente libertà di scelta. Al contrario, possono premiare quasi esclusivamente i candidati provenienti dalle aree con il maggior numero di elettori, con strutture associative più organizzate e reti politiche già consolidate.
Africa, Asia e Oceania partirebbero da una posizione di evidente svantaggio.
L’Australia, pur disponendo di una comunità italiana storica, organizzata e fortemente integrata, difficilmente potrebbe competere sul piano numerico con le grandi concentrazioni elettorali del Sud America.
Lo stesso vale per Paesi africani e asiatici, dove il numero degli iscritti all’Aire è inferiore ma le esigenze consolari, linguistiche, economiche e sociali richiederebbero comunque una rappresentanza diretta.
Una competizione formalmente aperta rischierebbe quindi di produrre un risultato già scritto: i seggi finirebbero nei territori più popolosi e le altre comunità rimarrebbero senza voce.
La formula del capolista bloccato
Da qui l’ipotesi di affidare ai partiti la scelta del capolista.
In una lista composta, ad esempio, da otto candidati, il primo nome sarebbe deciso direttamente dalla forza politica, mentre gli altri sette concorrerebbero attraverso le preferenze.
Il meccanismo consentirebbe teoricamente ai partiti di distribuire i capilista secondo un criterio territoriale.
Una formazione potrebbe scegliere un candidato australiano per garantire la presenza dell’Oceania, un’altra puntare su un esponente dell’Africa o dell’Asia, riequilibrando così un sistema che altrimenti sarebbe determinato soltanto dalla forza dei numeri.
Da questo punto di vista, il correttivo avrebbe una logica politica comprensibile: impedire che interi continenti scompaiano dal Parlamento italiano.
Ma proprio qui nasce il problema più delicato.
La rappresentanza passerebbe dagli elettori ai partiti
Il capolista bloccato non garantirebbe automaticamente la rappresentanza territoriale.
Garantirebbe soltanto ai partiti il potere di stabilire chi debba occupare quella posizione.
Nulla obbligherebbe una segreteria nazionale a scegliere un candidato proveniente dall’Australia, dall’Africa o dall’Asia. Il capolista potrebbe essere individuato in base agli equilibri interni, alle correnti, alle alleanze o alla necessità di assicurare un seggio a una personalità politica.
Il rischio sarebbe quindi quello di correggere una distorsione democratica introducendone un’altra.
Con il sistema delle preferenze nei mega-collegi, la rappresentanza verrebbe decisa dalla superiorità numerica di alcune comunità. Con le liste bloccate, verrebbe decisa dalle segreterie dei partiti.
In entrambi i casi, il rapporto diretto tra elettore, candidato e territorio continuerebbe a indebolirsi.
Il correttivo potrebbe essere utile, ma non basta
L’eventuale apertura di Forza Italia rappresenta comunque un segnale importante.
Significa riconoscere che la semplice riduzione delle ripartizioni non può essere considerata una modifica tecnica. Cambia radicalmente gli equilibri politici della Circoscrizione Estero e rischia di cancellare il principio sul quale essa era stata costruita: dare voce alle diverse comunità italiane nel mondo.
Una formula mista potrebbe attenuare gli effetti più estremi della riforma, soprattutto se i partiti assumessero pubblicamente l’impegno di utilizzare i posti bloccati per garantire l’equilibrio geografico.
Ma una promessa politica non equivale a una tutela prevista dalla legge.
Oggi un partito può assicurare che sceglierà un capolista australiano. Domani, davanti a un accordo nazionale o a un candidato più influente, quella promessa potrebbe essere facilmente dimenticata.
Serve una garanzia territoriale scritta nella norma
La soluzione più corretta non sarebbe affidare la rappresentanza alla buona volontà delle segreterie, ma inserire nel sistema elettorale una garanzia territoriale chiara.
Si potrebbe prevedere un criterio di alternanza geografica nelle liste, una quota minima per le diverse macroaree oppure l’obbligo di distribuire i candidati eleggibili tra territori differenti.
