Garlasco, tra il tappeto mai repertato e l’impronta a “V”: nuovi interrogativi sulla scena del crimine di via Pascoli

Dalla gestione dei tappeti durante i rilievi alla traccia geometrica che potrebbe essere compatibile con le Lacoste di Alberto Stasi: nuove analisi tornano a interrogare uno dei punti più controversi del delitto di Chiara Poggi. Luigi Grimaldi rilancia anche una valutazione statistica che, assumendo come corretti 12 punti di corrispondenza, attribuirebbe alla compatibilità un peso estremamente elevato. Ma si tratta di elementi che dovranno essere verificati nelle sedi tecniche e giudiziarie

La scena del crimine di via Pascoli continua a parlare.

E soprattutto continua a mostrare quanto, a distanza di quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, alcuni particolari possano assumere un significato diverso quando fotografie, filmati, verbali e nuove analisi vengono nuovamente confrontati.

Due questioni, in particolare, stanno alimentando il dibattito.

La prima riguarda un tappeto utilizzato dai RIS durante i rilievi con il luminol, che secondo l’analisi diffusa da Gianca e Fabio di WildlineCrime non risulterebbe formalmente repertato.

La seconda riguarda la ormai nota traccia a “V”, o “coda di rondine”, sulla quale Luigi Grimaldi torna con nuovi argomenti, riprendendo lo studio del professor Mario Felici e aggiungendo una quantificazione statistica della presunta corrispondenza con la suola delle scarpe Lacoste attribuite ad Alberto Stasi.

Due questioni differenti, accomunate da una domanda: quanto sappiamo davvero della scena del crimine così come si presentava il 13 agosto 2007?

Il tappeto comparso durante il luminol “nascondere la polvere sotto il tappeto”…

Il primo elemento emerge da una fotografia relativa alla fase preparatoria dei rilievi eseguiti con il luminol nella zona tra l’ingresso e la cucina.

Per ottenere una corretta rilevazione è necessario ridurre al minimo la luce ambientale.

Nella fotografia viene mostrato un tappeto collocato contro la parte inferiore della porta d’ingresso, presumibilmente per impedire alla luce esterna di filtrare nell’abitazione. 

Il problema non è l’esigenza tecnica di oscurare l’ambiente.

È capire quale tappeto sia stato utilizzato e da dove provenisse.

Secondo l’analisi, quell’oggetto non risulterebbe facilmente identificabile nella documentazione fotografica precedente né tra i reperti formalmente catalogati.

Le sue dimensioni sarebbero inoltre maggiori rispetto a quelle di un normale zerbino: circa 80-90 centimetri sul lato corto e fino a 150 centimetri sul lato lungo. 

Se apparteneva alla villetta, significa che un elemento presente sulla scena fu spostato.

E in un’indagine per omicidio la posizione originaria di ogni oggetto può avere importanza.

Due tappeti dentro un paiolo

C’è poi un secondo particolare.

Analizzando un filmato relativo alla repertazione dell’immondizia, dietro la porta d’ingresso appare un paiolo di rame nel quale sembrerebbero trovarsi due tappeti arrotolati

Anche qui le domande sono inevitabili.

Erano già lì il giorno del delitto?

Sono stati spostati successivamente?

Da quali stanze provenivano?

Furono analizzati?

Le dichiarazioni dei familiari descrivevano numerosi tappeti distribuiti tra le stanze della casa. Secondo la ricostruzione proposta dagli autori dell’analisi, però, nel conteggio complessivo della zona inferiore dell’abitazione resterebbe almeno un elemento difficile da collocare. 

Il tappeto potrebbe avere avuto un ruolo nel trascinamento?

Da questo punto nasce un’ipotesi ancora più delicata.

Nella pozza ematica alla base delle scale sarebbero presenti margini lineari che, secondo l’analisi, potrebbero essere compatibili con la precedente presenza di un supporto rettangolare.

Viene inoltre richiamata la condizione della parte posteriore del pigiama di Chiara: secondo questa lettura non presenterebbe lo sporco e le strisciate che ci si aspetterebbero se il corpo fosse stato trascinato direttamente sul pavimento.

Sui primi gradini verso la cantina sono invece descritte tracce centrali che potrebbero essere compatibili con il trascinamento di un tessuto. 

Da qui la possibilità teorica che il corpo possa essere stato spostato sopra un tappeto o un altro tessuto.

Non è una dinamica accertata.

È un’ipotesi costruita attraverso l’interpretazione di fotografie e tracce e, come tale, necessita di verifiche scientifiche prima di poter assumere qualsiasi valore probatorio.

Le fibre rimaste senza risposta

Nelle immagini della scena compaiono inoltre alcune fibre tessili vicino al divano, alla porta della cantina, alla saletta TV e alla base delle scale.

Alcune mostrerebbero una struttura a doppio filo ritorto, che gli autori dell’analisi ritengono potenzialmente compatibile con fibre provenienti da una frangia di tappeto. 

Anche in questo caso il problema non è poter affermare oggi da quale oggetto provenissero.

È esattamente il contrario.

