Ingratitudine?

di Marco Testa

In questi giorni la comunità sembra essere stata colpita da una nuova e misteriosa ondata influenzale. Un virus curioso, a dire il vero, perché compare solo quando c’è da partecipare a un’iniziativa organizzata da qualcun altro. Febbre improvvisa, tosse diplomatica e un irrefrenabile bisogno di restare a casa. Miracolosamente, però, i sintomi scompaiono quando c’è da farsi fotografare in prima fila o da salire su un palco. Sarà un caso.

Poi ci sono loro, gli immancabili “capoccia”. Quelli che, da qualche altro Stato australiano, osservano la vita della comunità come se fossero seduti nella torre di controllo. Non organizzano, non collaborano, non rischiano nulla. Ma decidono tutto con la censura. O almeno credono.

Con la bacchetta della Fata Turchina distribuiscono benedizioni e scomuniche: «Questo sì… questo no… lui va bene… lui no…». Come se la comunità fosse un regno da amministrare per diritto divino e non un luogo di servizio reso con umiltà.

La cosa divertente è che chi parla di più, spesso è quello che fa di meno. C’è sempre qualcuno pronto a spiegare come si organizza una festa senza averne mai organizzata una, come si guida un’associazione senza aver mai convocato una riunione o come si costruisce una comunità senza aver mai piantato un solo mattone.

È il trionfo dell’ingratitudine. Una strana e sempre più diffusa malattia cronica che cancella la memoria e alimenta l’illusione che tutto sia dovuto. Si dimenticano gli anni di lavoro, i sacrifici, le notti passate a preparare eventi, le telefonate, le raccolte fondi, le responsabilità. Si ricorda soltanto ciò che conviene ricordare.

Eppure la storia è meno smemorata delle persone. Le comunità continuano a crescere grazie a chi lavora in silenzio, non grazie a chi impartisce ordini dal divano. Le associazioni sopravvivono grazie ai volontari che si rimboccano le maniche, non grazie agli esperti del «si sarebbe dovuto fare così».

Per questo continueremo a ringraziare chi costruisce invece di demolire, chi unisce invece di dividere, chi partecipa invece di giudicare. Agli altri lasciamo pure la bacchetta magica. Noi preferiamo gli attrezzi del lavoro: impegno, rispetto, memoria e, soprattutto, gratitudine.