In questo modo, il correttivo non dipenderebbe dalle convenienze del momento e non trasformerebbe i rappresentanti delle comunità in semplici nominati dai vertici romani.
Se l’obiettivo è salvaguardare Australia, Asia, Africa e Oceania, la legge deve dirlo apertamente.
Non basta permettere a un partito di farlo, se lo ritiene opportuno.
Il paradosso delle preferenze
Le preferenze vengono generalmente presentate come lo strumento più democratico perché consentono agli elettori di scegliere direttamente il candidato.
Nel voto all’estero, però, questo principio funziona soltanto quando i collegi hanno una dimensione territoriale ragionevole.
In una circoscrizione mondiale, o quasi mondiale, il voto di preferenza diventa una gara tra apparati, disponibilità economiche, reti associative e concentrazioni demografiche.
Un candidato australiano dovrebbe fare campagna elettorale su territori lontani migliaia di chilometri, con comunità che parlano lingue differenti e presentano problemi completamente diversi.
Non sarebbe una competizione equa.
Sarebbe una lotteria nella quale alcune aree partirebbero con milioni di biglietti e altre con poche migliaia.
Il rischio di rappresentanti senza territorio
La Circoscrizione Estero non nacque per eleggere parlamentari genericamente competenti sulle questioni migratorie.
Nacque per garantire rappresentanti collegati a precise realtà geografiche.
Un eletto dell’Australia conosce la rete consolare, i problemi delle distanze, l’insegnamento dell’italiano, i rapporti economici nell’Indo-Pacifico e le esigenze di una comunità formata da vecchie e nuove generazioni.
Un rappresentante del Sud America affronta questioni diverse, così come differenti sono le necessità dell’Europa, dell’Africa o dell’Asia.
Un collegio troppo vasto rischia di produrre parlamentari formalmente eletti all’estero ma privi di un territorio reale da rappresentare.
Forza Italia davanti a una scelta politica
Se Forza Italia decidesse di presentare l’emendamento, assumerebbe un ruolo centrale nel tentativo di correggere la riforma.
Il partito dovrebbe però chiarire quale sia il vero obiettivo.
Vuole semplicemente introdurre posti sicuri nelle liste oppure intende garantire che le aree penalizzate dalla riduzione delle ripartizioni continuino ad avere una voce?
La differenza è sostanziale.
Nel primo caso, si tratterebbe di una modifica utile alle segreterie. Nel secondo, di un intervento a tutela delle comunità.
Il capolista bloccato potrebbe essere una soluzione accettabile soltanto se accompagnato da criteri geografici trasparenti e vincolanti.
Il male minore non può diventare la soluzione definitiva
Di fronte alla prospettiva di vedere Australia, Asia e Africa escluse dal Parlamento, una lista bloccata può apparire come il male minore.
Meglio un rappresentante scelto dal partito che nessun rappresentante.
Ma una democrazia non dovrebbe accontentarsi del male minore quando può costruire una soluzione migliore.
La riforma deve garantire contemporaneamente governabilità, libertà di scelta e rappresentanza territoriale. Se elimina uno di questi elementi, non sta migliorando il voto all’estero: lo sta svuotando.
La vera domanda
Il dibattito non riguarda soltanto la tecnica elettorale.
La domanda è molto più semplice: chi deve decidere chi rappresenta gli italiani d’Australia?
Gli elettori australiani, una comunità numericamente dominante collocata dall’altra parte del mondo oppure la segreteria nazionale di un partito?
L’ipotesi allo studio in Forza Italia può aprire uno spazio di correzione e impedire che la riforma venga approvata ignorando le sue conseguenze.
Ma senza una garanzia territoriale inserita nella legge, le sorti dell’Australia e delle altre aree più deboli resterebbero affidate alla discrezionalità dei partiti.
Non sarebbe la piena tutela della rappresentanza.
Sarebbe soltanto il trasferimento del potere di esclusione: dai numeri alle segreterie.
