di Emanuele Esposito
Una puntata forte, politica e profondamente legata alla storia della rappresentanza degli italiani all’estero. La nuova edizione de La Domenica di Allora, condotta da Emanuele Esposito, porta un titolo napoletano che riassume senza giri di parole quanto accaduto alla Camera:
“Am’ fatt ’o papocchio!”
Al centro della puntata c’è l’emendamento approvato dalla maggioranza che riduce le attuali quattro ripartizioni della Circoscrizione Estero a due per la Camera — Europa e resto del mondo — e trasforma l’intero pianeta in un unico collegio elettorale per il Senato.
Una modifica presentata come intervento tecnico, ma che rischia di cambiare profondamente la natura della rappresentanza parlamentare degli italiani nel mondo, penalizzando soprattutto le comunità numericamente più piccole dell’Australia, dell’Oceania, dell’Asia, dell’Africa e del Nord America.
La puntata si apre, nel giorno del ricordo della strage di via D’Amelio, con un pensiero dedicato a Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta. Un richiamo al coraggio, alla legalità e alla responsabilità di non abbassare la testa davanti alle ingiustizie.
Subito dopo, la voce e le parole di Mirko Tremaglia accompagnano l’ingresso nel cuore del dibattito politico.
Tremaglia aveva voluto che i rappresentanti degli italiani all’estero fossero parte integrante della vita delle comunità e non candidati “paracadutati dalle segreterie romane”. La suddivisione della Circoscrizione Estero in quattro ripartizioni geografiche rispondeva proprio a questa esigenza: garantire radicamento, conoscenza dei territori e vicinanza tra eletti ed elettori.
La nuova riforma rischia invece di realizzare esattamente ciò che Tremaglia temeva: una competizione elettorale mondiale dominata dagli apparati, dalle disponibilità economiche e dai grandi bacini di preferenze.
Come può un candidato australiano competere con territori che dispongono di milioni di elettori?
Come può un senatore essere davvero parte integrante della vita di comunità distribuite contemporaneamente tra Sydney, Buenos Aires, Toronto, Johannesburg, Tokyo, Londra e Berlino?
E come si può parlare ancora di territorialità quando interi continenti rischiano di non riuscire più a eleggere un proprio rappresentante?
Nel corso della puntata vengono ricostruite le diverse posizioni emerse dopo il voto parlamentare.
Toni Ricciardi ha definito la riforma “strumentale”, accusando la maggioranza di modificare i collegi per conquistare quei seggi che non riesce a ottenere attraverso il consenso e il radicamento territoriale.
Christian Di Sanzo ha denunciato la distruzione di un sistema di rappresentanza costruito in vent’anni, ricordando che chi pretende di rappresentare tutti rischia, alla fine, di non rappresentare nessuno.
Nicola Carè ha parlato di una vera e propria manomissione della rappresentanza democratica e ha sollevato dubbi sull’effettività del voto tutelata dall’articolo 48 della Costituzione.
Francesco Giacobbe ha accusato chi ha sostenuto l’emendamento di avere votato contro la rappresentanza degli italiani dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania e dell’Antartide.
Francesca La Marca ha inserito la riforma in un più ampio processo di riduzione dei diritti degli italiani nel mondo, mentre Federica Onori ha criticato sia la maggioranza sia parte delle opposizioni per aver perso l’occasione di affrontare concretamente la sicurezza e la modernizzazione del voto estero.
La puntata analizza anche la posizione di Andrea Di Giuseppe, secondo il quale il mondo non sarebbe troppo grande per un parlamentare ben organizzato e sostenuto da una squadra efficiente.
Una tesi alla quale Emanuele Esposito risponde distinguendo nettamente il lavoro parlamentare dalla possibilità concreta di essere eletti.
Una squadra di collaboratori può seguire le pratiche, rispondere alle segnalazioni e lavorare nei ministeri. Non può però riequilibrare la sproporzione demografica tra l’Australia e l’America meridionale, né può garantire che una comunità più piccola riesca ancora a esprimere una propria voce.
Difendere la territorialità non significa difendere una politica fatta di cene, fotografie e passerelle. Significa difendere il diritto di ogni area del mondo a essere riconoscibile e rappresentata.
Un capitolo specifico è dedicato al MAIE.
Vincenzo Odoguardi ha precisato che Franco Tirelli non avrebbe firmato l’emendamento, sostenendo però che il movimento avrebbe voluto mantenere le quattro ripartizioni e che ciò non sarebbe stato possibile per “logiche parlamentari”.
Ma la responsabilità politica non si esaurisce nella firma.
La domanda resta semplice: come avete votato?
Se il MAIE riteneva necessario mantenere le quattro ripartizioni, perché non ha votato contro? Perché non è intervenuto in Aula? Perché non ha posto condizioni alla maggioranza?
Affermare di essere stati contrari e contemporaneamente accettare il risultato significa ammettere di avere sacrificato la propria posizione alle esigenze della coalizione.
La firma non assolve il voto.
Il silenzio non cancella la responsabilità.
La nuova puntata de La Domenica di Allora non è dunque soltanto una critica alla riforma. È un appello rivolto a tutti gli italiani nel mondo e, in particolare, a chi appartiene alla tradizione politica di Mirko Tremaglia.
Non si può celebrare Tremaglia nelle commemorazioni e poi cancellare il principio territoriale sul quale aveva costruito la Circoscrizione Estero.
Non si può difendere a parole la sua eredità e approvare una riforma che rafforza gli apparati e indebolisce le comunità.
Oggi Tremaglia non c’è più.
Ma ci sono gli italiani nel mondo.
Ci sono i territori.
Ci sono le comunità.
E c’è il dovere di non rimanere in silenzio.
“Am’ fatt ’o papocchio!”, la nuova puntata de La Domenica di Allora, con Emanuele Esposito, è un viaggio dentro le contraddizioni della riforma elettorale, le responsabilità politiche del voto e il futuro della rappresentanza degli italiani all’estero.
