L’uomo che nessuno guarda più

Quando ogni mattina percorrevo quasi la stessa strada per andare a insegnare a Sydney, non penso di essere stato molto attento a quello che succedeva intorno a me. Sydney e’ una città straordinaria: moderna, sicura, organizzata e piena di opportunità. Eppure, lungo quel tragitto, incontravo sempre le stesse persone. Non sono colleghi, non sono commercianti, non sono turisti. Sono uomini e donne che dormono sui marciapiedi, sotto una coperta, con uno zaino che contiene tutto quello che è rimasto della loro vita.

Confesso una cosa. All’inizio passavo anch’io senza pensarci troppo. Avevo i miei impegni, le mie responsabilità, i miei pensieri. Come tutti. Poi, un giorno, mi sono accorto che il problema non era la loro presenza. Il problema era la mia abitudine a non vederli più.

Viviamo in una società che ci insegna a correre. Corriamo verso il lavoro, verso gli obiettivi, verso il successo. Ma, correndo, rischiamo di perdere la capacità più importante che possediamo: accorgerci degli altri.

Non conosco la storia di quelle persone. Non so quali errori abbiano commesso, né quali ingiustizie abbiano subito. Forse qualcuno è arrivato lì per una dipendenza, qualcuno per una malattia, qualcuno per una separazione, qualcuno semplicemente perché la vita, qualche volta, sa essere più dura di quanto immaginiamo.

E, ad essere sincero, non credo che questa sia la domanda più importante.

La domanda che mi pongo è un’altra.

Quando una persona smette di esistere ai nostri occhi?

Perché la povertà materiale è terribile. Ma esiste una povertà ancora più profonda: quella di diventare invisibili.

Non scrivo queste righe per criticare il Governo o per puntare il dito contro qualcuno. Sarebbe troppo semplice. I problemi sociali sono complessi e nessuno possiede una soluzione facile. Quello che mi interessa è altro.

Mi interessa il nostro comportamento. Mi interessa chiedermi se, nel piccolo spazio della mia giornata, posso fare qualcosa per non alimentare l’indifferenza. Non sempre sarà possibile aiutare economicamente qualcuno. Non sempre sapremo cosa fare. Ma possiamo sempre ricordarci che davanti a noi c’è una persona. Uno sguardo. Un saluto. Una parola gentile. A volte sono gesti piccoli. Ma per chi si sente dimenticato possono avere un valore enorme.

Negli anni ho avuto il privilegio di conoscere imprenditori, ministri, ambasciatori, artigiani e persone di ogni estrazione sociale. La vita mi ha insegnato che il valore di un uomo non si misura dal conto in banca o dal ruolo che ricopre. Si misura da come tratta chi non può offrirgli nulla in cambio. Forse è proprio questa la vera ricchezza di una società. Non la quantità di grattacieli che costruisce. Ma la capacità di non lasciare indietro la propria umanità.

Ogni volta che passo davanti a quelle persone, non penso di essere migliore di loro. Anzi. Penso che la vita è imprevedibile e che nessuno di noi può sapere cosa gli riserverà il domani. Per questo motivo credo che il rispetto non debba mai dipendere dalla condizione economica di una persona. La dignità non si perde insieme alla casa. La dignità appartiene all’essere umano. Sempre. E forse il cambiamento non comincia da una grande riforma. Comincia quando smettiamo di vedere un senzatetto e ricominciamo a vedere un uomo.