Italiani nel mondo, tante parole e nessuna visione

di Emanuele Esposito

Il programma di Futuro Nazionale parla molto di identità, sovranità, appartenenza e interesse nazionale. Ma quando arriva agli italiani nel mondo, proprio lì dove quei concetti dovrebbero trovare una delle loro applicazioni più concrete, il progetto perde profondità.

Il tema non è assente. Viene richiamato in più punti: si parla di servizi consolari, lingua italiana, rientro dei talenti, incentivi fiscali per chi vuole tornare, promozione dell’“Italian way of life” e valorizzazione del Made in Italy. Nella parte dedicata alla politica estera compare anche una sezione intitolata “Difesa dell’italianità nel mondo”.

Il problema è che tutto questo, letto nel suo insieme, non diventa mai una vera politica per gli italiani all’estero.

Le formule sono corrette, ma già viste. “Migliorare i servizi consolari”, “promuovere la lingua italiana”, “favorire il rientro dei talenti”, “valorizzare il Made in Italy”: sono espressioni che compaiono da anni nei programmi di partiti, movimenti e governi diversi.

Cambiano i simboli, ma il lessico resta spesso lo stesso.

Ed è proprio questa la sensazione che lascia il documento: un impianto costruito più per coprire formalmente il tema che per affrontarlo con conoscenza tecnica e visione politica.

Il passaggio sugli incentivi al rientro degli italiani all’estero è emblematico. Il programma cita Venezuela, Brasile e Argentina come esempi di Paesi nei quali vivono famiglie giovani, cittadini in età produttiva e italiani per ius sanguinis, da attrarre verso l’Italia anche come risposta alla crisi demografica.

L’idea può avere una sua logica.

Ma la fotografia è parziale.

L’Italia fuori dall’Italia non è soltanto Sud America. È Australia, Canada, Stati Uniti, Germania, Svizzera, Regno Unito, Francia, Belgio, Sudafrica, Asia, Medio Oriente. È vecchia emigrazione, ma anche nuova mobilità. È fatta di professionisti, ricercatori, imprenditori, studenti, tecnici, famiglie e lavoratori altamente qualificati.

Questa complessità nel programma quasi non si vede.

E il dubbio che emerge è inevitabile: chi ha scritto questa parte conosce davvero la realtà degli italiani nel mondo?

Perché chi la conosce sa che non basta parlare genericamente di consolati.

Sa che esistono problemi di personale, distanze geografiche, tempi per i passaporti, pratiche amministrative, consolati onorari, servizi mobili e digitalizzazione.

Sa che Comites e CGIE possono essere discussi, riformati o persino superati, ma non possono essere ignorati.

Sa che la Circoscrizione Estero, il voto, la territorialità della rappresentanza e il rapporto tra eletti e comunità sono temi centrali.

Sa che le scuole comunitarie, gli enti gestori, i patronati, l’associazionismo e l’informazione italiana all’estero non sono elementi decorativi, ma pezzi della presenza italiana nel mondo.

Nel programma tutto questo resta sullo sfondo.

E quando un testo politico ignora gli organismi, i problemi e le dinamiche reali di un settore, il rischio è che quel settore sia stato affrontato in modo teorico, superficiale o aggiunto all’ultimo momento.

Lo stesso limite emerge sul Made in Italy.

Futuro Nazionale parla di internazionalizzazione, richiama SACE, SIMEST e le Camere di Commercio. Ma non costruisce una strategia che metta insieme gli strumenti che già operano all’estero.

Dov’è l’ICE in questa architettura?

Dov’è l’ENIT?

Come dovrebbero lavorare insieme ambasciate, consolati, ICE, Camere di Commercio Italiane all’Estero, Istituti Italiani di Cultura, ENIT, imprese e comunità italiane?

Il Made in Italy non è una formula.

È una rete.

E quella rete, in moltissimi Paesi, passa proprio attraverso gli italiani che vivono fuori dall’Italia.

Un imprenditore italiano a Sydney, un distributore a Toronto, un professionista a Singapore o un ristoratore a New York possono essere più utili a un’azienda italiana di molte campagne istituzionali.

Conoscono il mercato. Conoscono la lingua locale. Conoscono i consumatori. Conoscono i canali commerciali.

Ma il programma non trasforma questa presenza in una politica economica.

Parla di Made in Italy, ma non spiega come usare la diaspora per promuoverlo.

Parla di turismo, ma senza definire un rapporto chiaro tra ENIT, turismo delle radici e comunità italiane.

Parla di lingua, ma senza entrare nel mondo delle scuole comunitarie e della trasmissione linguistica alle seconde e terze generazioni.

Parla di italianità, ma non affronta il ruolo dell’informazione italiana all’estero.

E soprattutto parla di rientro molto più di quanto parli di permanenza.

Il programma torna infatti più volte sull’idea di recuperare professionisti, ricercatori e imprenditori emigrati.
È una proposta comprensibile.

Ma non può essere l’unica prospettiva.

Un italiano che vive a Melbourne non è una perdita per l’Italia soltanto perché non rientra.

Un ricercatore a Boston non è necessariamente un “cervello perduto”.

Un imprenditore in Canada non è una risorsa soltanto nel momento in cui compra un biglietto di ritorno.

Il punto è un altro: l’Italia deve essere capace di mantenere un rapporto con chi è partito anche quando quel cittadino sceglie di restare fuori.

Ed è proprio questa visione che manca.

Futuro Nazionale sembra sapere cosa vuole fare degli italiani che tornano, ma non cosa vuole fare degli italiani che restano.

Per un movimento che fonda gran parte del proprio discorso politico sulla Nazione, è una contraddizione evidente.

Il programma è minuzioso quando tratta immigrazione, cittadinanza, espulsioni e remigrazione. Quando invece affronta gli italiani all’estero, il livello di dettaglio crolla.

E la sensazione è quella del solito capitolo da programma elettorale: qualche promessa sui consolati, qualche frase sulla lingua, il richiamo al Made in Italy e il ritorno dei talenti.

Un copione già letto.

Nulla di realmente nuovo.

Nulla di particolarmente tecnico.

Nessuna riforma strutturale.

Nessuna architettura istituzionale.

Nessuna rete economica globale.

Nessuna visione moderna della rappresentanza.

Nessuna strategia capace di collegare milioni di italiani all’estero al sistema-Paese.

Per questo la parte sugli italiani nel mondo appare una delle più deboli dell’intero programma.

Non perché manchino completamente le intenzioni.

Ma perché manca qualcosa di più importante: la conoscenza concreta della materia.

Un progetto politico che vuole rappresentare gli italiani nel mondo dovrebbe prima dimostrare di conoscerli.

Dovrebbe sapere come vivono, quali problemi affrontano, quali organismi li rappresentano, quali strumenti economici e culturali già esistono e dove il sistema non funziona.

Qui, invece, prevalgono formule generiche.

E il rischio è che l’ennesimo programma che promette di essere nuovo finisca per ripetere, proprio sugli italiani all’estero, ciò che è già stato scritto decine di volte.

Perché una cosa è parlare di italianità.

Un’altra è sapere come difenderla e valorizzarla davvero fuori dall’Italia.

Nel programma di Futuro Nazionale, per ora, la prima c’è.

La seconda ancora no.