Senza repertazione e analisi microscopica, non è più possibile stabilirlo.

Ed è questo uno dei punti critici quando si torna a esaminare la gestione iniziale di via Pascoli: non ogni anomalia dimostra qualcosa, ma ogni elemento non raccolto riduce le possibilità di sapere.

L’altra questione: l’impronta a “V”

A questo quadro si aggiunge la traccia a “V” individuata sul pavimento e divenuta uno dei temi più dibattuti delle analisi recenti.

Luigi Grimaldi sostiene di averla evidenziata per la prima volta il 28 dicembre 2025.

Successivamente la traccia è entrata nel confronto tecnico legato alle nuove indagini, insieme ai segni rilevati in prossimità della gora ematica e sul cosiddetto scalino zero.

Il punto è importante perché si lega direttamente a uno degli argomenti utilizzati nel processo conclusosi con la condanna definitiva di Alberto Stasi.

Stasi è stato definitivamente condannato per l’omicidio di Chiara Poggi e quella sentenza resta pienamente efficace.

Ma una parte del ragionamento giudiziario riguardava l’assenza di tracce compatibili con le scarpe che Stasi dichiarò di avere indossato quando entrò nella villetta e scoprì il corpo.

Il sillogismo della condanna

Semplificando, il ragionamento era questo:

chi attraversa una scena con quella quantità di sangue dovrebbe lasciare tracce sotto le scarpe;

Stasi dichiarò di avere effettuato un determinato percorso;

non risultavano impronte attribuite alle sue Lacoste;

quindi il suo racconto venne considerato non attendibile.

Le nuove analisi pongono però una domanda: siamo ancora sicuri che sulla scena non vi fosse alcuna traccia compatibile con quelle scarpe?

Il RIS di Cagliari, secondo la documentazione richiamata da Grimaldi, non avrebbe raggiunto una conclusione identificativa sulla “V”, giudicando il materiale insufficiente per un’attribuzione certa.

Ed è proprio qui che interviene la consulenza del professor Mario Felici.

Lo studio Felici

Felici ha lavorato sulle immagini disponibili, non sui reperti originali.

Questo limite deve essere ricordato.

Secondo la ricostruzione fornita da Grimaldi, il consulente avrebbe raddrizzato digitalmente la piastrella per ottenere una visione zenitale, aumentato il contrasto, calcolato le dimensioni della mattonella e della scarpa e successivamente sovrapposto in scala la suola della Lacoste.

La comparazione avrebbe evidenziato diversi elementi morfologici ritenuti compatibili: la struttura a spina di pesce, il disegno a “V”, il bordo laterale e altri dettagli della suola.

Non si tratta, ancora una volta, dell’identificazione individuale di una scarpa.

La tesi riguarda una possibile compatibilità di modello e dimensione.

Grimaldi introduce il dato statistico

La parte nuova proposta da Luigi Grimaldi riguarda una quantificazione statistica.

Secondo quanto riferisce, un soggetto specializzato in analisi forense con strumenti di intelligenza artificiale avrebbe effettuato un calcolo partendo da un presupposto preciso: considerare corretti i 12 punti di corrispondenza individuati nella relazione Felici.

Sulla base di questo assunto, sarebbe stato calcolato un Likelihood Ratio di circa 1,9 × 10⁷, con un intervallo indicativo compreso tra 1,1 e 3,5 × 10⁷.

Tradotto: secondo questo modello, l’insieme dei 12 elementi osservati sarebbe circa 19-20 milioni di volte più probabile nell’ipotesi di una traccia prodotta da una suola compatibile con il modello considerato rispetto all’ipotesi di una configurazione casuale.

È però fondamentale precisare che questo numero dipende completamente dalle condizioni iniziali del calcolo.

Se i 12 punti non fossero indipendenti, se la tolleranza scelta fosse diversa, se l’area di riferimento non fosse appropriata o se l’identificazione dei punti fosse contestabile, anche il risultato statistico cambierebbe.

Nel materiale fornito non è presente una validazione indipendente del calcolo né una relazione completa sottoposta a contraddittorio scientifico.

Per questo il dato può essere presentato come tesi di Grimaldi, non come fatto giudiziariamente accertato.

«Venti milioni di volte» non significa certezza

Anche accettando il calcolo, il significato deve essere spiegato correttamente.

Un Likelihood Ratio elevato non dice:

“quella è sicuramente la scarpa di Alberto Stasi”.

Dice qualcosa di diverso:

se le ipotesi e i punti di confronto sono corretti, l’evidenza osservata sarebbe molto più compatibile con una traccia della classe di suola considerata che con la specifica alternativa casuale utilizzata nel calcolo.

Rimarrebbero quindi da dimostrare almeno tre cose:

che la traccia sia realmente un’impronta di calzatura;

che i punti utilizzati nella comparazione siano scientificamente affidabili;

che la compatibilità riguardi proprio la suola considerata e non altri modelli con geometrie analoghe.

E soprattutto si tratterebbe comunque di una evidenza di classe, riferibile a modello e taglia, non alla singola scarpa materialmente appartenuta a Stasi.

La critica di Luciano Garofano

Grimaldi risponde anche alle osservazioni formulate dal generale Luciano Garofano durante una trasmissione televisiva.

L’obiezione può essere sintetizzata così: se Stasi avesse attraversato la scena con quelle scarpe, perché sarebbero visibili soltanto una o poche tracce?

Le numerose impronte lasciate da altri soggetti dimostrerebbero invece quanto facilmente il sangue potesse trasferirsi sulle suole.

Garofano avrebbe sintetizzato il concetto con una battuta semplice: «Le persone non volano».

Per Grimaldi, però, l’equazione sarebbe troppo semplicistica.

Una traccia non deve necessariamente ripetersi decine di volte per avere valore. Entrano in gioco quantità e stato del sangue, modalità di appoggio, zone della suola effettivamente entrate in contatto, superfici attraversate e successive alterazioni della scena.

È precisamente su questi aspetti che un confronto tecnico dovrebbe concentrarsi.

Una traccia può essere nuova senza essere decisiva

La questione non è stabilire oggi, attraverso una fotografia o un articolo, che quella “V” appartenga alle Lacoste.

Il punto è capire se possa essere sufficientemente compatibile da incrinare l’assunto secondo il quale non esisterebbe alcuna traccia lasciata da quelle scarpe.

È una differenza enorme.

Per una revisione processuale non basta dimostrare che una precedente conclusione possa essere discussa: occorre che gli elementi nuovi, valutati complessivamente, abbiano la capacità giuridica richiesta per incidere sul giudicato.

Sarà eventualmente la giustizia a stabilirlo.

Il tappeto e la “V”: due questioni, lo stesso problema

Il tappeto mai chiaramente repertato e la traccia a “V” non dimostrano la stessa cosa.

Non devono essere artificialmente collegati.

Ma raccontano un problema comune: la qualità della documentazione della scena del crimine.

Se un tappeto è stato spostato senza indicarne la provenienza, perdiamo un’informazione.

Se alcune fibre sono state fotografate ma non raccolte, perdiamo un’informazione.

Se una traccia ritenuta per anni insignificante può oggi essere nuovamente studiata, dobbiamo capire se gli strumenti del 2007 l’abbiano letta correttamente.

E quando le informazioni perdute o non valorizzate riguardano una scena su cui si è costruita una condanna definitiva, la domanda non può essere liquidata con leggerezza.

Non serve un nuovo colpevole. Serve capire

Sul caso Garlasco il rischio è sempre lo stesso: passare da una certezza assoluta all’altra.

Prima colpevolisti contro innocentisti.

Ora Stasi contro Sempio.

Poi un’impronta, un DNA, un tappeto o una bicicletta trasformati immediatamente nella soluzione dell’intero delitto.

La ricerca della verità funziona diversamente.

Alberto Stasi resta definitivamente condannato. Andrea Sempio, coinvolto nelle nuove indagini, è da considerarsi innocente e non può essere indicato come responsabile in assenza di una sentenza.

Gli elementi nuovi devono essere studiati per ciò che sono, senza chiedere loro di dimostrare più di quanto possano.

La “V” potrebbe essere importante.

Potrebbe essere compatibile con una determinata suola.

Il calcolo proposto da Grimaldi potrebbe dare alla compatibilità un peso statistico molto elevato, se i suoi presupposti saranno confermati.

Il tappeto potrebbe rappresentare un serio problema nella gestione della scena.

Le fibre potrebbero meritare un approfondimento che nel 2007 non fu effettuato.

Ma tra “potrebbe” e “è stato dimostrato” esiste lo spazio in cui deve lavorare un’inchiesta seria.

Ed è proprio quello spazio che Garlasco, dopo quasi vent’anni, continua ostinatamente a occupare.

La redazione sta verificando altri elementi

Il lavoro sulla scena del crimine di via Pascoli, tuttavia, non si ferma qui.

Da alcune settimane stiamo lavorando su ulteriori elementi e informazioni arrivati alla nostra redazione. Stiamo cercando riscontri e conferme prima di renderli pubblici, perché si tratta di aspetti che, qualora i nostri dubbi trovassero conferma, potrebbero aggiungersi ad altri elementi importanti nella ricostruzione della scena del crimine.

Al momento, per ovvie ragioni di prudenza e per non compromettere il lavoro di verifica in corso, non possiamo entrare nei dettagli né anticipare il contenuto delle informazioni ricevute.

Non vogliamo trasformare un’indiscrezione in una notizia né presentare come accertato ciò che deve ancora essere dimostrato. Per questo stiamo confrontando documenti, immagini e testimonianze, cercando riscontri indipendenti.

Una cosa, però, possiamo anticiparla: se le informazioni che ci sono arrivate troveranno conferma, potrebbero aprire ulteriori interrogativi su alcuni aspetti della ricostruzione della scena di via Pascoli.

Ne renderemo conto ai nostri lettori non appena avremo elementi sufficienti per farlo, distinguendo come sempre ciò che è documentato dalle ipotesi ancora da verificare.

Nel caso Garlasco, dove ogni particolare può assumere un peso enorme, prima viene la verifica, poi la notizia.